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  • Una relazione che cura: le studentesse volontarie ci raccontano Calling San Siro

    Una relazione che cura: le studentesse volontarie ci raccontano Calling San Siro

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. Il 14 e il 21 di luglio pubblicheremo i contributi della rubrica “Calling San Siro”: racconteremo l’omonimo progetto di volontariato che ha coinvolto alcuni studenti del Politecnico e alcune famiglie del quartiere, in un percorso di ascolto e prossimità “a distanza”. 

    Rossella, Chiara Leen, Elena, Chiara, Francesca, Beatrice, Lucia e Maria Stella sono le studentesse che hanno partecipato come volontarie al progetto Calling San Siro, lo sportello telefonico attivato in sinergia con il progetto QuBi Selinunte con l’intento di alleviare le condizioni di alcune famiglie di San Siro, in grande maggioranza con un background migratorio, durante il periodo di lockdown conseguente all’emergenza Covid-19.

    A conclusione di questa attività, abbiamo pensato di chiedere alle partecipanti di raccontarci la loro esperienza e darci il loro punto di vista sull’efficacia dello sportello, sui temi che sono emersi dalle conversazioni, sulle riflessioni che hanno preso forma nel confronto con le famiglie di San Siro.

    Alcune studentesse hanno intrattenuto un rapporto individuale con i ragazzi, altre hanno lavorato in coppia alternandosi durante gli appuntamenti e svolgendo attività differenziate. Questo ha permesso di approfondire la conoscenza degli abitanti di San Siro coinvolti nel progetto e di avere punti di vista differenti sulla medesima situazione. Non tutte sono riuscite ad instaurare una relazione telefonica e si sono confrontate con la difficoltà inaspettata di riuscire ad essere ascoltate e considerate.

    Proponiamo qui di seguito un estratto di quanto ci hanno raccontato, riportando le loro stesse parole che ci parlano di una realtà spesso non ascoltata, svelano le emozioni provate durante il lavoro e mostrano il senso di una relazione che ha portato sollievo e compagnia a tutte le persone coinvolte, volontarie comprese.

    Quali sono le motivazioni alla base della vostra decisione di partecipare all’iniziativa Calling San Siro?
    C.L.: Nelle prime settimane del corso di Laboratorio di Urbanistica 3, la prof.sa Cognetti ci ha comunicato l’inizio di questa attività di volontariato all’interno del quartiere di San Siro, ovvero l’area di studio/lavoro individuata per il Laboratorio di quest’anno. Ho voluto partecipare a Calling San Siro principalmente perché, visto il lockdown e l’impossibilità di fare sopralluoghi nel quartiere, interagire direttamente con le famiglie e i bambini che abitano la zona mi sembrava la soluzione più vicina a visitare San Siro di persona. Il fatto di poter aiutare e tenere compagnia agli abitanti che ne avessero bisogno è sicuramente un motivo in più che mi ha spinta a partecipare. Prima di iniziare mi aspettavo di trovare e dare un po’ di quello che in quarantena si è perso, ovvero il contatto e l’interazione umana nonostante fosse tutto costretto dietro uno schermo.

    L.: Data la particolare situazione e il maggior tempo a disposizione, ho sentito il bisogno di impiegarlo in qualcosa di utile per gli altri; ho pensato che la solitudine in quel periodo fosse un sentimento condiviso da molti. Ero sicura che sarebbe stata una bella esperienza, di accrescimento per me e per le persone con cui sarei entrata in contatto.

    Come è avvenuto il primo contatto con la persona che siete state incaricate di seguire?
    M.S.: Per metterci in contatto con la famiglia con cui abbiamo lavorato, abbiamo creato un gruppo WhatsApp e abbiamo registrato un breve vocale per presentarci. La famiglia ha risposto poco dopo e abbiamo concordato la data e l’orario dell’incontro. Inizialmente avevamo qualche dubbio sul fatto che ci avrebbero risposto, soprattutto così velocemente, perché in precedenza avevamo già provato a metterci d’accordo con un’altra famiglia ma nessuno aveva mai risposto. Siamo state piacevolmente sorprese dalla velocità delle risposte della famiglia del ragazzo, soprattutto della madre, che non manca mai di ringraziarci.

    F.: Il primo incontro è stato importante. Ci siamo presentate, abbiamo visto il ragazzo e la sorella, che abbiamo aiutato a fare i compiti: i ragazzi avevano inteso che questo era lo scopo principale della chiamata. Dopo un’ora abbiamo concluso. La famiglia è originaria dell’Egitto, vive in Italia da sei anni, ma le persone non parlano e non comprendono molto bene l’italiano.

    Che tipo di attività svolgevate? Avete notato particolari interessi nei minori?
    E.: Io e la ragazzina con cui ero in contatto abbiamo svolto diverse attività, tutte improntate sulla creatività, che abbiamo scoperto essere un’attitudine in comune. Abbiamo disegnato e colorato; l’ho sempre vista partecipe e propositiva, tanto da propormi lei stessa un’attività. In una videochiamata infatti mi ha insegnato passo passo a fare un origami, un piccolo svago che so che ha iniziato ad interessarla anche grazie alle attività con Lucia. D’aiuto per tutto il percorso è stato sicuramente il carattere della bambina, così solare, vitale, curioso… Mi ha raccontato, per esempio, di come durante la quarantena abbia coltivato l’interesse per la musica guardando dei video tutorial su YouTube, iniziando a suonare il piano.

    B.: Chiara e io abbiamo conosciuto un bambino italiano che deve iniziare la seconda elementare a settembre; è figlio unico e abita in un piccolo appartamento. Insieme a lui abbiamo suddiviso gli incontri, tre alla settimana, in ore di gioco e ore di compiti. Durante le ore di compiti le materie che svolgevamo insieme erano matematica e italiano. Durante le ore di gioco c’era più libertà nelle attività, quindi alcuni giorni ci siamo dedicati al disegno, in altri lui ci ha mostrato le sue collezioni. Abbiamo cercato di sfruttare le ore di gioco principalmente per creare dialogo e scoprire cosa gli piacesse fare, le sue preferenze o il suo pensiero in merito a certe cose.

    Ci sono temi che avete notato essere più presenti durante le vostre chiacchierate?
    R.: Il tema del futuro è stato particolarmente presente nelle videochiamate. La ragazzina con cui ho lavorato mi parlava di un futuro prossimo, nei confronti del quale lei si approcciava con un misto di curiosità e preoccupazione. Mi chiedeva quando saremmo potuti tornare a uscire in quartiere con gli amici, o se quest’estate il bagno in piscina al Lido si dovrà fare con la mascherina. C’era anche un orizzonte temporale più ampio, fatto di sogni e progetti già molto definiti per una ragazza di quattordici anni: dopo la fine della scuola media, il liceo linguistico per consolidare una già ampia conoscenza delle lingue (ne parla ben quattro!) e l’università in Francia. Infine, una carriera da hostess di volo per girare il mondo.

    Come i minori hanno vissuto lo spazio della casa e del quartiere durante lo svolgimento delle attività? Avete notato cambiamenti nel corso del tempo?
    L.: Quando abbiamo iniziato a conoscerci, ad inizio maggio, la bambina con cui parlavamo aveva paura ad uscire, si sentiva al sicuro a casa insieme alla mamma e al papà. Ha trascorso la quarantena da sola con loro, la sorella maggiore lavora fuori Milano, ed ha trovato la compagnia che le mancava nella musica, suonando la pianola nella sua cameretta durante i lunghi pomeriggi senza lezioni. Nelle settimane successive ha iniziato a fare delle passeggiate quotidiane in bicicletta al Parco delle Cave, ed è stato interessante quando mi ha raccontato di come fosse rimasta stupita dalla limpidezza del lago dove era solita andare al pomeriggio con gli amici. Chiedendosi perché l’acqua potesse essere così diversa, si è resa conto che il lago non era l’unica cosa ad essere cambiata; la natura, lasciata all’incuria, aveva pervaso il Parco delle Cave, creando uno scenario fatto di erba alta, fiori colorati e acqua limpida, facendole scordare di trovarsi a Milano.

    C.: Il bambino con cui Beatrice e io abbiamo lavorato ci ha raccontato che casa sua è molto piccola, e quando erano andati ad abitare lì, aveva aiutato suo padre a ridipingere le pareti, probabilmente annerite a causa della muffa. Dato che non ha molto spazio per giocare, il bambino sicuramente trova svago quando va a casa dei nonni, che hanno un giardino. I suoi genitori cercano di coinvolgerlo in qualche attività. Ad esempio, con suo padre hanno seminato una piantina di meloni sul davanzale della finestra. Inoltre, a volte durante il weekend si esercita con sua madre a contare; durante una delle nostre chiacchierate ci ha raccontato che aveva intenzione di arrivare a contare fino a 300.

    Che bilancio fate di questa esperienza? Che cosa vi ha lasciato?
    E.: Ho avuto l’opportunità di fare quest’esperienza rapportandomi con una collega estremamente in gamba e con una bambina speciale, che ad ogni chiamata, messaggio, è stata in grado di stupirmi. È stata una scoperta continua, la mia e la sua, nel conoscerci l’un l’altra e nel conoscere le nostre passioni e attitudini; siamo riuscite a creare uno spazio di condivisione lontano dal disordine del mondo esterno, uno spazio solo nostro che per un’oretta al giorno ci faceva sentire meno sole. Spero di averle alleviato questo strano periodo almeno tanto quanto lei lo ha alleviato a me, e spero di poterla incontrare un giorno non troppo lontano, magari organizzando una di quelle passeggiate al Parco delle Cave di cui tanto mi ha raccontato.

    R.: L’esperienza, seppur breve nel mio caso, è stata positiva e penso che l’obiettivo sia stato raggiunto. Gli appuntamenti sono stati interessanti e utili nelle prime settimane, ma all’allentamento delle misure è corrisposto un crescente disinteresse per le videochiamate che si sono “naturalmente” esaurite, probabilmente in favore di una ritrovata quotidianità di relazioni e interessi che si erano interrotti con il lockdown. Quello che mi ha più colpito e piacevolmente sorpreso è stata la capacità di un corso universitario e di un gruppo di ricerca di re-inventarsi creativamente di fronte agli ostacoli posti dalla quarantena, introducendo una modalità inedita e non scontata di confronto, indagine e mutuo aiuto con il quartiere.

  • Calling San Siro, un’esperienza di volontariato per il quartiere in sinergia tra studenti e attori locali

    Calling San Siro, un’esperienza di volontariato per il quartiere in sinergia tra studenti e attori locali

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. Il 14 e il 21 di luglio pubblicheremo i contributi della rubrica “Calling San Siro”: racconteremo l’omonimo progetto di volontariato che ha coinvolto alcuni studenti del Politecnico e alcune famiglie del quartiere, in un percorso di ascolto e prossimità “a distanza”. 

    Per il gruppo di ricerca Mapping San Siro – e tutta la rete di soggetti locali con cui l’equipe collabora – la pandemia ha sortito un forte effetto di spaesamento. Da alcuni anni lavoriamo a stretto contatto con comitati, gruppi informali e singoli cittadine e cittadini in un’ottica che fa della prossimità (fisica, ma anche esperienziale) il perno attorno a cui ruota il lavoro che viene condotto nel quartiere.

    Sin dall’apertura dello spazio 30metriquadri, nel 2013, l’equipe di ricerca ha costantemente esplorato forme di sperimentazione didattica e di ricerca che si allontanassero dai metodi più consueti generalmente applicati in accademia e che coinvolgessero anche gli studenti nel processo di conoscenza del quartiere. Nello spirito di Mapping San Siro la ricerca-azione, la co-progettazione e la sperimentazione didattica sono i perni attorno a cui il mondo dell’università si apre alla collaborazione con le realtà del quartiere. In quest’ottica, assumono fondamentale importanza la creazione di legami e la costruzione di una rete di soggetti locali con cui collaborare non solo per favorire e diffondere modalità attive e situate di conoscenza, ma anche per co-progettare interventi architettonici e sociali.

    Il lockdown e la chiusura di Off Campus, luogo in cui Mapping San Siro svolge attualmente le sue attività all’interno del programma di responsabilità sociale del Politecnico di Milano, ci ha quindi privato della possibilità stessa di proseguire nelle modalità che per anni erano state la norma. Per un momento abbiamo avuto la sensazione di aver perso completamente il polso della situazione su quanto avveniva nel quartiere.

    Ci siamo chiesti, e con noi le reti locali, come fosse possibile rimodulare le nostre attività in una condizione che di fatto ci impediva di coltivare direttamente quelle relazioni necessarie a conoscere le condizioni degli abitanti, specialmente delle componenti più fragili, e intervenire per alleviarne le difficoltà.

    Una domanda pressante, conoscendo la realtà edilizia di San Siro, aveva a che fare con le condizioni di vita all’interno del quartiere ma soprattutto degli spazi abitativi. San Siro è un contesto caratterizzato da una forte presenza di popolazioni fragili, spesso con un background migratorio, che già in una condizione di “normalità” si confrontano con situazioni abitative precarie e spesso inadeguate in termini di dimensione e comfort. È stato perciò facile immaginare come la reclusione forzata all’interno di questi spazi domestici possa aver amplificato le difficoltà di molti, riflettendosi sulle diverse dimensioni di vita.

    Mentre ci ponevamo queste domande, altri soggetti locali stavano interrogandosi in termini molto simili ai nostri. In quartiere le nuove condizioni e le regole dettate dall’emergenza sanitaria hanno infatti portato diversi soggetti locali a ripensare o talvolta implementare nuovi servizi a supporto del quartiere e dei suoi abitanti. È quanto accaduto al progetto QuBì Selinunte, un’esperienza di contrasto alla povertà minorile che durante il lockdown, per non sospendere l’attività, ha attivato un nuovo servizio ”a distanza” che ha consentito il prosieguo del lavoro di “San Siro Informa”, sportello che sino a febbraio era attivo in piazzale Selinunte. A partire da marzo e ancora oggi, un numero telefonico attivo tutti i giorni fornisce informazioni e orientamento alle famiglie di San Siro.

    In sinergia con questo nuovo servizio promosso da Qubì Selinunte si inserisce l’attività di volontariato Calling San Siro, avviata a maggio 2020 in collaborazione tra il gruppo di ricerca Mapping San Siro e il programma Polisocial del Politecnico di Milano e che si sostanzia nella realizzazione di un servizio telefonico che mette in relazione gli studenti con alcune famiglie del quartiere, per sostenerle nella loro quotidianità. L’esperienza è diretta conseguenza di una richiesta giunta dal quartiere, e in particolare da Amelia Priano, operatrice di una cooperativa partner della rete locale.

    Dal nostro punto di vista, Calling San Siro ci ha fornito l’occasione per mantenere una presenza nel quartiere pur in una fase in cui Off Campus non era operativo e per proseguire nella linea di un continuo dialogo tra ricerca e intervento. In un momento in cui le attività dell’Ateneo erano state forzatamente riorganizzate in remoto, l’attivazione di questo intervento aveva lo scopo di consentire all’equipe di ricerca non solo di mantenere uno sguardo sul quartiere, ma anche di cogliere aspetti più intimi della vita dei suoi abitanti senza perdere la vocazione operativa che la caratterizza.

    Sulla scorta di esperienze di collaborazione già avviate nel quartiere, che vedono coinvolti gli studenti in attività a supporto degli attori locali, si è sin da subito ipotizzato di coinvolgere un gruppo misto di nove studenti del Politecnico che studiano architettura e urbanistica, i quali hanno aderito in modo volontario all’iniziativa. Gli iscritti al Politecnico sono parte integrante del processo di ricerca-azione di Mapping San Siro, ragion per cui abbiamo sin dall’inizio pensato a un loro coinvolgimento. Le motivazioni e le esperienze pregresse alla base della loro scelta di partecipare a questa esperienza erano variegate, ma tutti e tutte i volontari hanno risposto con genuino entusiasmo e grande disponibilità.

    Attraverso le conversazioni telefoniche, che si sono protratte sino a fine giugno, gli studenti avevano come compito iniziale quello di monitorare il benessere delle famiglie coinvolte, di ascoltarle e fare emergere, là dove possibile, i loro bisogni, le loro condizioni abitative e le loro attività quotidiane. Nella pratica si è osservato come questo servizio abbia intercettato giovani di età compresa tra i 10 e i 15 anni, prevalentemente di origine straniera e con esperienze famigliari e scolastiche molto diverse tra loro.

    Il primo contatto telefonico è avvenuto con i genitori e poi, a seguire, gli studenti si sono interfacciati direttamente con i ragazzi e i bambini. Le attività proposte durate le telefonate sono state delineate in base alle esigenze che le stesse famiglie esprimevano: da un lato si è manifestata l’esigenza di un accompagnamento e un supporto nello svolgimento dei compiti a casa; dall’altro è emerso un bisogno molto più “semplice”, quello di alleggerire una quotidianità difficile e al tempo stesso potersi raccontare, anche fantasticando sul futuro.

    Il tempo, infatti, è stata una delle dimensioni emergenti e argomento trattato durante le conversazioni, specialmente quando i minori con cui si era stabilita una relazione erano adolescenti o preadolescenti. In una situazione in cui il tempo presente subisce una brusca frenata, dilatandosi, la dimensione del futuro può irrompere nei pensieri e assumere un’importanza inedita e decisiva anche per la sua capacità di farci immaginare un “dopo”, un tempo alla fine della clausura.

    Il progetto Calling San Siro ha consentito agli studenti volontari, e di converso agli operatori e ricercatori coinvolti, di avere uno sguardo privilegiato, seppur parziale, sulla vita delle famiglie e sulle condizioni delle persone con cui si era attivato il contatto. È stato, dunque, necessario un approccio discreto, responsabile e sensibile, per evitare di invadere la privacy di una quotidianità spesso faticosa.

    Con grande sensibilità, gli studenti hanno affiancato i loro interlocutori in un dialogo costante e mantenuto un atteggiamento riflessivo verso il loro ruolo, condiviso durante i momenti settimanali di confronto e orientamento che hanno accompagnato l’attività lungo tutto il suo svolgimento.  Il tema della costruzione di una relazione il più possibile paritaria e dialogica è stato spesso sollevato, così come sono state descritte le difficoltà intercorse nell’intrecciarsi di queste relazioni. Questa riflessività è stata favorita anche dal ricorso a due strumenti che gli strumenti avevano a disposizione: una scheda di rilevazione con cui segnalare, al termine di ogni colloquio, fatti salienti e una breve descrizione del contenuto della telefonata; e un diario di bordo, strumento più narrativo utilizzato per descrivere stati d’animo, sensazioni, emozioni e riflessioni sul lavoro in corso.

    Gli studenti volontari hanno affrontato questa esperienza non solo come una forma di sostegno a persone in situazioni di difficoltà, ma hanno anche colto l’occasione per porsi (e porre, anche in forma indiretta) alcune domande circa la quotidianità delle famiglie da loro contattate: come queste famiglie hanno affrontato l’emergenza sanitaria? Quali conoscenze e quali strumenti hanno messo in campo in relazione ai comportamenti che era necessario tenere in quella situazione? Come hanno vissuto lo spazio (spesso ristretto) della casa, del cortile o del quartiere? Quali nuove pratiche e abitudini hanno messo in atto? Come le famiglie coinvolte hanno gestito i tempi della loro giornata? Quali attività hanno svolto in casa, sia genitori che ragazzi?

    Sono domande che, dopo essere partite per l’esplorazione di dimensioni diverse, sono “tornate a casa”, stimolandoli a riflettere sulle loro vite, le loro case, le loro relazioni durante le stesse settimane di sosta forzata. Sono domande che, ricorsivamente, hanno messo in dialogo esperienze diverse, arricchendole entrambe.

    Testo a cura di: Margherita Bernardi, Ida Castelnuovo, Stefano Pontiggia.