Tag: povertàalimentare

  • Una scuola di quartiere

    Una scuola di quartiere

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Paola Radaelli, insegnate nella Scuola Primaria Carlo Dolci, ci racconta di questo periodo in cui la sua categoria ha dovuto reinventarsi, tra didattica a distanza, dispersione scolastica e nuove forme di collaborazione con i soggetti locali. Grazie al lavoro degli insegnanti, in contatto più di altri con le famiglie del quartiere, sono emersi nuovi bisogni: non solo la mancanza di computer o tablet, ma anche questioni legate a bisogni primari (cibo e salute innanzitutto). La fase di passaggio è durata alcune settimane. Non tutte le scuole hanno reagito allo stesso modo e hanno utilizzato le stesse strategie per far fronte all’emergenza. Quello che riportiamo è quindi un punto di vista su un territorio di pratiche frastagliate. Le lezioni per quest’anno sono finite. Rimangono molti interrogativi sull’inizio del nuovo anno e un’unica certezza: l’esigenza di tornare a ogni costo a scuola.

    8 maggio 2020
    La prima settimana ci siamo semplicemente fermati, perché non capivamo cosa succedeva. Dalla seconda settimana abbiamo invece cominciato a organizzarci, come si poteva. Abbiamo capito che la situazione stava prendendo una brutta piega, quindi abbiamo deciso di contattare tutti i bambini. Tramite i rappresentanti di classe – che stanno facendo un lavoro non splendido, di più, nel senso che sono veramente dei punti di riferimento importantissimi – abbiamo cercato di attivarci per entrare in relazione con questi bambini, da un punto di vista potremmo dire affettivo, più che didattico. Ognuno si è organizzato come meglio riteneva: videochiamate, Zoom, G Suite, o Teams, le piattaforme che abbiamo imparato a conoscere. Il tutto è stato lasciato un po’ alla libera interpretazione dei docenti. Con il primo collegio siamo stati invitati dalla vicaria e dal dirigente ad avere una relazione umana con i bambini e con le famiglie, per capire quali erano i bisogni, le loro esigenze. Abbiamo cercato di raggiungere tutti. Poi, a seconda delle risposte, si proseguiva. Siamo andati avanti così fino al decreto del 20 aprile. Dopo le cose sono cambiate. Dal 20 aprile siamo partiti con la didattica a distanza, obbligatoria. Tutti i giorni ci sono due o tre collegamenti a seconda delle classi. Generalmente vengono fatti con Zoom, perché anche reperire la mail per riuscire a entrare nel sistema dell’istituto non è facile. Tramite la mediatrice ci siamo dati un gran da fare, per cercare di arrivare ad avere contatti con tutti e cercando di portare avanti il programma in maniera il più possibile attinente a quella che era la programmazione didattica che ci siamo dati all’inizio dell’anno.

    Siete riusciti a ricontattare la maggioranza dei bambini?
    La stragrande maggioranza è stata contattata. Poi ci siamo resi conto che c’erano problemi di collegamento dovuti alla mancanza di device. Questo è un grossissimo problema. Quindi, con l’aiuto soprattutto di alcuni genitori e il sostegno del dirigente, sono stati consegnati un centinaio di device, se non mi sbaglio. Abbiamo offerto a quasi tutti i bambini la possibilità di connettersi, garantendo lo strumento, più che altro. Questo è già stato un passaggio importantissimo.

    In questo, a quanto ho capito, hanno dato una mano anche altre realtà associative del quartiere.
    Sono stati molto disponibili, anche per la consegna. Perché quest’ultima si è rivelata un problema sostanziale. Adesso il problema sono le connessioni. Nel senso che molti si collegano con la connessione del telefono, l’hot-spot del cellulare, però quando hai due o tre figli che devono fare il collegamento diventa difficile. I dati a disposizione finiscono. La prima consegna dei device è stata fatta ai bambini con difficoltà, DVA [diversamente abili]. Era fondamentale. La prima cosa che si è affrontata è stata questa: i bimbi con difficoltà dovevano essere assolutamente i primi a ricevere questi strumenti. Poi man mano si sono raggiunti gli altri.

    Come sta andando la relazione con i bambini?
    La relazione sta andando abbastanza bene. Mi sembra che ora la stragrande maggioranza si colleghi ora. Fai conto che noi abbiamo una media di 22-23 bambini per classe. Io penso che 18-19 bambini per classe si colleghino, ma non ho dati ufficiali. Poi non tutti i giorni sono uguali. Adesso è subentrato anche il Ramadan. Ci sono anche questi aspetti contingenti da considerare. Altra questione riguarda l’organizzazione in gruppi: perché non tutte le classi lavorano insieme, ma hanno fatto dei gruppi, soprattutto con i piccoli, in modo tale da poterli raggiungere facilmente. Perché se tu fai una riunione su Zoom con venti bambini di prima elementare, tutti insieme, non funziona.

    Quindi fate la stessa lezione con gruppi più piccoli?
    Esatto, soprattutto in prima e in seconda: 10 bambini e 10 bambini che fanno dalle 9:00 alle 10:45 italiano e l’altro gruppo della classe fa dalle 9:00 alle 10:45 matematica, per esempio. Poi le colleghe si scambiano i gruppi. Soprattutto con i piccoli. I collegamenti con i piccoli durano 45 minuti e sono due collegamenti al giorno. Con i più grandi sono anche tre collegamenti al giorno di 45 minuti, un’ora, dipende come va la giornata, da come va la lezione.

    Dal quartiere e dalle famiglie avete notizie?
    Con Sconfini e QuBì state fatte delle grandissime cose. Sconfini manda tutte le settimane il “Manuale di sopravvivenza”, un pdf con giochi e attività, cose che si possono fare a casa. Anche loro contattano personalmente i bambini che seguivano nel doposcuola. Poi c’è un progetto del Comune su Rom Sinti e Camminanti, che sta seguendo le famiglie con cui era in contatto già da prima. Poi si sono tutte le associazioni che si sono attivate per distribuire il cibo, perché quello è stato un altro grandissimo problema.

    Dall’ultima riunione che abbiamo avuto con la rete Sansheroes emergeva un quadro abbastanza drammatico. Anche voi avete questo rimando?
    Assolutamente sì. Io ho passato i primi quindici giorni dopo il 9 marzo, dopo la chiusura definitiva, ho passato veramente quindici giorni di angoscia, perché tutte le sere ricevevo tre o quattro telefonate di madri che piangevano disperate che dicevano: “Cosa gli diamo da mangiare?”. Poi il problema grosso è che a volte c’è timore nel segnalare certe situazioni di difficoltà, per paura dei servizi sociali. È proprio pesante questa situazione.

    Vi state già un po’ immaginando anche i prossimi mesi, oppure è molto presto?
    Siamo un po’ tutti angosciati. Nel senso che il nostro grosso problema non è tanto settembre. Per la didattica capiremo come organizzarci, come fare. Quanto a me, la cosa che mi preoccupa di più è: “Adesso, finita la scuola, questi bambini cosa faranno?”. Tra l’oratorio e il centro estivo c’erano tanti agganci. Questo è un problema anche per le famiglie meno in difficoltà. Va bene lo smart working, però, se a un certo punto riaprono parzialmente le aziende e devo stare a casa tre giorni a settimana e gli altri devo andare a lavorare, dove lascio i figli?

    E per quanto riguarda le valutazioni come vi siete comportati?
    Per ora non sono stati messi voti. Il lavoro che è stato fatto è stato fatto ancora senza verifiche, perché chiaramente sono piccoli, non sono alle superiori. Ne discuteremo in collegio giovedì, però si darà la precedenza al discorso della partecipazione, dell’interesse. Però anche lì subentra una questione: se il bambino non partecipa è perché non ha la possibilità di farlo? È un po’ tutto in forse: quando il problema è il mangiare il collegamento per le lezioni online diventa l’ultima delle questioni da affrontare. 

     

  • Le staffette di mutuo soccorso

    Le staffette di mutuo soccorso

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.

    Quando non insegna e non coordina servizi educativi, Paola è volontaria e attivista in una realtà che da anni lotta per il diritto alla città e all’abitare, lo Spazio di Mutuo Soccorso (SMS) di Piazza Stuparich. Dall’inizio dell’emergenza il suo gruppo gestisce e promuove un servizio in bicicletta di consegna di alimenti e altri beni di prima necessità – le Staffette di Mutuo Soccorso – in collaborazione con altri soggetti della rete del quartiere.

    Intervistiamo telefonicamente Paola a fine aprile 2020:
    Le staffette di mutuo soccorso nascono con l’idea di consegnare delle spese in giro per la città con i prodotti del GASP, il Gruppo d’Acquisto Solidale Popolare che c’è a SMS, lo Spazio di Mutuo Soccorso. Queste consegne delle spese da una parte facilitano i piccoli produttori che in questo periodo di crisi fanno abbastanza fatica e dall’altra permettono di avere del cibo sano e genuino a prezzi popolari. Quindi si tratta di una consegna di prodotti biologici e genuini, una consegna fatta in bicicletta, con ovviamente i dispositivi di protezione, le mascherine e i guanti, mantenendo le distanze. È attivo grazie a una serie di volontari che si mettono a disposizione, di solito il sabato pomeriggio. Vengono organizzate anche delle spese gratuite, solidali. Una persona può cioè sia lasciare una spesa “in sospeso” di prodotti del GASP, sia fare una donazione. Abbiamo aperto anche una pagina di crowdfunding.

    L’iniziativa viene replicata da altre parti?
    L’idea delle staffette nasce nello Spazio di Muto Soccorso, nel quartiere di San Siro. Consegniamo i prodotti a famiglie in difficoltà da diversi punti di vista: impossibilitate a uscire di casa, oppure senza reddito, quindi impossibilitate nel fare la spesa. Alcuni nuclei, come sappiamo, sono molto numerosi e hanno lavori precari. In questo periodo tali lavori precari, nella maggior parte dei casi, si sono interrotti. Vorremmo nel corso delle settimane raggiunger sempre più famiglie. Sappiamo che questo bisogno a San Siro è molto sentito. È un bisogno che è stato anche messo in rete, condiviso da altre associazioni che fanno parte della rete di soggetti locali. Si sta provando a unire le forze.

    Chi sono i produttori locali a cui fate riferimento?
    Sono produttori che si trovano appena fuori Milano. Da sempre si prova a incentivare i produttori che non siano lontani, per ridurre l’inquinamento e valorizzare la produzione locale. Sono selezionati in base a una serie di criteri: vicinanza, qualità del cibo e dei rapporti di produzione, rispetto del lavoro. Il GASP nasce anni fa, non è nato adesso. Quindi ora si è messo a disposizione per far fronte a questa emergenza. Anche le spese solidali hanno prodotti del GASP. Ci sono altre associazioni, non direttamente di San Siro, che ci fanno delle donazioni. Per esempio, la scorsa settimana l’associazione Arcobaleno ci ha fatto una serie di donazioni di cibo fresco. Lo abbiamo distribuito alle famiglie. Sono associazioni simili a noi a livello etico.

    Come vengono selezionate le famiglie a cui viene consegnata la spesa?
    Sono una serie di famiglie che noi in parte conoscevamo. In altri casi invece ci stanno arrivando delle segnalazioni dalle scuole di zona, che ci dicono quali sono i nuclei familiari che conoscono e sono in difficoltà. Si sta creando anche un meccanismo di rete, con la Custodia Sociale del Comune di Milano per esempio. Dove non può arrivare uno, arriva l’altro. Stiamo impostando questi aspetti proprio in questa settimana. Abbiamo sentito Amelia, della rete di QuBì, ci stiamo organizzando anche per metter in comune le richieste del quartiere. Oltre alle consegne delle spese abbiamo fatto, in collaborazione con l’associazione Cadorna, le consegne di alcuni tablet ai bambini, per facilitare la frequenza delle lezioni online, o per aiutarli nei compiti.

    L’acquisto dei tablet da chi è stato effettuato?
    L’acquisto è stato fatto dalla scuola Cadorna in questo caso. Le staffette si sono messe a disposizione per consegnarle alle famiglie. Due settimane fa siamo andati in una ventina di staffette a consegnare i tablet qua in zona, a San Siro. Un’altra idea è di unire le consegne di cibo a consegne di libri per bambini e ragazzi delle medie e del materiale didattico, in collaborazione con il progetto Sconfini. Ci è giunta la notizia che in alcune scuole si fa fatica non solo ad aver i dispositivi elettronici, ma anche ad avere i fogli, la penna per fare i compiti, o per fare un disegno, per passar il tempo in casa, visto che siamo tutti chiusi in casa. Soprattutto sappiamo bene che alcuni nuclei familiari vivono in appartamenti piccoli.

    Voi avete rapporti con le brigate solidali che sono nate a Milano o sono iniziative indipendenti?
    Sono iniziative indipendenti. Le staffette sono un’iniziativa autonoma, indipendente dal resto. Siamo un progetto completamento autonomo, però non abbiamo mai esitato nel comunicare con istituzioni, protezione civile, durante il Covid e prima del Covid.

    Rispetto ad altre iniziative di questo tipo, le Staffette cos’hanno di diverso?
    Noi abbiamo pensato di fare le staffette perché volevamo arrivare a intervenire su una serie di bisogni del quartiere, ma anche attivare una partecipazione, anche con un significato politico. Questa attività è un modo per poter partecipare, in questo periodo in cui la partecipazione diretta ci  viene impedita. È un modo per invitare altre persone a partecipare. Le staffette puntano ad attivare altre energie, anche a livello di rivendicazione politica, a un livello associativo, di rete che va avanti da tempo e che in questo periodo si è rafforzato e si è messo a disposizione della comunità. Poi ognuno fa il suo. Come lo facevamo prima lo facciamo anche adesso. Però ci sembrava importante che dal basso ci fossero delle iniziative in quartiere, delle iniziative solidali. Come lo facevamo prima, anche in un contesto di abbandono da parte delle istituzioni. Abbiamo pensato che, a maggior ragione in un periodo di crisi e di pandemia, fosse importante fare questo lavoro dal basso, autonomo, con delle prospettive chiare: essere solidali, generare mutuo soccorso, continuare a costruire quel quartiere e quel territorio che abbiamo costruito per anni insieme. Quindi le staffette si collocano in questo quadro.

     Mi sembra molto interessante quello che dici: state rispondendo sicuramente a un bisogno, ma avete anche un obiettivo legato alla partecipazione, all’attivazione nel quartiere. Dicevi inoltre che in questo periodo pensi che le relazioni tra soggetti locali si siano rafforzate.
    Penso che si siano rafforzate. Non è facile per nessuno. Tutti quanti abbiamo dovuto in qualche maniera sperimentarci, cerando di rimanere connessi, ma a distanza, anche con diversi sforzi. Questi rapporti si sono rafforzati, a partire dalla comunicazione reciproca dei bisogni e delle esigenze del quartiere, che ognuno di noi intercetta grazie a un lavoro costruito da anni, con l’obiettivo di raggiungere uno scopo comune, cercando di ridurre i danni che questo periodo porta con sé e che si sentono in particolare in un contesto dove già le disuguaglianze sociali sono molto forti. Non è sempre facile mantenere i contatti a distanza, ma ci stiamo provando.

     Rispetto alle istituzioni invece, tu prima parlavi di abbandono, di scollamento tra istituzioni e territorio.
    Sicuramente San Siro è un territorio in cui ci sono un sacco di invisibili purtroppo, dalla questione della residenza alla questione dei documenti. Tutte questi questioni si amplificano in questo periodo: il problemi relativi alla scarsa conoscenza della lingua italiana, l’accesso a internet, ma anche la possibilità di conoscere l’esistenza di questi servizi.

    Come reagiscono le famiglie, i beneficiari?
    Le persone reagiscono con gratitudine e anche un po’ attivandosi. Magari lo dico al mio vicino, segnalo una famiglia in difficoltà. È successo che qualcuno rifiutasse la spesa per regalarla a una persona più in difficoltà. Alcuni si sono aggiunti alle fila dei volontari per fare le consegne. Ci sono quindi meccanismi di riconoscimento e di attivazione.

  • La rete QuBì di fronte all’emergenza

    La rete QuBì di fronte all’emergenza

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.

    Francesca Petrillo è psicologa e lavora per Genera Onlus. A San Siro coordina QuBì Selinunte, un progetto contro la povertà infantile finanziato da Fondazione Cariplo che coinvolge diverse cooperative e associazioni in attività educative e sociali. Con l’inizio dell’emergenza da Covid-19 il progetto ha saputo reinventarsi, sostenendo in particolare l’apertura dell’Hub di zona per la distribuzione di pacchi alimentari (frutto della collaborazione tra Comune, Protezione Civile, Banco Alimentare, Caritas, Coop Lombardia, Milano Ristorazione, Amatper e la stessa Fondazione Cariplo). 

    La contattiamo telefonicamente lunedì 4 maggio 2020:

    Abbiamo mantenuto quella che era l’attività principale, lo sportello di piazzale Selinunte, aperto due volte a settimana. Era un presidio del territorio. Ci è sembrato giusto mantenerlo in questo momento in cui le persone sono ancora più sole, ancora più isolate e quindi l’abbiamo fatto diventare uno sportello telefonico. È attivo tutti i giorni per un paio d’ore. Abbiamo iniziato così a cercare di mantenere i contatti. Le richieste che sono arrivate sono state tante. Ci sono tante persone in quartiere cui prima non eravamo arrivate, persone che hanno iniziato a chiedere aiuto adesso, nell’emergenza. Ora ti trovi a intercettare delle persone che il lavoro l’hanno perso, sono in difficoltà. Tanti fanno le pulizie, lavoravano in nero. Si è imposta un’emergenza soprattutto alimentare. Su quest’aspetto c’è stato l’aiuto sia del comune che di Cariplo, con l’attivazione di questi Hub in ogni zona. Hanno creato un Hub da cui parte la distribuzione di pacchi alimentari, da metà marzo. Noi abbiamo potuto segnalare delle famiglie già conosciute dalla rete, che ricevevano il pacco tramite le parrocchie, che però non lo stavano più ricevendo, perché i centri Caritas erano stati chiusi per evitare la diffusione del virus.

    Quindi l’Hub di Municipio 7 distribuisce su tutta zona 7?

    Sì, su tutta zona 7. Non distribuiscono solo a famiglie, distribuiscono anche alle persone che prima prendevano il pacco, che potrebbero essere adulti in difficoltà, persone anziane con la pensione bassa. Le famiglie si sono trovate proprio sole. Si è organizzato questo circuito. Circa due o tre settimane fa siamo arrivati a 700 famiglie – famiglie e utenti – e quindi era stato messo anche uno stop perché le richieste erano veramente lievitate troppo. Siccome il numero delle famiglie era molto alto, tante di loro rimanevano in attesa due o tre settimane. Noi ci siamo organizzati, abbiamo fatto alcune spese. Abbiamo ricevuto alcune donazioni da privati. Una famiglia ad esempio ha visto un post su Facebook quando abbiamo distribuito il cibo e ci ha contattato. Abbiamo organizzato questa distribuzione di pacchi viveri d’emergenza. Prima con la mia collega Amelia siamo andati a casa delle persone. Parliamo di una decina di famiglie. Le facevamo scendere e davamo questo pacco. Poi abbiamo capito che consegnare casa per casa con le nostre forze era abbastanza complicato, allora abbiamo chiesto ad Aler di utilizzare lo spazio che abbiamo in via Maratta dei Custodi sociali. Tu chiami, la famiglia viene. Non li facciamo neanche entrare, così evitiamo tutti i tipi di contatto. Diamo le cose da mangiare e se ne vanno. Questo riguarda un po’ l’emergenza principale, la questione alimentare. Siamo dovuti tornare sul territorio. Non era qualcosa di gestibile a distanza. Il pacco viveri spesso non è sufficiente a coprire tutti i bisogni della famiglia e inizialmente veniva consegnato solo il secco, poi è stata aggiunta frutta e verdura. Sono capitati dei ritardi, ma tutte le famiglie in lista hanno ricevuto il pacco.

    La seconda emergenza che si è fatta più evidente è quella scolastica. Nel senso che i bambini per seguire le lezioni online hanno bisogno quantomeno di un cellulare. A volte c’è un solo cellulare in famiglia che si porta via il genitore, quindi non può usare neanche WhatsApp, figuriamoci il tablet La parte principale in questo senso l’ha avuta il progetto Sconfini. Tramite fondi del Ministero si sono iniziati a distribuire dei tablet.

    Questa relazione col progetto Sconfini e con gli altri soggetti della rete si è intensificata in qualche modo con questa emergenza?

    L’impressione che ho avuto è che si sia intensificata. Anche prima con Sconfini c’era comunque un raccordo, ad esempio sul tema centrale del doposcuola. Poi anche tramite l’Associazione Scuola Cadorna c’è stato un dialogo per capire quali fossero i bisogni delle famiglie, per capire chi non si raggiungeva, le persone più isolate. Ad esempio mi hanno contattato anche delle insegnanti per segnalare i bisogni alimentari delle famiglie. Prima, a parte degli incontri che abbiamo fatto nelle scuole, sempre tramite Sconfini, non mi era mai capitato di avere dei rapporti così diretti con gli insegnanti. Poi anche con le Staffette del Mutuo Soccorso: Amelia ha avuto dei contatti anche con loro, anche perché loro fanno delle consegne di spesa alle famiglie.

    Invece, rispetto alle istituzioni, immagino che voi comunichiate soprattutto con Comune di Milano. Da questo punto di vista come sta andando?

    Con QuBì noi abbiamo sempre l’assistente sociale di riferimento che è Franca Primavera. Quindi con lei i contatti non sono cambiati, ma adesso sono praticamente quotidiani. C’è sempre un accordo sulle modalità di lavoro della rete. Cerchiamo di mantenere l’incontro della cabina di regia tramite Skype, o tramite Zoom, per darci un aggiornamento sul lavoro. Quindi, da questo punto di vista, il rapporto con il Comune di Milano per QuBì e il rapporto con l’assistente sociale sono continuati come prima.

    M’interessa capire se avete avuto anche dei problemi o se sta filando tutto liscio. Mi viene in mente anche la questione dei buoni spesa, per cui c’è stata una certa difficoltà ad accedere al sito da parte di alcune famiglie.

    Su questo abbiamo avuto l’aiuto di questi volontari della Bocconi [sportello di tutela diritti e legalità gestito dall’Università Bocconi, attivo in quartiere dal 2019 e ospitato all’interno dello spazio Off Campus]. Anche l’aiuto di questi ragazzi ha rappresentato un intensificarsi di rapporti che prima non c’erano. Era capitato d’inviare qualche famiglia al loro sportello per la domanda alle case popolari. Però davvero c’è stata una disponibilità grandissima da parte di questi ragazzi. Anche altri ragazzi del Politecnico hanno dato disponibilità per fare il doposcuola ai ragazzini, per intrattenerli, supportarli con le videochiamate.

    Sulle altre attività ti dico solo due parole: alcune attività stanno continuando online. Stanno avendo anche un buon riscontro. Per il resto tutte le attività fatte con i bambini nei cortili chiaramente adesso sono in sospeso. Il doposcuola che avevamo in viale Mar Jonio va avanti via WhatsApp, con praticamente tutti i bambini che frequentavano, mentre le scuole di italiano hanno completamente sospeso le lezioni e si ponevano anche il problema di non poter riaprire se rimangono queste le direttive. Loro forse non potranno ricominciare neanche a settembre. Vedremo.