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  • Dal gruppo al singolo: il doposcuola Qubì durante il lockdown

    Dal gruppo al singolo: il doposcuola Qubì durante il lockdown

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Lorenzo Marasco è educatore presso la Cooperativa Sociale Comunità Progetto e coordina le attività educative del progetto QuBì Selinunte, promosso da Fondazione Cariplo. Valentina Santoro è educatrice presso la Cooperativa Sociale Nuovi Orizzonti e segue con l’attività di doposcuola alcuni studenti e studentesse delle scuole elementari del quartiere.

    Come funzionava il servizio di doposcuola?
    V.S.: Inizialmente l’attività educativa del progetto QuBì era stata pensata come “educativa di strada”, ma con l’avvio del progetto abbiamo riscontrato che il sostegno scolastico era un’esigenza molto forte che emergeva dalle famiglie del quartiere.

    L.M.: Prima dell’emergenza l’attività di doposcuola si svolgeva in uno spazio in via Mar Jonio 3 e ha accolto bambini sia delle elementari che delle medie, tutti i venerdì. Quando abbiamo iniziato la lista di attesa era molto ampia e abbiamo dovuto fare una selezione.
    L’attività era organizzata su due turni, il primo con i ragazzi delle medie e il secondo con le quelli delle elementari ed era scandito da una pausa per la merenda per facilitare la relazione nel gruppo e da giochi quando capitava che qualcuno finisse prima i compiti.

    Quando non è stato più possibile condurre l’attività in presenza, come vi siete riorganizzati?
    L.M.: In generale la rete di QuBì ha fatto molta fatica a riconnettersi di fronte all’emergenza. Le azioni che facevano riferimento allo sportello sociale di orientamento QuBì sono state un po’ travolte dall’urgenza alimentare e quindi l’assetto organizzativo del progetto ha dovuto riadattarsi alla nuova situazione.
    Le attività educativo-sportive di box e danza del progetto sono state temporaneamente sospese mentre il doposcuola è stato trasformato in doposcuola individuale online usando prevalentemente WhatsApp. Abbiamo ricontattato tutti i bambini iscritti al doposcuola: circa la metà non ha aderito al servizio online mentre l’altra metà li abbiamo abbinati alle educatrici e ai volontari.

    V.S.: Ad oggi sono 28 minori, 16 delle medie e 12 delle elementari che gestiamo io e la mia collega insieme ad alcuni volontari Scout e altri volontari che fanno parte del Laboratorio di Quartiere.

    Tutti i bambini avevano già un dispostivi adatto a fare doposcuola online?
     V.S.: All’inizio eravamo molto preoccupati che non avessero dispositivi e connessioni, invece abbiamo riscontrato che loro per quanto riguarda il cellulare, WhatsApp erano autonomi, qualcuno aveva anche il pc o il tablet.

    E voi attraverso il doposcuola avete avuto modo anche di parlare anche con i genitori?
    L.M.: Si e inizialmente si è cercato di capire se rilevavamo altri bisogni ma a parte una richiesta di tablet o pc non sono emerse altre richieste. Sono nuclei fragili ma che non hanno patito subito una condizione di crisi. Noi abbiamo dato disponibilità ad orientarli ai servizi presenti sul territorio.
    V.S.: In generale le famiglie hanno rispettato molto le restrizioni, alcuni erano molto spaventati poiché  non riuscivano a capire bene la situazione relativa all’emergenza Covid. Poi i genitori ci hanno riportato la difficoltà di stare al passo con la scuola, di usare le piattaforme per la didattica a distanza.

    Li avete visti cambiare in questi mesi?
    V.S.: Nei bambini delle elementari mi è sembrato di notare un leggero peggioramento scolastico, in particolare rispetto all’espressione della lingua italiana.

    Tu come hai vissuto questo momento?
    VS: All’inizio ero un po’ in difficoltà perché mi sentivo un po’ inutile. Mi sembrava di non poter dare l’aiuto giusto attraverso uno schermo! Poi con il tempo ci siamo tutti un po’ abituati, anche i bambini sono diventati più responsabili e organizzati.
    È però mancato l’aspetto relazionale  e  le dinamiche di relazione in gruppo che ritrovavamo nel doposcuola in presenza. Inoltre nella didattica a distanza avevamo solo il tempo di svolgere i compiti, perdendo di conseguenza  la parte più educativa e relazionale del doposcuola.

    Avete in previsione di rivederli adesso?
    V.S.: Abbiamo consegnato a casa di ognuno un piccolo omaggio contenente materiale scolastico. Alcuni di loro sono interessati a partecipare ai centri estivi.

  • Il Comitato genitori: un’antenna di quartiere

    Il Comitato genitori: un’antenna di quartiere

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Margherita Calvi è membro dell’Assemblea dei genitori della scuola primaria Cadorna, sita in via Carlo Dolci. Il suo è un altro punto di vista che parte dalla scuola e raggiunge il quartiere San Siro. Il lavoro dei rappresentanti di classe nel periodo d’emergenza è stato, infatti, pienamente “territoriale”. Alcuni genitori hanno favorito la comunicazione tra famiglie e istituzione scolastica, raccogliendo esigenze e bisogni e riportando richieste e informazioni provenienti dalla dirigenza e dal corpo docente. Margherita esprime anche la sua preoccupazione per l’inizio del nuovo anno scolastico. A distanza di più di un mese dalla nostra chiacchierata telefonica, le indicazioni ministeriali per la gestione delle riaperture non sono ancora chiare.

    Di solito l’attività precipua portata avanti da molti genitori dell’I.C. Cadorna confluisce nell’opera delle Commissioni nate in seno all’Assemblea (Intercultura, Informatica, Inclusione, Mensa, La scuola si fa bella, la commissione che organizza la marcia…) e nelle attività dell’Associazione sportiva dilettantistica culturale Cadorna che organizza i corsi extracurriculari e sostiene anche progetti curricolari specifici. Ovviamente tutte queste attività sono state sospese durante l’emergenza. Abbiamo allora provato a mettere in contatto, attraverso i gruppi WhatsApp e l’invio di piccoli video, i bambini dei corsi extracurricolari con i loro insegnanti, per mantenere un po’ la relazione e la vicinanza. Tutto comunque è partito un po’ a rilento. Diciamo che i primi contatti sono avvenuti ad aprile. L’attività dell’Associazione Cadorna si è poi focalizzata sui vari bisogni del quartiere. Il lavoro dei genitori è stato più a un livello istituzionale, tra rappresentanti, organi dell’istituto e il Consiglio d’Istituto. Di fatto, sono stati investiti di un ruolo effettivo tutti i rappresentanti di classe, indipendentemente dal fatto che fossero dei genitori più o meno attivi nella scuola in altre forme. Tutti sono stati chiamati a svolgere un ruolo fondamentale, perché fin dall’inizio i rappresentanti di classe hanno garantito un canale di comunicazione tra scuola e famiglie. Erano gli unici ad avere contatto con gli insegnanti e fin dalla prima settimana sono stati quelli che hanno dovuto mettere in rete la funzionalità della scuola a distanza.

    Quindi gli insegnanti contattavano i rappresentanti di classe e da lì gli altri genitori?
    I rappresentanti di classe dovevano girare ogni cosa che provenisse dagli insegnanti ai genitori e ogni cosa che proveniva dai genitori agli insegnanti. Questo è stato il lavoro di molti dei genitori rappresentanti di classe.

    Ciò è avvenuto in maniera omogenea?
    Nelle singole classi c’erano cose parzialmente differenti, con anche parecchie disparità. Però nella stragrande maggioranza dei casi la didattica a distanza è iniziata in aprile. In particolare, la grossa parte del lavoro è iniziata dopo il 20 aprile perché la circolare emessa dal preside prima di Pasqua lo ha imposto, è stata la prima che ha dato una direttiva generale su quanto, quando e come in ogni classe si dovessero organizzare le lezioni. In quasi tutte le classi era iniziata la sperimentazione di Zoom, però con una frequenza mono o bisettimanale e quasi sempre senza passaggi di contenuti didattici. Erano delle videochiamate di classe, dei saluti o alcune sperimentazioni con lavori in piccoli gruppi. Però non tutti i giorni, con una modalità abbastanza generica. Il grosso lavoro dei rappresentanti di classe riguardava il farsi carico di quello che gli insegnanti chiedevano e il farsi un po’ promotori. Hanno fatto in modo di riagganciare bambini che non si erano fatti vivi, o genitori che non si erano più fatti vivi, quindi di trovare nuovi modi, numeri di telefono, contatti, telefonate, facendoli chiamare dalle mamme dei compagni che sapevano la loro lingua, dalle vicine di casa… Se ne sono inventate di tutti i colori per raggiungere i bambini che erano meno raggiungibili.

    Quindi si è innescata una collaborazione tra insegnanti e genitori?
    Sicuramente una collaborazione con gli insegnanti, ma anche molto a livello di promozione sociale individuale: tutti e due i fronti. Gli insegnanti facevano il loro e i genitori anche. L’altra cosa che i genitori hanno fatto è stata di cercare di garantire un passaggio d’informazioni, di raccolta di feedback, di scambio di vedute, per arrivare a fare una proposta in Consiglio d’Istituto di alcune idee migliorative. L’abbiamo sempre pensato come un piano di collaborazione. Abbiamo sempre cercato di mostrare quanto era necessario cogliere i punti di vista di tutti, metterli sul tavolo e lavorarci insieme. Non c’era alternativa in una situazione in cui non c’erano più i muri delle classi, ma c’erano le nostre case. Non era pensabile che le idee su cosa fare non venissero anche dal punto di vista quotidiano di chi stava a casa. Nel tempo è cambiata molto anche la percezione di tutti noi genitori, perché inizialmente forse eravamo un po’ dell’idea che questa situazione si sarebbe risolta presto, che si trattava solo di attendere, che bisognava sospendere tutto e aspettare. Non c’era un grande investimento sulla necessità di far funzionare la didattica a distanza. Col tempo, con le settimane, questa esigenza è sopraggiunta e sicuramente è stata sentita molto anche dalle famiglie. Tutti abbiamo cercato di farla nostra. La modalità con cui ciò è avvenuto è stata molto corale, non dirigenziale: questo è stato anche un bene.

    È singolare vedere la diversa reattività che hanno avuto le università rispetto alle scuole.
    Sì, in particolare nelle scuole primarie sicuramente c’è stato un tema d’impreparazione di tutti, a livello tecnico. Un universitario si presume che abbia già acquisito capacità di base e possegga gli strumenti perché già li sta usando, perché è già abituato e autonomo. Noi tutti abbiamo dovuto sgrezzare le nostre abitudini. Sono avvenuti dei piccoli miracoli, in un certo senso, perché era una cosa assolutamente impensabile per la maggior parte delle famiglie. Ci sono mamme che hanno dovuto imparare a fare i compiti e a prendere i compiti senza saper leggere l’italiano, mamme che le prime settimane guardavano i messaggi WhatsApp e non sapevano distinguere le cose: riuscivano a fare con i figli i compiti di matematica, perché distinguevano i numeri, mentre i messaggi con le lettere non li capivano, quindi li lasciavano lì, non sapevano se si trattava di compiti o no, e il bambino di prima o di seconda non era ancora in grado di capirlo in autonomia. Questo per dire da dove si partiva. Quindi riuscire a far capire quali potessero essere le modalità per rendere accessibile la didattica era difficilissimo, sia per i genitori, sia per i rappresentanti. Ma anche per gli insegnanti è stato difficile: riuscire a capire se devi metterti in contatto diretto con quella famiglia, se traduci tutto in vocale, o se traduci nelle varie lingue, ecc. Perché sì abbiamo i mediatori, ma non in modo così capillare, così costante. Non è che possiamo far scendere in campo i mediatori per ogni singola comunicazione. Era necessario che i bambini ricevessero una spiegazione per essere più autonomi, quindi che ogni compito fosse adeguatamente spiegato. Questa esigenza a un certo punto è diventata chiara ai docenti, che vedevano i risultati di questo lavoro. I maestri hanno imparato a dover anticipare. E lì davvero si è vista l’abilità degli insegnanti, che sono migliorati tantissimo in questi mesi: hanno imparato a gestire tutte queste difficoltà, questi modi di fare didattica, dando tempo a tutti per evitare che i bambini facessero cose senza aver capito niente.

    Quindi queste relazioni tra genitori e tra genitori e insegnanti sono venute tutte tramite telefono e WhatsApp?
    La maggior parte delle interazioni è avvenuta tramite WhatsApp. Nei gruppi di genitori attivi, quelli del Consiglio d’Istituto, ci sono stati anche scambi su Zoom. Il coordinamento è stato portato avanti da parte degli apicali e dal presidente del Consiglio d’Istituto. A livello di classe ovviamente i rappresentanti si sono sentiti. Quello che sappiamo è che i docenti stessi hanno dovuto utilizzare per il coordinamento una quantità di tempo enorme. A loro è stato richiesto uno sforzo enorme, mai successo prima, di coordinamento: decisioni, ri-decisioni, verifica delle decisioni, ogni scelta anche minima bisognava stabilirla a livello di interclasse. Sono state raccolte tutte le mail dei genitori per utilizzare la piattaforma del registro elettronico, ma poi si è capito che quella strada non era percorribile. La scuola ha investito tantissimo nel reperimento di tablet. Ne ha distribuiti tanti, sono stati coperti tanti bisogni, in modo molto superiore alla media direi. Sono stati consegnati tablet e computer a gran parte di quelli che ne avevano bisogno, anche se i tempi sono stati lunghi per cui per alcuni si è raggiunto il risultato alla fine dell’anno.

    Rispetto a questo lavoro, con chi avete collaborato?
    A livello di progetto abbiamo collaborato molto con Sconfini e con le Staffette di Mutuo Soccorso. C’è stata un’ottima collaborazione tra la scuola e la cooperativa Tuttinsieme. È stata interpellata in modo diretto e si è strutturata una staffetta di volontari che hanno aiutato la scuola a raggiungere tutte le famiglie a cui sono stati dati i tablet e le connessioni – sono state date 40 connessioni. La rilevazione dei bisogni è stata fatta dai genitori per lo più. Questo è stato forse un problema perché non sono stati definiti criteri specifici per formare una graduatoria e le rilevazioni fatte dai genitori spesso non erano comparabili perché non basate sugli stessi criteri. Quindi un grande lavoro, un impegno condiviso che alla fine ha dato grandi risultati (190 tablet distribuiti e 40 connessioni sperimentali): abbiamo fatto degli errori, si poteva fare meglio, ma questo è parte di ogni esperienza umana. 

    E nell’ultimo periodo le cose sono migliorate?
    Nel mese di maggio si è raggiunto un buon livello di funzionamento e la maggior parte dei bambini si è sempre connessa per le lezioni online. Inizialmente credo che nessuno si aspettasse l’impatto che questo avrebbe avuto sui bambini: eravamo concentrati sul superamento dell’isolamento, sul bisogno di mantenere, seppure virtualmente, le relazioni con gli insegnanti e i compagni. Abbiamo invece tutti toccato con mano l’importanza che ha avuto dopo il 20 aprile la ripresa di un’attività didattica “in diretta” continuativa e quotidiana: i bambini erano profondamente assetati di contenuti, è stata restituita loro la gioia di imparare e la normalità della giornata con scadenze orarie e attività simili a quelle scolastiche, nel vuoto e nella paura che fino ad allora avevano certamente permeato le loro giornate. Da bambini assopiti sono tornati ad essere bambini interessati, pronti ad affrontare il mattino.
    Nel frattempo, si sono attivate le e-mail. I genitori hanno potuto inviare i lavori dei bambini per e-mail. Quindi si è creato un rapporto diretto con l’insegnante, perlomeno scritto. In alcune classi i docenti hanno usato anche il loro numero personale e si sono inseriti nei gruppi whatsapp, questo però non è stato lo standard. Si sono strutturate tante modalità di lavoro. Progressivamente è stato chiesto un impegno minore ai rappresentanti di classe, che prima facevano moltissimo. Io ho continuato comunque a ricevere quotidianamente tre o quattro telefonate o messaggi di persone che mi mandavano i compiti perché io li mandassi alle maestre, ad esempio. In ogni classe si sono mantenute svariate prassi di comunicazione coi docenti mediata dai rappresentanti, difficili da semplificare. I rappresentanti hanno fatto da tramite per bisogni di tutti i tipi. Dai bisogni scolastici, ai bisogni primari talvolta: cibo, beni essenziali, segnalazioni ai centri di aiuto del quartiere… La dimensione della condivisione scolastica si è allargata a una dimensione territoriale, di appartenenza a un quartiere di cui, attraverso le relazioni scolastiche, ci si prende cura: c’è stata una grande collaborazione.

  • Una scuola di quartiere

    Una scuola di quartiere

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Paola Radaelli, insegnate nella Scuola Primaria Carlo Dolci, ci racconta di questo periodo in cui la sua categoria ha dovuto reinventarsi, tra didattica a distanza, dispersione scolastica e nuove forme di collaborazione con i soggetti locali. Grazie al lavoro degli insegnanti, in contatto più di altri con le famiglie del quartiere, sono emersi nuovi bisogni: non solo la mancanza di computer o tablet, ma anche questioni legate a bisogni primari (cibo e salute innanzitutto). La fase di passaggio è durata alcune settimane. Non tutte le scuole hanno reagito allo stesso modo e hanno utilizzato le stesse strategie per far fronte all’emergenza. Quello che riportiamo è quindi un punto di vista su un territorio di pratiche frastagliate. Le lezioni per quest’anno sono finite. Rimangono molti interrogativi sull’inizio del nuovo anno e un’unica certezza: l’esigenza di tornare a ogni costo a scuola.

    8 maggio 2020
    La prima settimana ci siamo semplicemente fermati, perché non capivamo cosa succedeva. Dalla seconda settimana abbiamo invece cominciato a organizzarci, come si poteva. Abbiamo capito che la situazione stava prendendo una brutta piega, quindi abbiamo deciso di contattare tutti i bambini. Tramite i rappresentanti di classe – che stanno facendo un lavoro non splendido, di più, nel senso che sono veramente dei punti di riferimento importantissimi – abbiamo cercato di attivarci per entrare in relazione con questi bambini, da un punto di vista potremmo dire affettivo, più che didattico. Ognuno si è organizzato come meglio riteneva: videochiamate, Zoom, G Suite, o Teams, le piattaforme che abbiamo imparato a conoscere. Il tutto è stato lasciato un po’ alla libera interpretazione dei docenti. Con il primo collegio siamo stati invitati dalla vicaria e dal dirigente ad avere una relazione umana con i bambini e con le famiglie, per capire quali erano i bisogni, le loro esigenze. Abbiamo cercato di raggiungere tutti. Poi, a seconda delle risposte, si proseguiva. Siamo andati avanti così fino al decreto del 20 aprile. Dopo le cose sono cambiate. Dal 20 aprile siamo partiti con la didattica a distanza, obbligatoria. Tutti i giorni ci sono due o tre collegamenti a seconda delle classi. Generalmente vengono fatti con Zoom, perché anche reperire la mail per riuscire a entrare nel sistema dell’istituto non è facile. Tramite la mediatrice ci siamo dati un gran da fare, per cercare di arrivare ad avere contatti con tutti e cercando di portare avanti il programma in maniera il più possibile attinente a quella che era la programmazione didattica che ci siamo dati all’inizio dell’anno.

    Siete riusciti a ricontattare la maggioranza dei bambini?
    La stragrande maggioranza è stata contattata. Poi ci siamo resi conto che c’erano problemi di collegamento dovuti alla mancanza di device. Questo è un grossissimo problema. Quindi, con l’aiuto soprattutto di alcuni genitori e il sostegno del dirigente, sono stati consegnati un centinaio di device, se non mi sbaglio. Abbiamo offerto a quasi tutti i bambini la possibilità di connettersi, garantendo lo strumento, più che altro. Questo è già stato un passaggio importantissimo.

    In questo, a quanto ho capito, hanno dato una mano anche altre realtà associative del quartiere.
    Sono stati molto disponibili, anche per la consegna. Perché quest’ultima si è rivelata un problema sostanziale. Adesso il problema sono le connessioni. Nel senso che molti si collegano con la connessione del telefono, l’hot-spot del cellulare, però quando hai due o tre figli che devono fare il collegamento diventa difficile. I dati a disposizione finiscono. La prima consegna dei device è stata fatta ai bambini con difficoltà, DVA [diversamente abili]. Era fondamentale. La prima cosa che si è affrontata è stata questa: i bimbi con difficoltà dovevano essere assolutamente i primi a ricevere questi strumenti. Poi man mano si sono raggiunti gli altri.

    Come sta andando la relazione con i bambini?
    La relazione sta andando abbastanza bene. Mi sembra che ora la stragrande maggioranza si colleghi ora. Fai conto che noi abbiamo una media di 22-23 bambini per classe. Io penso che 18-19 bambini per classe si colleghino, ma non ho dati ufficiali. Poi non tutti i giorni sono uguali. Adesso è subentrato anche il Ramadan. Ci sono anche questi aspetti contingenti da considerare. Altra questione riguarda l’organizzazione in gruppi: perché non tutte le classi lavorano insieme, ma hanno fatto dei gruppi, soprattutto con i piccoli, in modo tale da poterli raggiungere facilmente. Perché se tu fai una riunione su Zoom con venti bambini di prima elementare, tutti insieme, non funziona.

    Quindi fate la stessa lezione con gruppi più piccoli?
    Esatto, soprattutto in prima e in seconda: 10 bambini e 10 bambini che fanno dalle 9:00 alle 10:45 italiano e l’altro gruppo della classe fa dalle 9:00 alle 10:45 matematica, per esempio. Poi le colleghe si scambiano i gruppi. Soprattutto con i piccoli. I collegamenti con i piccoli durano 45 minuti e sono due collegamenti al giorno. Con i più grandi sono anche tre collegamenti al giorno di 45 minuti, un’ora, dipende come va la giornata, da come va la lezione.

    Dal quartiere e dalle famiglie avete notizie?
    Con Sconfini e QuBì state fatte delle grandissime cose. Sconfini manda tutte le settimane il “Manuale di sopravvivenza”, un pdf con giochi e attività, cose che si possono fare a casa. Anche loro contattano personalmente i bambini che seguivano nel doposcuola. Poi c’è un progetto del Comune su Rom Sinti e Camminanti, che sta seguendo le famiglie con cui era in contatto già da prima. Poi si sono tutte le associazioni che si sono attivate per distribuire il cibo, perché quello è stato un altro grandissimo problema.

    Dall’ultima riunione che abbiamo avuto con la rete Sansheroes emergeva un quadro abbastanza drammatico. Anche voi avete questo rimando?
    Assolutamente sì. Io ho passato i primi quindici giorni dopo il 9 marzo, dopo la chiusura definitiva, ho passato veramente quindici giorni di angoscia, perché tutte le sere ricevevo tre o quattro telefonate di madri che piangevano disperate che dicevano: “Cosa gli diamo da mangiare?”. Poi il problema grosso è che a volte c’è timore nel segnalare certe situazioni di difficoltà, per paura dei servizi sociali. È proprio pesante questa situazione.

    Vi state già un po’ immaginando anche i prossimi mesi, oppure è molto presto?
    Siamo un po’ tutti angosciati. Nel senso che il nostro grosso problema non è tanto settembre. Per la didattica capiremo come organizzarci, come fare. Quanto a me, la cosa che mi preoccupa di più è: “Adesso, finita la scuola, questi bambini cosa faranno?”. Tra l’oratorio e il centro estivo c’erano tanti agganci. Questo è un problema anche per le famiglie meno in difficoltà. Va bene lo smart working, però, se a un certo punto riaprono parzialmente le aziende e devo stare a casa tre giorni a settimana e gli altri devo andare a lavorare, dove lascio i figli?

    E per quanto riguarda le valutazioni come vi siete comportati?
    Per ora non sono stati messi voti. Il lavoro che è stato fatto è stato fatto ancora senza verifiche, perché chiaramente sono piccoli, non sono alle superiori. Ne discuteremo in collegio giovedì, però si darà la precedenza al discorso della partecipazione, dell’interesse. Però anche lì subentra una questione: se il bambino non partecipa è perché non ha la possibilità di farlo? È un po’ tutto in forse: quando il problema è il mangiare il collegamento per le lezioni online diventa l’ultima delle questioni da affrontare.