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  • Il Comitato genitori: un’antenna di quartiere

    Il Comitato genitori: un’antenna di quartiere

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Margherita Calvi è membro dell’Assemblea dei genitori della scuola primaria Cadorna, sita in via Carlo Dolci. Il suo è un altro punto di vista che parte dalla scuola e raggiunge il quartiere San Siro. Il lavoro dei rappresentanti di classe nel periodo d’emergenza è stato, infatti, pienamente “territoriale”. Alcuni genitori hanno favorito la comunicazione tra famiglie e istituzione scolastica, raccogliendo esigenze e bisogni e riportando richieste e informazioni provenienti dalla dirigenza e dal corpo docente. Margherita esprime anche la sua preoccupazione per l’inizio del nuovo anno scolastico. A distanza di più di un mese dalla nostra chiacchierata telefonica, le indicazioni ministeriali per la gestione delle riaperture non sono ancora chiare.

    Di solito l’attività precipua portata avanti da molti genitori dell’I.C. Cadorna confluisce nell’opera delle Commissioni nate in seno all’Assemblea (Intercultura, Informatica, Inclusione, Mensa, La scuola si fa bella, la commissione che organizza la marcia…) e nelle attività dell’Associazione sportiva dilettantistica culturale Cadorna che organizza i corsi extracurriculari e sostiene anche progetti curricolari specifici. Ovviamente tutte queste attività sono state sospese durante l’emergenza. Abbiamo allora provato a mettere in contatto, attraverso i gruppi WhatsApp e l’invio di piccoli video, i bambini dei corsi extracurricolari con i loro insegnanti, per mantenere un po’ la relazione e la vicinanza. Tutto comunque è partito un po’ a rilento. Diciamo che i primi contatti sono avvenuti ad aprile. L’attività dell’Associazione Cadorna si è poi focalizzata sui vari bisogni del quartiere. Il lavoro dei genitori è stato più a un livello istituzionale, tra rappresentanti, organi dell’istituto e il Consiglio d’Istituto. Di fatto, sono stati investiti di un ruolo effettivo tutti i rappresentanti di classe, indipendentemente dal fatto che fossero dei genitori più o meno attivi nella scuola in altre forme. Tutti sono stati chiamati a svolgere un ruolo fondamentale, perché fin dall’inizio i rappresentanti di classe hanno garantito un canale di comunicazione tra scuola e famiglie. Erano gli unici ad avere contatto con gli insegnanti e fin dalla prima settimana sono stati quelli che hanno dovuto mettere in rete la funzionalità della scuola a distanza.

    Quindi gli insegnanti contattavano i rappresentanti di classe e da lì gli altri genitori?
    I rappresentanti di classe dovevano girare ogni cosa che provenisse dagli insegnanti ai genitori e ogni cosa che proveniva dai genitori agli insegnanti. Questo è stato il lavoro di molti dei genitori rappresentanti di classe.

    Ciò è avvenuto in maniera omogenea?
    Nelle singole classi c’erano cose parzialmente differenti, con anche parecchie disparità. Però nella stragrande maggioranza dei casi la didattica a distanza è iniziata in aprile. In particolare, la grossa parte del lavoro è iniziata dopo il 20 aprile perché la circolare emessa dal preside prima di Pasqua lo ha imposto, è stata la prima che ha dato una direttiva generale su quanto, quando e come in ogni classe si dovessero organizzare le lezioni. In quasi tutte le classi era iniziata la sperimentazione di Zoom, però con una frequenza mono o bisettimanale e quasi sempre senza passaggi di contenuti didattici. Erano delle videochiamate di classe, dei saluti o alcune sperimentazioni con lavori in piccoli gruppi. Però non tutti i giorni, con una modalità abbastanza generica. Il grosso lavoro dei rappresentanti di classe riguardava il farsi carico di quello che gli insegnanti chiedevano e il farsi un po’ promotori. Hanno fatto in modo di riagganciare bambini che non si erano fatti vivi, o genitori che non si erano più fatti vivi, quindi di trovare nuovi modi, numeri di telefono, contatti, telefonate, facendoli chiamare dalle mamme dei compagni che sapevano la loro lingua, dalle vicine di casa… Se ne sono inventate di tutti i colori per raggiungere i bambini che erano meno raggiungibili.

    Quindi si è innescata una collaborazione tra insegnanti e genitori?
    Sicuramente una collaborazione con gli insegnanti, ma anche molto a livello di promozione sociale individuale: tutti e due i fronti. Gli insegnanti facevano il loro e i genitori anche. L’altra cosa che i genitori hanno fatto è stata di cercare di garantire un passaggio d’informazioni, di raccolta di feedback, di scambio di vedute, per arrivare a fare una proposta in Consiglio d’Istituto di alcune idee migliorative. L’abbiamo sempre pensato come un piano di collaborazione. Abbiamo sempre cercato di mostrare quanto era necessario cogliere i punti di vista di tutti, metterli sul tavolo e lavorarci insieme. Non c’era alternativa in una situazione in cui non c’erano più i muri delle classi, ma c’erano le nostre case. Non era pensabile che le idee su cosa fare non venissero anche dal punto di vista quotidiano di chi stava a casa. Nel tempo è cambiata molto anche la percezione di tutti noi genitori, perché inizialmente forse eravamo un po’ dell’idea che questa situazione si sarebbe risolta presto, che si trattava solo di attendere, che bisognava sospendere tutto e aspettare. Non c’era un grande investimento sulla necessità di far funzionare la didattica a distanza. Col tempo, con le settimane, questa esigenza è sopraggiunta e sicuramente è stata sentita molto anche dalle famiglie. Tutti abbiamo cercato di farla nostra. La modalità con cui ciò è avvenuto è stata molto corale, non dirigenziale: questo è stato anche un bene.

    È singolare vedere la diversa reattività che hanno avuto le università rispetto alle scuole.
    Sì, in particolare nelle scuole primarie sicuramente c’è stato un tema d’impreparazione di tutti, a livello tecnico. Un universitario si presume che abbia già acquisito capacità di base e possegga gli strumenti perché già li sta usando, perché è già abituato e autonomo. Noi tutti abbiamo dovuto sgrezzare le nostre abitudini. Sono avvenuti dei piccoli miracoli, in un certo senso, perché era una cosa assolutamente impensabile per la maggior parte delle famiglie. Ci sono mamme che hanno dovuto imparare a fare i compiti e a prendere i compiti senza saper leggere l’italiano, mamme che le prime settimane guardavano i messaggi WhatsApp e non sapevano distinguere le cose: riuscivano a fare con i figli i compiti di matematica, perché distinguevano i numeri, mentre i messaggi con le lettere non li capivano, quindi li lasciavano lì, non sapevano se si trattava di compiti o no, e il bambino di prima o di seconda non era ancora in grado di capirlo in autonomia. Questo per dire da dove si partiva. Quindi riuscire a far capire quali potessero essere le modalità per rendere accessibile la didattica era difficilissimo, sia per i genitori, sia per i rappresentanti. Ma anche per gli insegnanti è stato difficile: riuscire a capire se devi metterti in contatto diretto con quella famiglia, se traduci tutto in vocale, o se traduci nelle varie lingue, ecc. Perché sì abbiamo i mediatori, ma non in modo così capillare, così costante. Non è che possiamo far scendere in campo i mediatori per ogni singola comunicazione. Era necessario che i bambini ricevessero una spiegazione per essere più autonomi, quindi che ogni compito fosse adeguatamente spiegato. Questa esigenza a un certo punto è diventata chiara ai docenti, che vedevano i risultati di questo lavoro. I maestri hanno imparato a dover anticipare. E lì davvero si è vista l’abilità degli insegnanti, che sono migliorati tantissimo in questi mesi: hanno imparato a gestire tutte queste difficoltà, questi modi di fare didattica, dando tempo a tutti per evitare che i bambini facessero cose senza aver capito niente.

    Quindi queste relazioni tra genitori e tra genitori e insegnanti sono venute tutte tramite telefono e WhatsApp?
    La maggior parte delle interazioni è avvenuta tramite WhatsApp. Nei gruppi di genitori attivi, quelli del Consiglio d’Istituto, ci sono stati anche scambi su Zoom. Il coordinamento è stato portato avanti da parte degli apicali e dal presidente del Consiglio d’Istituto. A livello di classe ovviamente i rappresentanti si sono sentiti. Quello che sappiamo è che i docenti stessi hanno dovuto utilizzare per il coordinamento una quantità di tempo enorme. A loro è stato richiesto uno sforzo enorme, mai successo prima, di coordinamento: decisioni, ri-decisioni, verifica delle decisioni, ogni scelta anche minima bisognava stabilirla a livello di interclasse. Sono state raccolte tutte le mail dei genitori per utilizzare la piattaforma del registro elettronico, ma poi si è capito che quella strada non era percorribile. La scuola ha investito tantissimo nel reperimento di tablet. Ne ha distribuiti tanti, sono stati coperti tanti bisogni, in modo molto superiore alla media direi. Sono stati consegnati tablet e computer a gran parte di quelli che ne avevano bisogno, anche se i tempi sono stati lunghi per cui per alcuni si è raggiunto il risultato alla fine dell’anno.

    Rispetto a questo lavoro, con chi avete collaborato?
    A livello di progetto abbiamo collaborato molto con Sconfini e con le Staffette di Mutuo Soccorso. C’è stata un’ottima collaborazione tra la scuola e la cooperativa Tuttinsieme. È stata interpellata in modo diretto e si è strutturata una staffetta di volontari che hanno aiutato la scuola a raggiungere tutte le famiglie a cui sono stati dati i tablet e le connessioni – sono state date 40 connessioni. La rilevazione dei bisogni è stata fatta dai genitori per lo più. Questo è stato forse un problema perché non sono stati definiti criteri specifici per formare una graduatoria e le rilevazioni fatte dai genitori spesso non erano comparabili perché non basate sugli stessi criteri. Quindi un grande lavoro, un impegno condiviso che alla fine ha dato grandi risultati (190 tablet distribuiti e 40 connessioni sperimentali): abbiamo fatto degli errori, si poteva fare meglio, ma questo è parte di ogni esperienza umana. 

    E nell’ultimo periodo le cose sono migliorate?
    Nel mese di maggio si è raggiunto un buon livello di funzionamento e la maggior parte dei bambini si è sempre connessa per le lezioni online. Inizialmente credo che nessuno si aspettasse l’impatto che questo avrebbe avuto sui bambini: eravamo concentrati sul superamento dell’isolamento, sul bisogno di mantenere, seppure virtualmente, le relazioni con gli insegnanti e i compagni. Abbiamo invece tutti toccato con mano l’importanza che ha avuto dopo il 20 aprile la ripresa di un’attività didattica “in diretta” continuativa e quotidiana: i bambini erano profondamente assetati di contenuti, è stata restituita loro la gioia di imparare e la normalità della giornata con scadenze orarie e attività simili a quelle scolastiche, nel vuoto e nella paura che fino ad allora avevano certamente permeato le loro giornate. Da bambini assopiti sono tornati ad essere bambini interessati, pronti ad affrontare il mattino.
    Nel frattempo, si sono attivate le e-mail. I genitori hanno potuto inviare i lavori dei bambini per e-mail. Quindi si è creato un rapporto diretto con l’insegnante, perlomeno scritto. In alcune classi i docenti hanno usato anche il loro numero personale e si sono inseriti nei gruppi whatsapp, questo però non è stato lo standard. Si sono strutturate tante modalità di lavoro. Progressivamente è stato chiesto un impegno minore ai rappresentanti di classe, che prima facevano moltissimo. Io ho continuato comunque a ricevere quotidianamente tre o quattro telefonate o messaggi di persone che mi mandavano i compiti perché io li mandassi alle maestre, ad esempio. In ogni classe si sono mantenute svariate prassi di comunicazione coi docenti mediata dai rappresentanti, difficili da semplificare. I rappresentanti hanno fatto da tramite per bisogni di tutti i tipi. Dai bisogni scolastici, ai bisogni primari talvolta: cibo, beni essenziali, segnalazioni ai centri di aiuto del quartiere… La dimensione della condivisione scolastica si è allargata a una dimensione territoriale, di appartenenza a un quartiere di cui, attraverso le relazioni scolastiche, ci si prende cura: c’è stata una grande collaborazione.

  • Una scuola di quartiere

    Una scuola di quartiere

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Paola Radaelli, insegnate nella Scuola Primaria Carlo Dolci, ci racconta di questo periodo in cui la sua categoria ha dovuto reinventarsi, tra didattica a distanza, dispersione scolastica e nuove forme di collaborazione con i soggetti locali. Grazie al lavoro degli insegnanti, in contatto più di altri con le famiglie del quartiere, sono emersi nuovi bisogni: non solo la mancanza di computer o tablet, ma anche questioni legate a bisogni primari (cibo e salute innanzitutto). La fase di passaggio è durata alcune settimane. Non tutte le scuole hanno reagito allo stesso modo e hanno utilizzato le stesse strategie per far fronte all’emergenza. Quello che riportiamo è quindi un punto di vista su un territorio di pratiche frastagliate. Le lezioni per quest’anno sono finite. Rimangono molti interrogativi sull’inizio del nuovo anno e un’unica certezza: l’esigenza di tornare a ogni costo a scuola.

    8 maggio 2020
    La prima settimana ci siamo semplicemente fermati, perché non capivamo cosa succedeva. Dalla seconda settimana abbiamo invece cominciato a organizzarci, come si poteva. Abbiamo capito che la situazione stava prendendo una brutta piega, quindi abbiamo deciso di contattare tutti i bambini. Tramite i rappresentanti di classe – che stanno facendo un lavoro non splendido, di più, nel senso che sono veramente dei punti di riferimento importantissimi – abbiamo cercato di attivarci per entrare in relazione con questi bambini, da un punto di vista potremmo dire affettivo, più che didattico. Ognuno si è organizzato come meglio riteneva: videochiamate, Zoom, G Suite, o Teams, le piattaforme che abbiamo imparato a conoscere. Il tutto è stato lasciato un po’ alla libera interpretazione dei docenti. Con il primo collegio siamo stati invitati dalla vicaria e dal dirigente ad avere una relazione umana con i bambini e con le famiglie, per capire quali erano i bisogni, le loro esigenze. Abbiamo cercato di raggiungere tutti. Poi, a seconda delle risposte, si proseguiva. Siamo andati avanti così fino al decreto del 20 aprile. Dopo le cose sono cambiate. Dal 20 aprile siamo partiti con la didattica a distanza, obbligatoria. Tutti i giorni ci sono due o tre collegamenti a seconda delle classi. Generalmente vengono fatti con Zoom, perché anche reperire la mail per riuscire a entrare nel sistema dell’istituto non è facile. Tramite la mediatrice ci siamo dati un gran da fare, per cercare di arrivare ad avere contatti con tutti e cercando di portare avanti il programma in maniera il più possibile attinente a quella che era la programmazione didattica che ci siamo dati all’inizio dell’anno.

    Siete riusciti a ricontattare la maggioranza dei bambini?
    La stragrande maggioranza è stata contattata. Poi ci siamo resi conto che c’erano problemi di collegamento dovuti alla mancanza di device. Questo è un grossissimo problema. Quindi, con l’aiuto soprattutto di alcuni genitori e il sostegno del dirigente, sono stati consegnati un centinaio di device, se non mi sbaglio. Abbiamo offerto a quasi tutti i bambini la possibilità di connettersi, garantendo lo strumento, più che altro. Questo è già stato un passaggio importantissimo.

    In questo, a quanto ho capito, hanno dato una mano anche altre realtà associative del quartiere.
    Sono stati molto disponibili, anche per la consegna. Perché quest’ultima si è rivelata un problema sostanziale. Adesso il problema sono le connessioni. Nel senso che molti si collegano con la connessione del telefono, l’hot-spot del cellulare, però quando hai due o tre figli che devono fare il collegamento diventa difficile. I dati a disposizione finiscono. La prima consegna dei device è stata fatta ai bambini con difficoltà, DVA [diversamente abili]. Era fondamentale. La prima cosa che si è affrontata è stata questa: i bimbi con difficoltà dovevano essere assolutamente i primi a ricevere questi strumenti. Poi man mano si sono raggiunti gli altri.

    Come sta andando la relazione con i bambini?
    La relazione sta andando abbastanza bene. Mi sembra che ora la stragrande maggioranza si colleghi ora. Fai conto che noi abbiamo una media di 22-23 bambini per classe. Io penso che 18-19 bambini per classe si colleghino, ma non ho dati ufficiali. Poi non tutti i giorni sono uguali. Adesso è subentrato anche il Ramadan. Ci sono anche questi aspetti contingenti da considerare. Altra questione riguarda l’organizzazione in gruppi: perché non tutte le classi lavorano insieme, ma hanno fatto dei gruppi, soprattutto con i piccoli, in modo tale da poterli raggiungere facilmente. Perché se tu fai una riunione su Zoom con venti bambini di prima elementare, tutti insieme, non funziona.

    Quindi fate la stessa lezione con gruppi più piccoli?
    Esatto, soprattutto in prima e in seconda: 10 bambini e 10 bambini che fanno dalle 9:00 alle 10:45 italiano e l’altro gruppo della classe fa dalle 9:00 alle 10:45 matematica, per esempio. Poi le colleghe si scambiano i gruppi. Soprattutto con i piccoli. I collegamenti con i piccoli durano 45 minuti e sono due collegamenti al giorno. Con i più grandi sono anche tre collegamenti al giorno di 45 minuti, un’ora, dipende come va la giornata, da come va la lezione.

    Dal quartiere e dalle famiglie avete notizie?
    Con Sconfini e QuBì state fatte delle grandissime cose. Sconfini manda tutte le settimane il “Manuale di sopravvivenza”, un pdf con giochi e attività, cose che si possono fare a casa. Anche loro contattano personalmente i bambini che seguivano nel doposcuola. Poi c’è un progetto del Comune su Rom Sinti e Camminanti, che sta seguendo le famiglie con cui era in contatto già da prima. Poi si sono tutte le associazioni che si sono attivate per distribuire il cibo, perché quello è stato un altro grandissimo problema.

    Dall’ultima riunione che abbiamo avuto con la rete Sansheroes emergeva un quadro abbastanza drammatico. Anche voi avete questo rimando?
    Assolutamente sì. Io ho passato i primi quindici giorni dopo il 9 marzo, dopo la chiusura definitiva, ho passato veramente quindici giorni di angoscia, perché tutte le sere ricevevo tre o quattro telefonate di madri che piangevano disperate che dicevano: “Cosa gli diamo da mangiare?”. Poi il problema grosso è che a volte c’è timore nel segnalare certe situazioni di difficoltà, per paura dei servizi sociali. È proprio pesante questa situazione.

    Vi state già un po’ immaginando anche i prossimi mesi, oppure è molto presto?
    Siamo un po’ tutti angosciati. Nel senso che il nostro grosso problema non è tanto settembre. Per la didattica capiremo come organizzarci, come fare. Quanto a me, la cosa che mi preoccupa di più è: “Adesso, finita la scuola, questi bambini cosa faranno?”. Tra l’oratorio e il centro estivo c’erano tanti agganci. Questo è un problema anche per le famiglie meno in difficoltà. Va bene lo smart working, però, se a un certo punto riaprono parzialmente le aziende e devo stare a casa tre giorni a settimana e gli altri devo andare a lavorare, dove lascio i figli?

    E per quanto riguarda le valutazioni come vi siete comportati?
    Per ora non sono stati messi voti. Il lavoro che è stato fatto è stato fatto ancora senza verifiche, perché chiaramente sono piccoli, non sono alle superiori. Ne discuteremo in collegio giovedì, però si darà la precedenza al discorso della partecipazione, dell’interesse. Però anche lì subentra una questione: se il bambino non partecipa è perché non ha la possibilità di farlo? È un po’ tutto in forse: quando il problema è il mangiare il collegamento per le lezioni online diventa l’ultima delle questioni da affrontare. 

     

  • Accesso ai diritti nell’emergenza: la prospettiva della clinica legale

    Accesso ai diritti nell’emergenza: la prospettiva della clinica legale

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.

    Dall’autunno 2019 l’Università Bocconi, con il coordinamento della professoressa Melissa Miedico e il coinvolgimento di alcuni studenti impegnati nelle legal clinics, ha dato vita ad uno sportello di orientamento in ambito giuridico per la tutela dei diritti, ospitato due giorni a settimana all’interno dello Spazio Off Campus del Politecnico di Milano. A causa dell’emergenza da COVID-19 le attività dello sportello sono state sospese per essere tuttavia ri-organizzate a distanza, dando vita a importanti sinergie con il resto della rete. Abbiamo chiesto a Melissa Miedico, coordinatrice del progetto e a Maria Nicolosi, una delle studentesse coinvolte, come stia funzionando questa nuova fase.

    Quali attività state portando avanti e con quali modalità?

    M.M.  L’attività degli studenti della clinica legale che si svolgeva presso lo sportello di via Gigante è stata sospesa a causa dell’emergenza Covid, continuando però online tramite mail a cui gli utenti già si rivolgevano (legalclinics.sansiro@gmail.com). Gli studenti si stanno anche alternando nel fornire il loro supporto agli utenti che si rivolgono allo sportello telefonico del progetto QuBì attivato proprio nel quartiere e attualmente molto impegnato sul supporto ai cittadini più fragili nell’emergenza. Il gruppo della clinica legale dell’Università Bocconi si è poi impegnato in un’ulteriore attività: la redazione di documenti informativi che possano essere utili sia agli operatori e ai volontari della rete di San Siro sia  agli abitanti del quartiere. Si tratta di documenti che riassumono le disposizioni contenute nei vari DPCM, così come quelle emanate da Regione e Comune: i ragazzi hanno studiato e tentato di sistematizzare nel modo più chiaro ed accessibile possibile (anche per una utenza non italofona) le regole in materia di circolazione, le indicazioni in tema di distanziamento, i requisiti per accedere ai vari contributi assistenziali, la sospensione dei termini processuali o la proroga di validità di alcuni documenti personali. Hanno anche cercato di raccogliere i contatti delle associazioni e delle realtà su scala cittadina a cui ci si può rivolgere per le diverse necessità (viveri, pasti caldi, pannolini, vestiti, scarpe ecc.).

    Le richieste che ricevete quindi sono diverse da prima?

    M.M. Dal punto di vista quantitativo abbiamo registrato più di 70 accessi nel periodo di apertura bisettimanale dello sportello (ottobre-gennaio). Da fine marzo abbiamo potuto riprendere i contatti con le persone via mail o per via telefonica, su richiesta di alcune associazioni che ci mettevano in contatto con gli utenti che richiedevano un supporto in ambito giuridico-burocratico: ad oggi (fine maggio) abbiamo avuto più di 40 contatti.
    Sul piano qualitativo, invece, abbiamo assistito ad uno spostamento dei bisogni ad un livello assolutamente primario. Nel periodo precedente all’emergenza, le nostre attività consistevano prevalentemente nell’informare e sostenere i nostri utenti su questioni come l’iscrizione alle graduatorie per l’assegnazione di  case popolari, l’iscrizione a scuola (anche alle scuole di italiano per le mamme), iscrizioni ai nidi, il permesso di soggiorno, il ricongiungimento famigliare; capitava anche che supportassimo gli utenti nella richiesta di varie tipologie di sussidi, ma si trattava di persone che ci parevano inserite nel contesto sociale, che avevano già (almeno in parte) risolto i problemi primari e soddisfatto i bisogni essenziali. Oggi invece vediamo un quartiere in ginocchio, che ha bisogno di cibo per sfamarsi. Anche persone che, in precedenza, non ci parevano in difficoltà economica, ora ci paiono in una situazione di povertà assoluta. La disponibilità di lavori precari, accessibili – di fatto – anche a stranieri irregolari (pur potendo questo costituire – per il datore di lavoro – un vero e proprio illecito penale), ci pare consentisse alle famiglie di affrontare e sostenere le necessità della vita quotidiana, benché con alcune rinunce e difficoltà: oggi invece queste stesse famiglie sono costrette a chiedere il pacco viveri, perché magari entrambi i genitori sono stati licenziati in tronco improvvisamente o sono stati costretti a prendere un periodo di aspettativa non retribuito.
    La sensazione poi è che ci sia un’esasperazione delle situazioni: c’è il caso di una persona che seguivamo, che vive in una abitazione di edilizia popolare in un semi-interrato, in un alloggio piccolo (sotto-soglia) e totalmente insalubre, con importanti problemi di infiltrazioni: la vita per due mesi con i bambini in questo ambiente ha reso inumana la sua situazione complessiva, non solo abitativa. Sono persone che temiamo possano in qualche modo implodere.

    M.N. –  Tra coloro che si rivolgono a noi, ci sono persone che già frequentavano lo sportello, ma a queste se ne sono aggiunte di nuove. Le problematiche per cui ci contattano sono quasi sempre assistenziali, legate ai bisogni primari: cibo, un pasto caldo, cartoleria e supporti elettronici per i bambini in età scolare… Si sono rivolti a noi anche per richieste di medicinali, medicine essenziali come il paracetamolo. Le problematiche legate alla casa, per esempio, sembrano essere passate in secondo piano. Gli italiani che ci contattano, come avveniva anche prima allo sportello, sono molto pochi, potendo contare, forse, su una rete più fitta di supporto e assistenza. La fascia di età invece è un poco più alta; prima allo sportello venivano persone sui 20-40 anni; ora chiamano padri e madri di famiglia, anche di 50-60 anni.  

    Nella vostra percezione, come stanno rispondendo le istituzioni alla situazione? Le misure messe in campo riescono a raggiungere il quartiere?

    M.N. –  Alcune risposte istituzionali ci sono, ma il problema è accedere a queste risorse. La domanda per i buoni spesa del Comune per esempio era scritta in un italiano difficile, abbiamo individuato nel modulo una serie di doppie negazioni difficili da comprendere per chiunque. Le tempistiche poi sono piuttosto lunghe: ci sono persone che hanno fatto la domanda e per due settimane sono rimaste in attesa. Per accedere ad alcune misure vi sono grandissimi ostacoli: noi abbiamo fornito un supporto anche tecnologico, perché le capacità e i mezzi a disposizione di alcune persone non consentivano di compilare il modulo online o a mandare una mail. Le richieste di pacchi viveri sono tante, talvolta anche più di quelle disponibili, importante – in questo senso – è stata la collaborazione delle associazioni di volontariato e i progetti (come QuBi sostenuto da Fondazione Cariplo, Save the Children, Medici senza frontiere, le parrocchie, le varie cooperative e progetti attivi nel quartiere) che lavorano da anni sul territorio, lo conoscono bene e hanno potuto, forse un poco più celermente, intervenire nelle situazioni di maggiore emergenza.

    M.M.  C’è una grande confusione sugli aiuti e il rischio di sovrapposizioni, duplicazioni… Le persone hanno avuto tanta paura (anche legata alla scarsità di informazioni iniziali), si sono trovate sole, chiuse in casa, bombardate da notizie allarmanti che solo in parte potevano comprendere ed in grave stato di bisogno; hanno quindi chiesto aiuto in tutte le direzioni, spaventate dal timore di non ricevere nulla. Se sei in emergenza e i soldi per fare la spesa ti arrivano dopo più di 15 giorni è un problema. In larga parte, la comunità ha accettato con responsabilità e spirito di collaborazione (e talvolta rassegnazione) queste difficoltà, comprendendo la diffusa situazione di emergenza nella quale tutti si sono trovati. Certo però sarebbe stato utile un lavoro di coordinamento, organizzazione e informazione sui diversi piani di intervento. Comune, Regione e Stato stanno mettendo in campo risorse in modo piuttosto disordinato, creando filtri all’accesso a tali risorse che paiono insuperabili per le persone che vivono in condizioni di massima fragilità. Il volontariato ha fatto molto, moltissimo, ma non basta: manca un sistema di welfare che possa consentire a tutti di raggiungere minimi livelli di efficienza, lavorando su più piani integrati.  

    Ci sono quindi molte persone che restano fuori? Come descrivereste la condizione delle persone con cui siete in contatto?

    M.M. – In generale, direi che questa emergenza ha costretto TUTTI  a rinunciare a qualcosa e TUTTI, responsabilmente, hanno accettato queste rinunce per il bene di loro stessi e della comunità intera. Mi pare però anche che questa forbice, che ha tolto qualcosa a tutti, come spesso accade nelle crisi, abbia tolto di più a chi già aveva meno, anche in termini qualitativi, non solo quantitativi. Un riscontro di questo ci è arrivato anche dalle istituzioni scolastiche: la scuola è un esempio primario di disuguaglianza in questo momento. La didattica a distanza (D.A.D.) a San Siro ha comportato per almeno il 40-50% dei bambini una fatica estrema per stare al passo, vedendo in molti casi addirittura del tutto compromesso il proprio diritto allo studio. Per quanto le scuole abbiano fatto un grande sforzo (con l’aiuto dei finanziamenti statali e di privati) nell’acquisto di tablet, le distribuzioni e gli acquisti sono stati fatti con estremo ritardo (in una scuola del quartiere, la distribuzione è stata avviata ormai a fine maggio). Ma anche questo non basta: se hai il tablet, ma non hai il wifi, non hai risolto il tuo problema. Nel quartiere inoltre ci sono famiglie con 5-6 bambini in casa che contemporaneamente hanno lezione. Si pensi poi al fatto che tutto – nella D.A.D. – deve passare dal genitore e non è affatto facile se il genitore non ha le competenze (linguistiche) o lavora, se non ha una stampante e può leggere i documenti solo su un piccolo smartphone, se il figlio è in prima elementare e non ha alcuna dimestichezza con il mezzo elettronico e vive con estrema frustrazione la sua difficoltà. Non parliamo proprio poi della disabilità e dei disturbi dell’apprendimento: le famiglie spesso sono state lasciate sole in situazioni di estremo disagio.
    Insomma, l’impressione è che perda di più (anche l’essenziale) proprio chi ha già meno. In qualche caso, di fronte a situazioni come queste, gli studenti della clinica legale non si sono tirati indietro e si sono offerti di supportare alcuni bambini nella interazione con la scuola e nella assistenza ai compiti dei figli, che fanno tanta fatica a stare dietro alla didattica a distanza senza la mediazione di un adulto che possa passare i contenuti che arrivano dalla scuola, conoscendo bene la lingua: anche questa attività, pur esulando da quella che avevamo immaginato nella clinica, in fondo è stata un valido strumento per garantire l’esercizio di diritti primari riconosciuti dalla Costituzione come quello di uguaglianza e all’istruzione (art. 3 e 34 Cost.) .
    Fino a che punto queste persone potranno fare questi sacrifici? Io mi auguro che l’allentamento delle restrizioni consenta di accedere con maggiore frequenza e facilità agli aiuti, ai servizi, favorendo così il ritorno al lavoro e il soddisfacimento dei bisogni primari. Occorre non dimenticarsi però di un quartiere in cui mancano molti servizi: spazi giochi per bambini, parchi, spazi all’aperto e risorse per adolescenti, biblioteche, centri sportivi e piscine. Temiamo che queste carenze si faranno sentire ancora di più nei mesi estivi, in cui non potranno prendere avvio (o lo faranno con numeri molto più contenuti) tutte le attività sportive e ricreative accessibili gratuitamente o a prezzi molto contenuti negli anni passati (si pensi soprattutto alle attività organizzate negli oratori).

    Un contesto come San Siro, già provato in condizioni di normalità, è quindi particolarmente esposto in questa situazione…

    M.M. – L’emergenza Covid 19 si è sovrapposta a problemi preesistenti e mai risolti da anni. Non aver risolto problemi abitativi, problemi di regolarizzazione dei migranti, non aver investito in questi quartieri così bisognosi di interventi e risorse era già causa di grande disagio, l’emergenza e la crisi economica conseguente non hanno fatto che peggiorare ulteriormente la condizione di già grave marginalità dei suoi abitanti. Il rischio è che, cessato il contenimento a cui tutti ci siamo adattati, riemergano qui i vecchi problemi in forma ancora più allarmante e difficilmente contenibile.

  • Oltre l’italiano: le voci delle scuole di lingua per stranieri

    Oltre l’italiano: le voci delle scuole di lingua per stranieri

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Circa la metà delle persone che abitano oggi il quartiere San Siro è di origine straniera. La domanda di apprendimento della lingua italiana è dunque comprensibilmente molto alta: anche per questa ragione qui hanno sede diverse realtà che si occupano di insegnamento della lingua italiana agli stranieri (Associazione Alfabeti Odv, Associazione Itama – Italiano per mamme, Associazione Mamme a scuola, Associazione Punto it). Di queste, la maggior parte si concentra in maniera specifica sull’insegnamento rivolto alle donne di origine straniera, organizzando anche forme di supporto indirizzate ai bambini in età pre-scolare, che facilitino la partecipazione delle mamme e al tempo stesso offrano un tempo di qualità educativa ai bambini. Al venir meno delle possibilità di didattica in presenza, queste realtà hanno dovuto ri-organizzare la propria offerta didattica, con le difficoltà date dalla lontananza fisica, dalle barriere linguistiche, dai diversi mezzi che i volontari stessi, oltre che gli allievi e le allieve, hanno a disposizione.

    La prima questione posta a tre di queste scuole – Alfabeti, Itama e Mamme a scuola – va proprio in questa direzione. Come avete organizzato le vostre attività a fronte dell’emergenza COVID-19?

    Alfabeti (Moreno Castelli) – Essendo una realtà di volontariato è stato difficile il passaggio alle modalità della didattica a distanza: alcune classi stanno andando avanti, altre meno… bisogna tenere conto che il grosso delle nostre classi sono di livello veramente basso: si aggiungono alle difficoltà dell’italiano che manca quelle di padroneggiare uno strumento… C’è una risorsa di Alfabeti (Alfabeti in rete ) che è stata creata circa 4 anni fa e che sembra venire molto utile recentemente: sostanzialmente sono delle pillole video di italiano, intorno al livello A1, che si possono scaricare dal nostro sito. Da quando è iniziata l’emergenza ci sono state molte iscrizioni. Alcuni volontari poi hanno deciso di aderire alla campagna del Comune di Milano che cercava insegnanti per minori non accompagnati: è stato un bel successo della rete Scuole senza permesso che ha messo a disposizione moltissimi volontari. 

    Itama (Stella Boccaccini) – Nella prima fase del lockdown eravamo un po’ sotto shock, poi gradualmente abbiamo ricominciato a fare attività da remoto. I gruppi whatsapp delle classi ci hanno permesso di restare in contatto con le nostre signore… All’inizio soprattutto per condividere le informazioni, perché nella prima fase era molto importante sia rassicurare che dare notizie e raccomandazioni. Poi, piano piano, abbiamo ricominciato a fare lezione. Ovviamente via whatsapp è molto complicato, però cerchiamo di tenere un filo, un legame con queste donne. Abbiamo comunque perso tantissimi contatti, ci rendiamo conto che i problemi sono tantissimi all’interno di queste famiglie: mille bambini chiusi in appartamenti piccolissimi, i problemi della connessione…Abbiamo cercato di trovare orari in cui collegarci che siano comodi per le donne: per esempio non la mattina, perché spesso il mezzo informatico serve ai bambini per seguire le lezioni scolastiche… Abbiamo anche capito che ogni tanto loro hanno bisogno di un momento di evasione: alla fine quel nostro momento è anche un modo per raccontarsi come vanno le cose, è anche un momento di chiacchiera tra amiche, necessario. 

    Mamme a scuola (Nancy Boktour) – Anche noi abbiamo cercato di mantenere quasi tutte le attività che facevamo, legate al corso di italiano. Per la parte didattica a marzo ogni insegnante ha mantenuto il rapporto mandando dei materiali, facendo delle chiamate talvolta anche individuali alle mamme, per capire quali sono loro le difficoltà… Per mantenere continuità anche sullo Spazio bimbi abbiamo mandato attività ludiche per i bambini, per passare il tempo e per regalare anche un momento di qualità nella relazione mamma-bambino… la risposta dipendeva da persona a persona: alcune hanno tempo e le condizioni per realizzarle, altre magari fanno più fatica e quindi ringraziavano e basta. Piano piano da metà aprile la situazione è diventata un po’ più pesante per le famiglie quindi c’è stato più un rapporto umano, di saluto… abbiamo capito che per loro la priorità era in quel momento tenere il legame umano, la didattica è passata un po’ in secondo piano rispetto ai loro bisogni. Per quanto riguarda lo sportello di mediazione, io ho continuato a tradurre comunicazioni relative ai bandi, agli aiuti dei vari enti (Regione, Comune) e aiutarli ad accedere, anche coordinandomi con il progetto QuBì. 

    Mamme a scuola (Alessandra Bonetti) – Rispetto alla didattica, anche noi abbiamo usato whatsapp: d’altronde queste famiglie hanno un problema di device e di connessione per cui era impossibile proporre altre cose. Lo proponiamo prevalentemente in maniera asincrona, con attività che loro possono fare con calma quando vogliono con una correzione che è quasi sempre poi individuale. Il materiale didattico, i tutorial, le attività per i bambini, tutto ciò che abbiamo prodotto lo abbiamo raccolto e sistematizzato sul sito, perché sia a disposizione di tutti. 

    Come vi sembra che stia funzionando questa modalità?

    Itama (Beatrice Botteon) – Non si possono guardare i numeri, certo, ma io penso che un pochino stia funzionando. Le lezioni noi proviamo a farle in maniera sincrona: c’è un orario in cui inizia la lezione su whatsapp e noi in quell’ora e mezza stiamo siamo lì a disposizione. Loro si capisce che un po’ vanno e vengono, però ecco noi quell’ora e mezza stiamo lì e questo crea anche una sorta di ritualità. Anche dopo la fine delle lezioni [29 maggio] ci siamo dette che ogni insegnante sarà libera di mantenere i rapporti come meglio crede… vogliamo continuare nel corso dei prossimi mesi a mantenere un po’ di legame con le alunne, essere un riferimento per loro…

    Le scuole di italiano sono un servizio essenziale al quartiere: in un contesto di forte difficoltà di accesso ai servizi, di monitoraggio delle domande sociali, vanno infatti ben oltre la funzione di veicolo dell’apprendimento linguistico: sono vere e proprie antenne territoriali e presidi di relazione, che accompagnano l’inserimento degli allievi e delle allieve nelle opportunità della città. Come vi ponete rispetto al venire a mancare di questo ruolo? 

    Mamme a scuola (A.B.) – La riflessione più ampia che stiamo conducendo al nostro interno è quanto, diversamente da un’altra utenza di studenti di italiano, per le mamme lo spazio fisico sia così fondamentale. La scuola di italiano per le donne non è strumentale come per un altro tipo di utente che deve imparare l’italiano per portare a termine compiti di lavoro… per le donne lo spazio fisico è quasi più uno spazio mentale che loro si concedono…  nel momento in cui questo spazio è stato tolto, perché non si poteva fare altrimenti, quelle più “motivate” o che hanno un certo background di partenza di scolarizzazione partecipano e magari anzi chiedono più compiti… per altre la motivazione dopo il primo mese si è affievolita proprio perché non si sono più concesse questo spazio: c’erano altre priorità, che erano i figli, la scuola dei figli, l’organizzazione del tempo dei figli… è molto importante fare questa riflessione sul senso di quello che tutti noi stavamo facendo prima del lockdownLa didattica a distanza va benissimo, noi ce la mettiamo tutta e abbiamo anche tante idee e tanta buona volontà, però… il problema non è quello: per quello ci si può attrezzare e inventare. Il problema è che l’insegnamento dell’italiano in questo contesto è creare una relazione tra di noi e tra di loro: la cosa difficile è mantenere la relazione di gruppo, non quella della singola allieva con l’insegnante… L’importanza delle nostre scuole era quella di aver creato per questa utenza, così fragile e invisibile uno spazio, un momento in cui c’erano loro, loro erano protagoniste di loro stesse…  Si può dire “Vabbè ma poi l’italiano in qualche maniera si fa”… Certo che si fa! C’è chi impara una lingua straniera online e va benissimo, ma quello che noi facciamo non è solo questo, penso tutte e tre le scuole: l’italiano è un mezzo per creare altro e se non ci danno lo spazio per ricreare altro il rischio della ricaduta sul territorio, in queste famiglie, per i figli, è altissimo.  

    Rispetto al futuro, che questioni vi state ponendo su tempi e spazi della didattica, su quali temi vi state interrogando rispetto alla ripresa?

    Mamme a scuola (N.B.) – Essendo ospitate all’interno dei locali della scuola Cadorna, per il futuro non abbiamo niente di certo purtroppo, perché ci sono tanti elementi che dobbiamo tenere in considerazione: non sappiamo se la scuola ci potrà o meno dare lo spazio e in quali termini, dipenderà molto dall’orario e dall’uso delle aule per la didattica dei bambini… 

    Mamme a scuola (A.B.) – C’è anche da dire che anche le stesse donne hanno molta paura: in questo momento sono tutte chiuse in casa. 

    Per chi è ospitato a scuola quindi il problema degli spazi quindi è abbastanza centrale?

    Itama (S.B.) – Sì, per noi vale la stessa cosa con l’aggiunta del fatto che attualmente non siamo a scuola e questo è un limite ulteriore… [Itama era ospitata in passato nei locali della scuola Radice, in via Paravia; a seguito della ristrutturazione dei locali, era attualmente ospitata dalla parrocchia di piazza Esquilino]  Poi c’è anche il tema che la volontaria media ha più di sessant’anni e anche questo è un grosso problema soprattutto nella fascia oraria in cui lavoriamo noi  [al mattino] sono generalmente persone di una certa età e quindi anche quello sarà un problema…

    Itama (B.B.) – Il nostro grande problema, come per Mamme a scuola e la Scuola Donne di Alfabeti, sono i bambini perché anche se si potesse immaginare per gli adulti una soluzione magari a piccoli numeri, con i bambini la cosa sicuramente è più difficile, quindi quell’aspetto non giocherà a nostro favore… Ci siamo addirittura spinte a fare delle ipotesi nel caso in cui non riuscisse proprio a ripartire per l’inverno prossimo … abbiamo ragionato su come migliorare un po’ la didattica a distanza, abbiamo provato a farci venire altre idee: gite nel quartiere… insomma qualsiasi modo alternativo per non scomparire totalmente dalle loro vite e per  tenerci vive come associazione, perché se si fa un anno di buco totale poi è dura…  

    Voi di Alfabeti che invece avete delle sedi esterne e non siete ospitati a scuola, come vi state orientando sulla ripresa?

    Alfabeti (M.C.) – Noi stiamo un po’ aspettando l’evoluzione della cosa ma siamo orientati a ripartire a settembre – ottobre… avendo a disposizione due spazi [via Abbiati 1 e 4] diamo quasi per scontato di ripartire, attrezzandoci naturalmente per la sanificazione degli spazi. Quasi sicuramente però dovremo ridurre il numero di studenti che accettiamo perché le sedi sono piccole (60 e 40 metri quadri) quindi il numero delle persone che ci possono stare è contingentato. Quello che temo è che non potremo prendere i bambini perché gli spazi che abbiamo a disposizione per loro non consentono di rispettare le distanze di sicurezza, sono molto promiscui… Per la Scuola Donne il problema dell’età avanzate delle volontarie lo abbiamo anche noi ed è difficile fare previsioni adesso perché è tutto davvero in forse…