Tag: diritti

  • Una scuola di quartiere

    Una scuola di quartiere

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Paola Radaelli, insegnate nella Scuola Primaria Carlo Dolci, ci racconta di questo periodo in cui la sua categoria ha dovuto reinventarsi, tra didattica a distanza, dispersione scolastica e nuove forme di collaborazione con i soggetti locali. Grazie al lavoro degli insegnanti, in contatto più di altri con le famiglie del quartiere, sono emersi nuovi bisogni: non solo la mancanza di computer o tablet, ma anche questioni legate a bisogni primari (cibo e salute innanzitutto). La fase di passaggio è durata alcune settimane. Non tutte le scuole hanno reagito allo stesso modo e hanno utilizzato le stesse strategie per far fronte all’emergenza. Quello che riportiamo è quindi un punto di vista su un territorio di pratiche frastagliate. Le lezioni per quest’anno sono finite. Rimangono molti interrogativi sull’inizio del nuovo anno e un’unica certezza: l’esigenza di tornare a ogni costo a scuola.

    8 maggio 2020
    La prima settimana ci siamo semplicemente fermati, perché non capivamo cosa succedeva. Dalla seconda settimana abbiamo invece cominciato a organizzarci, come si poteva. Abbiamo capito che la situazione stava prendendo una brutta piega, quindi abbiamo deciso di contattare tutti i bambini. Tramite i rappresentanti di classe – che stanno facendo un lavoro non splendido, di più, nel senso che sono veramente dei punti di riferimento importantissimi – abbiamo cercato di attivarci per entrare in relazione con questi bambini, da un punto di vista potremmo dire affettivo, più che didattico. Ognuno si è organizzato come meglio riteneva: videochiamate, Zoom, G Suite, o Teams, le piattaforme che abbiamo imparato a conoscere. Il tutto è stato lasciato un po’ alla libera interpretazione dei docenti. Con il primo collegio siamo stati invitati dalla vicaria e dal dirigente ad avere una relazione umana con i bambini e con le famiglie, per capire quali erano i bisogni, le loro esigenze. Abbiamo cercato di raggiungere tutti. Poi, a seconda delle risposte, si proseguiva. Siamo andati avanti così fino al decreto del 20 aprile. Dopo le cose sono cambiate. Dal 20 aprile siamo partiti con la didattica a distanza, obbligatoria. Tutti i giorni ci sono due o tre collegamenti a seconda delle classi. Generalmente vengono fatti con Zoom, perché anche reperire la mail per riuscire a entrare nel sistema dell’istituto non è facile. Tramite la mediatrice ci siamo dati un gran da fare, per cercare di arrivare ad avere contatti con tutti e cercando di portare avanti il programma in maniera il più possibile attinente a quella che era la programmazione didattica che ci siamo dati all’inizio dell’anno.

    Siete riusciti a ricontattare la maggioranza dei bambini?
    La stragrande maggioranza è stata contattata. Poi ci siamo resi conto che c’erano problemi di collegamento dovuti alla mancanza di device. Questo è un grossissimo problema. Quindi, con l’aiuto soprattutto di alcuni genitori e il sostegno del dirigente, sono stati consegnati un centinaio di device, se non mi sbaglio. Abbiamo offerto a quasi tutti i bambini la possibilità di connettersi, garantendo lo strumento, più che altro. Questo è già stato un passaggio importantissimo.

    In questo, a quanto ho capito, hanno dato una mano anche altre realtà associative del quartiere.
    Sono stati molto disponibili, anche per la consegna. Perché quest’ultima si è rivelata un problema sostanziale. Adesso il problema sono le connessioni. Nel senso che molti si collegano con la connessione del telefono, l’hot-spot del cellulare, però quando hai due o tre figli che devono fare il collegamento diventa difficile. I dati a disposizione finiscono. La prima consegna dei device è stata fatta ai bambini con difficoltà, DVA [diversamente abili]. Era fondamentale. La prima cosa che si è affrontata è stata questa: i bimbi con difficoltà dovevano essere assolutamente i primi a ricevere questi strumenti. Poi man mano si sono raggiunti gli altri.

    Come sta andando la relazione con i bambini?
    La relazione sta andando abbastanza bene. Mi sembra che ora la stragrande maggioranza si colleghi ora. Fai conto che noi abbiamo una media di 22-23 bambini per classe. Io penso che 18-19 bambini per classe si colleghino, ma non ho dati ufficiali. Poi non tutti i giorni sono uguali. Adesso è subentrato anche il Ramadan. Ci sono anche questi aspetti contingenti da considerare. Altra questione riguarda l’organizzazione in gruppi: perché non tutte le classi lavorano insieme, ma hanno fatto dei gruppi, soprattutto con i piccoli, in modo tale da poterli raggiungere facilmente. Perché se tu fai una riunione su Zoom con venti bambini di prima elementare, tutti insieme, non funziona.

    Quindi fate la stessa lezione con gruppi più piccoli?
    Esatto, soprattutto in prima e in seconda: 10 bambini e 10 bambini che fanno dalle 9:00 alle 10:45 italiano e l’altro gruppo della classe fa dalle 9:00 alle 10:45 matematica, per esempio. Poi le colleghe si scambiano i gruppi. Soprattutto con i piccoli. I collegamenti con i piccoli durano 45 minuti e sono due collegamenti al giorno. Con i più grandi sono anche tre collegamenti al giorno di 45 minuti, un’ora, dipende come va la giornata, da come va la lezione.

    Dal quartiere e dalle famiglie avete notizie?
    Con Sconfini e QuBì state fatte delle grandissime cose. Sconfini manda tutte le settimane il “Manuale di sopravvivenza”, un pdf con giochi e attività, cose che si possono fare a casa. Anche loro contattano personalmente i bambini che seguivano nel doposcuola. Poi c’è un progetto del Comune su Rom Sinti e Camminanti, che sta seguendo le famiglie con cui era in contatto già da prima. Poi si sono tutte le associazioni che si sono attivate per distribuire il cibo, perché quello è stato un altro grandissimo problema.

    Dall’ultima riunione che abbiamo avuto con la rete Sansheroes emergeva un quadro abbastanza drammatico. Anche voi avete questo rimando?
    Assolutamente sì. Io ho passato i primi quindici giorni dopo il 9 marzo, dopo la chiusura definitiva, ho passato veramente quindici giorni di angoscia, perché tutte le sere ricevevo tre o quattro telefonate di madri che piangevano disperate che dicevano: “Cosa gli diamo da mangiare?”. Poi il problema grosso è che a volte c’è timore nel segnalare certe situazioni di difficoltà, per paura dei servizi sociali. È proprio pesante questa situazione.

    Vi state già un po’ immaginando anche i prossimi mesi, oppure è molto presto?
    Siamo un po’ tutti angosciati. Nel senso che il nostro grosso problema non è tanto settembre. Per la didattica capiremo come organizzarci, come fare. Quanto a me, la cosa che mi preoccupa di più è: “Adesso, finita la scuola, questi bambini cosa faranno?”. Tra l’oratorio e il centro estivo c’erano tanti agganci. Questo è un problema anche per le famiglie meno in difficoltà. Va bene lo smart working, però, se a un certo punto riaprono parzialmente le aziende e devo stare a casa tre giorni a settimana e gli altri devo andare a lavorare, dove lascio i figli?

    E per quanto riguarda le valutazioni come vi siete comportati?
    Per ora non sono stati messi voti. Il lavoro che è stato fatto è stato fatto ancora senza verifiche, perché chiaramente sono piccoli, non sono alle superiori. Ne discuteremo in collegio giovedì, però si darà la precedenza al discorso della partecipazione, dell’interesse. Però anche lì subentra una questione: se il bambino non partecipa è perché non ha la possibilità di farlo? È un po’ tutto in forse: quando il problema è il mangiare il collegamento per le lezioni online diventa l’ultima delle questioni da affrontare. 

     

  • Il presidio sanitario di Emergency durante l’emergenza Covid-19

    Il presidio sanitario di Emergency durante l’emergenza Covid-19

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    La gestione dell’emergenza sanitaria ha ampliato le difficoltà quotidiane di molte famiglie del quartiere. Una prospettiva particolare è quella di Emergency che dal 2015 ha aperto un ambulatorio mobile nel quartiere San Siro e in altre zone marginali della città, garantendo il diritto alle cure a tutti gli abitanti di queste aree, indipendentemente dal loro status giuridico.

    Loredana Carpentieri, mediatrice culturale e responsabile dell’ambulatorio mobile di Emergency, racconta le difficoltà del quartiere in questi mesi.

    Come avete riorganizzato l’attività dell’ambulatorio mobile nella fase 1? 
    Da quando è iniziata l’emergenza abbiamo sospeso l’attività di tutti volontari e, quindi, anche il servizio di pediatria. Le visite sono state limitate solo alle situazioni urgenti. Il servizio di supporto psicologico in sede è stato riorganizzato attraverso colloqui via Skype.
    Nei quartieri abbiamo allestito all’esterno del Politruck un’area di triage con la presenza di un infermiere e di un mediatore culturale. Alle persone veniva chiesto di compilare una scheda come quella utilizzata dai medici di base con alcune domande rispetto ai sintomi compatibili con il Covid (tosse, raffreddore ecc.). Se la persona risultava positiva al triage non poteva essere visitata da noi ma veniva indirizzata verso il medico di base, se lo aveva, e gli venivano date le informazioni necessarie sulle precauzioni da prendere e l’iter da seguire per controllare il proprio stato di salute. Abbiamo poi monitorato telefonicamente l’andamento di questi casi.

    Avete visto molte persone Covid positive?
    Abbiamo incontrato alcune persone con sintomi riconducibili al Covid ma non essendo stati fatti tamponi a tappeto non abbiamo la certezza della loro positività. Abbiamo, ovviamente, consigliato sempre l’isolamento e monitorato telefonicamente il decorso dei sintomi, accertandoci che i pazienti erano riusciti a contattare il medico e chiedendo loro se avevano bisogno di un supporto linguistico. 

    Quali difficoltà hai notato nella gestione dell’emergenza da parte degli abitanti?
    Abbiamo sperimentato direttamente la difficoltà di accesso ad una corretta informazione e agli stessi strumenti informativi; difficoltà a capire la necessità di rimanere in casa, di fare le cose da remoto anche per chi non aveva sintomi. San Siro è stata una delle postazioni più difficili da gestire, proprio per il problema connesso ad una corretta comunicazione dei comportamenti da tenere per evitare il contagio. Tuttavia, nonostante le difficoltà incontrate, non si sono state differenze in termini di contagio, rispetto ad altre aree della città.
    Per molti c’è stata una difficoltà di isolamento legata alle condizioni di vita. Sono tante le contraddizioni emerse in questo periodo: isolarsi in una casa con cinque stanze è diverso dal farlo in una casa sovraffollata. Qui ci sono molte case popolari, occupate, in cui è spesso non possibile avere una persona per stanza.
    Infine, molti pazienti non riescono a mettersi in contatto con il proprio medico. Alcuni per difficoltà linguistiche; altri, invece, come molti anziani italiani, non riuscivano a mandare la mail per fare la richiesta di rinnovo dell’iscrizione al servizio sanitario a causa della chiusura degli sportelli “scelta e revoca”. Potrebbe sembrare banale ma molte persone si sono ritrovate senza alcun tipo di supporto terapeutico per quasi 4 mesi.

    In questo periodo come avete collaborato con la rete territoriale?
    Dai nostri utenti ci sono arrivate richieste di pannolini e prodotti per l’infanzia, ci siamo, così, interfacciati con QuBì e i custodi sociali. Poi, durante il Covid, Emergency ha collaborato ai progetti “Domiciliarità” e “Accoglienza” con il Comune di Milano. In quest’ultimo caso, ad esempio, Emergency si occupa della supervisione sanitaria dei centri di accoglienza, delle comunità per minori stranieri non accompagnati e dei dormitori, al fine di capire quali fossero le difficoltà nella gestione delle misure di sicurezza in questi spazi e individuare la necessità di situazioni di isolamento. 
    Il Comune ha predisposto l’edificio di via Carbonia per l’isolamento degli ospiti di queste strutture o di chi, con sintomi compatibili con il Covid, non avesse un domicilio. In questi casi, Emergency ha gestito il monitoraggio sanitario degli ospiti.

    Cosa cambierà nel “vostra” fase 2?
    Al momento stiamo cercando di capire come organizzare gli spazi nell’ambulatorio mobile per rispettare le distanze di sicurezza in uno spazio molto ristretto. Ora stiamo cercando di spostare all’esterno la maggior parte delle attività, però l’idea è di elaborare linee guida che possano essere applicate più a lungo termine anche oltre il periodo estivo. 

  • Accesso ai diritti nell’emergenza: la prospettiva della clinica legale

    Accesso ai diritti nell’emergenza: la prospettiva della clinica legale

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.

    Dall’autunno 2019 l’Università Bocconi, con il coordinamento della professoressa Melissa Miedico e il coinvolgimento di alcuni studenti impegnati nelle legal clinics, ha dato vita ad uno sportello di orientamento in ambito giuridico per la tutela dei diritti, ospitato due giorni a settimana all’interno dello Spazio Off Campus del Politecnico di Milano. A causa dell’emergenza da COVID-19 le attività dello sportello sono state sospese per essere tuttavia ri-organizzate a distanza, dando vita a importanti sinergie con il resto della rete. Abbiamo chiesto a Melissa Miedico, coordinatrice del progetto e a Maria Nicolosi, una delle studentesse coinvolte, come stia funzionando questa nuova fase.

    Quali attività state portando avanti e con quali modalità?

    M.M.  L’attività degli studenti della clinica legale che si svolgeva presso lo sportello di via Gigante è stata sospesa a causa dell’emergenza Covid, continuando però online tramite mail a cui gli utenti già si rivolgevano (legalclinics.sansiro@gmail.com). Gli studenti si stanno anche alternando nel fornire il loro supporto agli utenti che si rivolgono allo sportello telefonico del progetto QuBì attivato proprio nel quartiere e attualmente molto impegnato sul supporto ai cittadini più fragili nell’emergenza. Il gruppo della clinica legale dell’Università Bocconi si è poi impegnato in un’ulteriore attività: la redazione di documenti informativi che possano essere utili sia agli operatori e ai volontari della rete di San Siro sia  agli abitanti del quartiere. Si tratta di documenti che riassumono le disposizioni contenute nei vari DPCM, così come quelle emanate da Regione e Comune: i ragazzi hanno studiato e tentato di sistematizzare nel modo più chiaro ed accessibile possibile (anche per una utenza non italofona) le regole in materia di circolazione, le indicazioni in tema di distanziamento, i requisiti per accedere ai vari contributi assistenziali, la sospensione dei termini processuali o la proroga di validità di alcuni documenti personali. Hanno anche cercato di raccogliere i contatti delle associazioni e delle realtà su scala cittadina a cui ci si può rivolgere per le diverse necessità (viveri, pasti caldi, pannolini, vestiti, scarpe ecc.).

    Le richieste che ricevete quindi sono diverse da prima?

    M.M. Dal punto di vista quantitativo abbiamo registrato più di 70 accessi nel periodo di apertura bisettimanale dello sportello (ottobre-gennaio). Da fine marzo abbiamo potuto riprendere i contatti con le persone via mail o per via telefonica, su richiesta di alcune associazioni che ci mettevano in contatto con gli utenti che richiedevano un supporto in ambito giuridico-burocratico: ad oggi (fine maggio) abbiamo avuto più di 40 contatti.
    Sul piano qualitativo, invece, abbiamo assistito ad uno spostamento dei bisogni ad un livello assolutamente primario. Nel periodo precedente all’emergenza, le nostre attività consistevano prevalentemente nell’informare e sostenere i nostri utenti su questioni come l’iscrizione alle graduatorie per l’assegnazione di  case popolari, l’iscrizione a scuola (anche alle scuole di italiano per le mamme), iscrizioni ai nidi, il permesso di soggiorno, il ricongiungimento famigliare; capitava anche che supportassimo gli utenti nella richiesta di varie tipologie di sussidi, ma si trattava di persone che ci parevano inserite nel contesto sociale, che avevano già (almeno in parte) risolto i problemi primari e soddisfatto i bisogni essenziali. Oggi invece vediamo un quartiere in ginocchio, che ha bisogno di cibo per sfamarsi. Anche persone che, in precedenza, non ci parevano in difficoltà economica, ora ci paiono in una situazione di povertà assoluta. La disponibilità di lavori precari, accessibili – di fatto – anche a stranieri irregolari (pur potendo questo costituire – per il datore di lavoro – un vero e proprio illecito penale), ci pare consentisse alle famiglie di affrontare e sostenere le necessità della vita quotidiana, benché con alcune rinunce e difficoltà: oggi invece queste stesse famiglie sono costrette a chiedere il pacco viveri, perché magari entrambi i genitori sono stati licenziati in tronco improvvisamente o sono stati costretti a prendere un periodo di aspettativa non retribuito.
    La sensazione poi è che ci sia un’esasperazione delle situazioni: c’è il caso di una persona che seguivamo, che vive in una abitazione di edilizia popolare in un semi-interrato, in un alloggio piccolo (sotto-soglia) e totalmente insalubre, con importanti problemi di infiltrazioni: la vita per due mesi con i bambini in questo ambiente ha reso inumana la sua situazione complessiva, non solo abitativa. Sono persone che temiamo possano in qualche modo implodere.

    M.N. –  Tra coloro che si rivolgono a noi, ci sono persone che già frequentavano lo sportello, ma a queste se ne sono aggiunte di nuove. Le problematiche per cui ci contattano sono quasi sempre assistenziali, legate ai bisogni primari: cibo, un pasto caldo, cartoleria e supporti elettronici per i bambini in età scolare… Si sono rivolti a noi anche per richieste di medicinali, medicine essenziali come il paracetamolo. Le problematiche legate alla casa, per esempio, sembrano essere passate in secondo piano. Gli italiani che ci contattano, come avveniva anche prima allo sportello, sono molto pochi, potendo contare, forse, su una rete più fitta di supporto e assistenza. La fascia di età invece è un poco più alta; prima allo sportello venivano persone sui 20-40 anni; ora chiamano padri e madri di famiglia, anche di 50-60 anni.  

    Nella vostra percezione, come stanno rispondendo le istituzioni alla situazione? Le misure messe in campo riescono a raggiungere il quartiere?

    M.N. –  Alcune risposte istituzionali ci sono, ma il problema è accedere a queste risorse. La domanda per i buoni spesa del Comune per esempio era scritta in un italiano difficile, abbiamo individuato nel modulo una serie di doppie negazioni difficili da comprendere per chiunque. Le tempistiche poi sono piuttosto lunghe: ci sono persone che hanno fatto la domanda e per due settimane sono rimaste in attesa. Per accedere ad alcune misure vi sono grandissimi ostacoli: noi abbiamo fornito un supporto anche tecnologico, perché le capacità e i mezzi a disposizione di alcune persone non consentivano di compilare il modulo online o a mandare una mail. Le richieste di pacchi viveri sono tante, talvolta anche più di quelle disponibili, importante – in questo senso – è stata la collaborazione delle associazioni di volontariato e i progetti (come QuBi sostenuto da Fondazione Cariplo, Save the Children, Medici senza frontiere, le parrocchie, le varie cooperative e progetti attivi nel quartiere) che lavorano da anni sul territorio, lo conoscono bene e hanno potuto, forse un poco più celermente, intervenire nelle situazioni di maggiore emergenza.

    M.M.  C’è una grande confusione sugli aiuti e il rischio di sovrapposizioni, duplicazioni… Le persone hanno avuto tanta paura (anche legata alla scarsità di informazioni iniziali), si sono trovate sole, chiuse in casa, bombardate da notizie allarmanti che solo in parte potevano comprendere ed in grave stato di bisogno; hanno quindi chiesto aiuto in tutte le direzioni, spaventate dal timore di non ricevere nulla. Se sei in emergenza e i soldi per fare la spesa ti arrivano dopo più di 15 giorni è un problema. In larga parte, la comunità ha accettato con responsabilità e spirito di collaborazione (e talvolta rassegnazione) queste difficoltà, comprendendo la diffusa situazione di emergenza nella quale tutti si sono trovati. Certo però sarebbe stato utile un lavoro di coordinamento, organizzazione e informazione sui diversi piani di intervento. Comune, Regione e Stato stanno mettendo in campo risorse in modo piuttosto disordinato, creando filtri all’accesso a tali risorse che paiono insuperabili per le persone che vivono in condizioni di massima fragilità. Il volontariato ha fatto molto, moltissimo, ma non basta: manca un sistema di welfare che possa consentire a tutti di raggiungere minimi livelli di efficienza, lavorando su più piani integrati.  

    Ci sono quindi molte persone che restano fuori? Come descrivereste la condizione delle persone con cui siete in contatto?

    M.M. – In generale, direi che questa emergenza ha costretto TUTTI  a rinunciare a qualcosa e TUTTI, responsabilmente, hanno accettato queste rinunce per il bene di loro stessi e della comunità intera. Mi pare però anche che questa forbice, che ha tolto qualcosa a tutti, come spesso accade nelle crisi, abbia tolto di più a chi già aveva meno, anche in termini qualitativi, non solo quantitativi. Un riscontro di questo ci è arrivato anche dalle istituzioni scolastiche: la scuola è un esempio primario di disuguaglianza in questo momento. La didattica a distanza (D.A.D.) a San Siro ha comportato per almeno il 40-50% dei bambini una fatica estrema per stare al passo, vedendo in molti casi addirittura del tutto compromesso il proprio diritto allo studio. Per quanto le scuole abbiano fatto un grande sforzo (con l’aiuto dei finanziamenti statali e di privati) nell’acquisto di tablet, le distribuzioni e gli acquisti sono stati fatti con estremo ritardo (in una scuola del quartiere, la distribuzione è stata avviata ormai a fine maggio). Ma anche questo non basta: se hai il tablet, ma non hai il wifi, non hai risolto il tuo problema. Nel quartiere inoltre ci sono famiglie con 5-6 bambini in casa che contemporaneamente hanno lezione. Si pensi poi al fatto che tutto – nella D.A.D. – deve passare dal genitore e non è affatto facile se il genitore non ha le competenze (linguistiche) o lavora, se non ha una stampante e può leggere i documenti solo su un piccolo smartphone, se il figlio è in prima elementare e non ha alcuna dimestichezza con il mezzo elettronico e vive con estrema frustrazione la sua difficoltà. Non parliamo proprio poi della disabilità e dei disturbi dell’apprendimento: le famiglie spesso sono state lasciate sole in situazioni di estremo disagio.
    Insomma, l’impressione è che perda di più (anche l’essenziale) proprio chi ha già meno. In qualche caso, di fronte a situazioni come queste, gli studenti della clinica legale non si sono tirati indietro e si sono offerti di supportare alcuni bambini nella interazione con la scuola e nella assistenza ai compiti dei figli, che fanno tanta fatica a stare dietro alla didattica a distanza senza la mediazione di un adulto che possa passare i contenuti che arrivano dalla scuola, conoscendo bene la lingua: anche questa attività, pur esulando da quella che avevamo immaginato nella clinica, in fondo è stata un valido strumento per garantire l’esercizio di diritti primari riconosciuti dalla Costituzione come quello di uguaglianza e all’istruzione (art. 3 e 34 Cost.) .
    Fino a che punto queste persone potranno fare questi sacrifici? Io mi auguro che l’allentamento delle restrizioni consenta di accedere con maggiore frequenza e facilità agli aiuti, ai servizi, favorendo così il ritorno al lavoro e il soddisfacimento dei bisogni primari. Occorre non dimenticarsi però di un quartiere in cui mancano molti servizi: spazi giochi per bambini, parchi, spazi all’aperto e risorse per adolescenti, biblioteche, centri sportivi e piscine. Temiamo che queste carenze si faranno sentire ancora di più nei mesi estivi, in cui non potranno prendere avvio (o lo faranno con numeri molto più contenuti) tutte le attività sportive e ricreative accessibili gratuitamente o a prezzi molto contenuti negli anni passati (si pensi soprattutto alle attività organizzate negli oratori).

    Un contesto come San Siro, già provato in condizioni di normalità, è quindi particolarmente esposto in questa situazione…

    M.M. – L’emergenza Covid 19 si è sovrapposta a problemi preesistenti e mai risolti da anni. Non aver risolto problemi abitativi, problemi di regolarizzazione dei migranti, non aver investito in questi quartieri così bisognosi di interventi e risorse era già causa di grande disagio, l’emergenza e la crisi economica conseguente non hanno fatto che peggiorare ulteriormente la condizione di già grave marginalità dei suoi abitanti. Il rischio è che, cessato il contenimento a cui tutti ci siamo adattati, riemergano qui i vecchi problemi in forma ancora più allarmante e difficilmente contenibile.

  • Oltre l’italiano: le voci delle scuole di lingua per stranieri

    Oltre l’italiano: le voci delle scuole di lingua per stranieri

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Circa la metà delle persone che abitano oggi il quartiere San Siro è di origine straniera. La domanda di apprendimento della lingua italiana è dunque comprensibilmente molto alta: anche per questa ragione qui hanno sede diverse realtà che si occupano di insegnamento della lingua italiana agli stranieri (Associazione Alfabeti Odv, Associazione Itama – Italiano per mamme, Associazione Mamme a scuola, Associazione Punto it). Di queste, la maggior parte si concentra in maniera specifica sull’insegnamento rivolto alle donne di origine straniera, organizzando anche forme di supporto indirizzate ai bambini in età pre-scolare, che facilitino la partecipazione delle mamme e al tempo stesso offrano un tempo di qualità educativa ai bambini. Al venir meno delle possibilità di didattica in presenza, queste realtà hanno dovuto ri-organizzare la propria offerta didattica, con le difficoltà date dalla lontananza fisica, dalle barriere linguistiche, dai diversi mezzi che i volontari stessi, oltre che gli allievi e le allieve, hanno a disposizione.

    La prima questione posta a tre di queste scuole – Alfabeti, Itama e Mamme a scuola – va proprio in questa direzione. Come avete organizzato le vostre attività a fronte dell’emergenza COVID-19?

    Alfabeti (Moreno Castelli) – Essendo una realtà di volontariato è stato difficile il passaggio alle modalità della didattica a distanza: alcune classi stanno andando avanti, altre meno… bisogna tenere conto che il grosso delle nostre classi sono di livello veramente basso: si aggiungono alle difficoltà dell’italiano che manca quelle di padroneggiare uno strumento… C’è una risorsa di Alfabeti (Alfabeti in rete ) che è stata creata circa 4 anni fa e che sembra venire molto utile recentemente: sostanzialmente sono delle pillole video di italiano, intorno al livello A1, che si possono scaricare dal nostro sito. Da quando è iniziata l’emergenza ci sono state molte iscrizioni. Alcuni volontari poi hanno deciso di aderire alla campagna del Comune di Milano che cercava insegnanti per minori non accompagnati: è stato un bel successo della rete Scuole senza permesso che ha messo a disposizione moltissimi volontari. 

    Itama (Stella Boccaccini) – Nella prima fase del lockdown eravamo un po’ sotto shock, poi gradualmente abbiamo ricominciato a fare attività da remoto. I gruppi whatsapp delle classi ci hanno permesso di restare in contatto con le nostre signore… All’inizio soprattutto per condividere le informazioni, perché nella prima fase era molto importante sia rassicurare che dare notizie e raccomandazioni. Poi, piano piano, abbiamo ricominciato a fare lezione. Ovviamente via whatsapp è molto complicato, però cerchiamo di tenere un filo, un legame con queste donne. Abbiamo comunque perso tantissimi contatti, ci rendiamo conto che i problemi sono tantissimi all’interno di queste famiglie: mille bambini chiusi in appartamenti piccolissimi, i problemi della connessione…Abbiamo cercato di trovare orari in cui collegarci che siano comodi per le donne: per esempio non la mattina, perché spesso il mezzo informatico serve ai bambini per seguire le lezioni scolastiche… Abbiamo anche capito che ogni tanto loro hanno bisogno di un momento di evasione: alla fine quel nostro momento è anche un modo per raccontarsi come vanno le cose, è anche un momento di chiacchiera tra amiche, necessario. 

    Mamme a scuola (Nancy Boktour) – Anche noi abbiamo cercato di mantenere quasi tutte le attività che facevamo, legate al corso di italiano. Per la parte didattica a marzo ogni insegnante ha mantenuto il rapporto mandando dei materiali, facendo delle chiamate talvolta anche individuali alle mamme, per capire quali sono loro le difficoltà… Per mantenere continuità anche sullo Spazio bimbi abbiamo mandato attività ludiche per i bambini, per passare il tempo e per regalare anche un momento di qualità nella relazione mamma-bambino… la risposta dipendeva da persona a persona: alcune hanno tempo e le condizioni per realizzarle, altre magari fanno più fatica e quindi ringraziavano e basta. Piano piano da metà aprile la situazione è diventata un po’ più pesante per le famiglie quindi c’è stato più un rapporto umano, di saluto… abbiamo capito che per loro la priorità era in quel momento tenere il legame umano, la didattica è passata un po’ in secondo piano rispetto ai loro bisogni. Per quanto riguarda lo sportello di mediazione, io ho continuato a tradurre comunicazioni relative ai bandi, agli aiuti dei vari enti (Regione, Comune) e aiutarli ad accedere, anche coordinandomi con il progetto QuBì. 

    Mamme a scuola (Alessandra Bonetti) – Rispetto alla didattica, anche noi abbiamo usato whatsapp: d’altronde queste famiglie hanno un problema di device e di connessione per cui era impossibile proporre altre cose. Lo proponiamo prevalentemente in maniera asincrona, con attività che loro possono fare con calma quando vogliono con una correzione che è quasi sempre poi individuale. Il materiale didattico, i tutorial, le attività per i bambini, tutto ciò che abbiamo prodotto lo abbiamo raccolto e sistematizzato sul sito, perché sia a disposizione di tutti. 

    Come vi sembra che stia funzionando questa modalità?

    Itama (Beatrice Botteon) – Non si possono guardare i numeri, certo, ma io penso che un pochino stia funzionando. Le lezioni noi proviamo a farle in maniera sincrona: c’è un orario in cui inizia la lezione su whatsapp e noi in quell’ora e mezza stiamo siamo lì a disposizione. Loro si capisce che un po’ vanno e vengono, però ecco noi quell’ora e mezza stiamo lì e questo crea anche una sorta di ritualità. Anche dopo la fine delle lezioni [29 maggio] ci siamo dette che ogni insegnante sarà libera di mantenere i rapporti come meglio crede… vogliamo continuare nel corso dei prossimi mesi a mantenere un po’ di legame con le alunne, essere un riferimento per loro…

    Le scuole di italiano sono un servizio essenziale al quartiere: in un contesto di forte difficoltà di accesso ai servizi, di monitoraggio delle domande sociali, vanno infatti ben oltre la funzione di veicolo dell’apprendimento linguistico: sono vere e proprie antenne territoriali e presidi di relazione, che accompagnano l’inserimento degli allievi e delle allieve nelle opportunità della città. Come vi ponete rispetto al venire a mancare di questo ruolo? 

    Mamme a scuola (A.B.) – La riflessione più ampia che stiamo conducendo al nostro interno è quanto, diversamente da un’altra utenza di studenti di italiano, per le mamme lo spazio fisico sia così fondamentale. La scuola di italiano per le donne non è strumentale come per un altro tipo di utente che deve imparare l’italiano per portare a termine compiti di lavoro… per le donne lo spazio fisico è quasi più uno spazio mentale che loro si concedono…  nel momento in cui questo spazio è stato tolto, perché non si poteva fare altrimenti, quelle più “motivate” o che hanno un certo background di partenza di scolarizzazione partecipano e magari anzi chiedono più compiti… per altre la motivazione dopo il primo mese si è affievolita proprio perché non si sono più concesse questo spazio: c’erano altre priorità, che erano i figli, la scuola dei figli, l’organizzazione del tempo dei figli… è molto importante fare questa riflessione sul senso di quello che tutti noi stavamo facendo prima del lockdownLa didattica a distanza va benissimo, noi ce la mettiamo tutta e abbiamo anche tante idee e tanta buona volontà, però… il problema non è quello: per quello ci si può attrezzare e inventare. Il problema è che l’insegnamento dell’italiano in questo contesto è creare una relazione tra di noi e tra di loro: la cosa difficile è mantenere la relazione di gruppo, non quella della singola allieva con l’insegnante… L’importanza delle nostre scuole era quella di aver creato per questa utenza, così fragile e invisibile uno spazio, un momento in cui c’erano loro, loro erano protagoniste di loro stesse…  Si può dire “Vabbè ma poi l’italiano in qualche maniera si fa”… Certo che si fa! C’è chi impara una lingua straniera online e va benissimo, ma quello che noi facciamo non è solo questo, penso tutte e tre le scuole: l’italiano è un mezzo per creare altro e se non ci danno lo spazio per ricreare altro il rischio della ricaduta sul territorio, in queste famiglie, per i figli, è altissimo.  

    Rispetto al futuro, che questioni vi state ponendo su tempi e spazi della didattica, su quali temi vi state interrogando rispetto alla ripresa?

    Mamme a scuola (N.B.) – Essendo ospitate all’interno dei locali della scuola Cadorna, per il futuro non abbiamo niente di certo purtroppo, perché ci sono tanti elementi che dobbiamo tenere in considerazione: non sappiamo se la scuola ci potrà o meno dare lo spazio e in quali termini, dipenderà molto dall’orario e dall’uso delle aule per la didattica dei bambini… 

    Mamme a scuola (A.B.) – C’è anche da dire che anche le stesse donne hanno molta paura: in questo momento sono tutte chiuse in casa. 

    Per chi è ospitato a scuola quindi il problema degli spazi quindi è abbastanza centrale?

    Itama (S.B.) – Sì, per noi vale la stessa cosa con l’aggiunta del fatto che attualmente non siamo a scuola e questo è un limite ulteriore… [Itama era ospitata in passato nei locali della scuola Radice, in via Paravia; a seguito della ristrutturazione dei locali, era attualmente ospitata dalla parrocchia di piazza Esquilino]  Poi c’è anche il tema che la volontaria media ha più di sessant’anni e anche questo è un grosso problema soprattutto nella fascia oraria in cui lavoriamo noi  [al mattino] sono generalmente persone di una certa età e quindi anche quello sarà un problema…

    Itama (B.B.) – Il nostro grande problema, come per Mamme a scuola e la Scuola Donne di Alfabeti, sono i bambini perché anche se si potesse immaginare per gli adulti una soluzione magari a piccoli numeri, con i bambini la cosa sicuramente è più difficile, quindi quell’aspetto non giocherà a nostro favore… Ci siamo addirittura spinte a fare delle ipotesi nel caso in cui non riuscisse proprio a ripartire per l’inverno prossimo … abbiamo ragionato su come migliorare un po’ la didattica a distanza, abbiamo provato a farci venire altre idee: gite nel quartiere… insomma qualsiasi modo alternativo per non scomparire totalmente dalle loro vite e per  tenerci vive come associazione, perché se si fa un anno di buco totale poi è dura…  

    Voi di Alfabeti che invece avete delle sedi esterne e non siete ospitati a scuola, come vi state orientando sulla ripresa?

    Alfabeti (M.C.) – Noi stiamo un po’ aspettando l’evoluzione della cosa ma siamo orientati a ripartire a settembre – ottobre… avendo a disposizione due spazi [via Abbiati 1 e 4] diamo quasi per scontato di ripartire, attrezzandoci naturalmente per la sanificazione degli spazi. Quasi sicuramente però dovremo ridurre il numero di studenti che accettiamo perché le sedi sono piccole (60 e 40 metri quadri) quindi il numero delle persone che ci possono stare è contingentato. Quello che temo è che non potremo prendere i bambini perché gli spazi che abbiamo a disposizione per loro non consentono di rispettare le distanze di sicurezza, sono molto promiscui… Per la Scuola Donne il problema dell’età avanzate delle volontarie lo abbiamo anche noi ed è difficile fare previsioni adesso perché è tutto davvero in forse…