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  • Il Comitato genitori: un’antenna di quartiere

    Il Comitato genitori: un’antenna di quartiere

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Margherita Calvi è membro dell’Assemblea dei genitori della scuola primaria Cadorna, sita in via Carlo Dolci. Il suo è un altro punto di vista che parte dalla scuola e raggiunge il quartiere San Siro. Il lavoro dei rappresentanti di classe nel periodo d’emergenza è stato, infatti, pienamente “territoriale”. Alcuni genitori hanno favorito la comunicazione tra famiglie e istituzione scolastica, raccogliendo esigenze e bisogni e riportando richieste e informazioni provenienti dalla dirigenza e dal corpo docente. Margherita esprime anche la sua preoccupazione per l’inizio del nuovo anno scolastico. A distanza di più di un mese dalla nostra chiacchierata telefonica, le indicazioni ministeriali per la gestione delle riaperture non sono ancora chiare.

    Di solito l’attività precipua portata avanti da molti genitori dell’I.C. Cadorna confluisce nell’opera delle Commissioni nate in seno all’Assemblea (Intercultura, Informatica, Inclusione, Mensa, La scuola si fa bella, la commissione che organizza la marcia…) e nelle attività dell’Associazione sportiva dilettantistica culturale Cadorna che organizza i corsi extracurriculari e sostiene anche progetti curricolari specifici. Ovviamente tutte queste attività sono state sospese durante l’emergenza. Abbiamo allora provato a mettere in contatto, attraverso i gruppi WhatsApp e l’invio di piccoli video, i bambini dei corsi extracurricolari con i loro insegnanti, per mantenere un po’ la relazione e la vicinanza. Tutto comunque è partito un po’ a rilento. Diciamo che i primi contatti sono avvenuti ad aprile. L’attività dell’Associazione Cadorna si è poi focalizzata sui vari bisogni del quartiere. Il lavoro dei genitori è stato più a un livello istituzionale, tra rappresentanti, organi dell’istituto e il Consiglio d’Istituto. Di fatto, sono stati investiti di un ruolo effettivo tutti i rappresentanti di classe, indipendentemente dal fatto che fossero dei genitori più o meno attivi nella scuola in altre forme. Tutti sono stati chiamati a svolgere un ruolo fondamentale, perché fin dall’inizio i rappresentanti di classe hanno garantito un canale di comunicazione tra scuola e famiglie. Erano gli unici ad avere contatto con gli insegnanti e fin dalla prima settimana sono stati quelli che hanno dovuto mettere in rete la funzionalità della scuola a distanza.

    Quindi gli insegnanti contattavano i rappresentanti di classe e da lì gli altri genitori?
    I rappresentanti di classe dovevano girare ogni cosa che provenisse dagli insegnanti ai genitori e ogni cosa che proveniva dai genitori agli insegnanti. Questo è stato il lavoro di molti dei genitori rappresentanti di classe.

    Ciò è avvenuto in maniera omogenea?
    Nelle singole classi c’erano cose parzialmente differenti, con anche parecchie disparità. Però nella stragrande maggioranza dei casi la didattica a distanza è iniziata in aprile. In particolare, la grossa parte del lavoro è iniziata dopo il 20 aprile perché la circolare emessa dal preside prima di Pasqua lo ha imposto, è stata la prima che ha dato una direttiva generale su quanto, quando e come in ogni classe si dovessero organizzare le lezioni. In quasi tutte le classi era iniziata la sperimentazione di Zoom, però con una frequenza mono o bisettimanale e quasi sempre senza passaggi di contenuti didattici. Erano delle videochiamate di classe, dei saluti o alcune sperimentazioni con lavori in piccoli gruppi. Però non tutti i giorni, con una modalità abbastanza generica. Il grosso lavoro dei rappresentanti di classe riguardava il farsi carico di quello che gli insegnanti chiedevano e il farsi un po’ promotori. Hanno fatto in modo di riagganciare bambini che non si erano fatti vivi, o genitori che non si erano più fatti vivi, quindi di trovare nuovi modi, numeri di telefono, contatti, telefonate, facendoli chiamare dalle mamme dei compagni che sapevano la loro lingua, dalle vicine di casa… Se ne sono inventate di tutti i colori per raggiungere i bambini che erano meno raggiungibili.

    Quindi si è innescata una collaborazione tra insegnanti e genitori?
    Sicuramente una collaborazione con gli insegnanti, ma anche molto a livello di promozione sociale individuale: tutti e due i fronti. Gli insegnanti facevano il loro e i genitori anche. L’altra cosa che i genitori hanno fatto è stata di cercare di garantire un passaggio d’informazioni, di raccolta di feedback, di scambio di vedute, per arrivare a fare una proposta in Consiglio d’Istituto di alcune idee migliorative. L’abbiamo sempre pensato come un piano di collaborazione. Abbiamo sempre cercato di mostrare quanto era necessario cogliere i punti di vista di tutti, metterli sul tavolo e lavorarci insieme. Non c’era alternativa in una situazione in cui non c’erano più i muri delle classi, ma c’erano le nostre case. Non era pensabile che le idee su cosa fare non venissero anche dal punto di vista quotidiano di chi stava a casa. Nel tempo è cambiata molto anche la percezione di tutti noi genitori, perché inizialmente forse eravamo un po’ dell’idea che questa situazione si sarebbe risolta presto, che si trattava solo di attendere, che bisognava sospendere tutto e aspettare. Non c’era un grande investimento sulla necessità di far funzionare la didattica a distanza. Col tempo, con le settimane, questa esigenza è sopraggiunta e sicuramente è stata sentita molto anche dalle famiglie. Tutti abbiamo cercato di farla nostra. La modalità con cui ciò è avvenuto è stata molto corale, non dirigenziale: questo è stato anche un bene.

    È singolare vedere la diversa reattività che hanno avuto le università rispetto alle scuole.
    Sì, in particolare nelle scuole primarie sicuramente c’è stato un tema d’impreparazione di tutti, a livello tecnico. Un universitario si presume che abbia già acquisito capacità di base e possegga gli strumenti perché già li sta usando, perché è già abituato e autonomo. Noi tutti abbiamo dovuto sgrezzare le nostre abitudini. Sono avvenuti dei piccoli miracoli, in un certo senso, perché era una cosa assolutamente impensabile per la maggior parte delle famiglie. Ci sono mamme che hanno dovuto imparare a fare i compiti e a prendere i compiti senza saper leggere l’italiano, mamme che le prime settimane guardavano i messaggi WhatsApp e non sapevano distinguere le cose: riuscivano a fare con i figli i compiti di matematica, perché distinguevano i numeri, mentre i messaggi con le lettere non li capivano, quindi li lasciavano lì, non sapevano se si trattava di compiti o no, e il bambino di prima o di seconda non era ancora in grado di capirlo in autonomia. Questo per dire da dove si partiva. Quindi riuscire a far capire quali potessero essere le modalità per rendere accessibile la didattica era difficilissimo, sia per i genitori, sia per i rappresentanti. Ma anche per gli insegnanti è stato difficile: riuscire a capire se devi metterti in contatto diretto con quella famiglia, se traduci tutto in vocale, o se traduci nelle varie lingue, ecc. Perché sì abbiamo i mediatori, ma non in modo così capillare, così costante. Non è che possiamo far scendere in campo i mediatori per ogni singola comunicazione. Era necessario che i bambini ricevessero una spiegazione per essere più autonomi, quindi che ogni compito fosse adeguatamente spiegato. Questa esigenza a un certo punto è diventata chiara ai docenti, che vedevano i risultati di questo lavoro. I maestri hanno imparato a dover anticipare. E lì davvero si è vista l’abilità degli insegnanti, che sono migliorati tantissimo in questi mesi: hanno imparato a gestire tutte queste difficoltà, questi modi di fare didattica, dando tempo a tutti per evitare che i bambini facessero cose senza aver capito niente.

    Quindi queste relazioni tra genitori e tra genitori e insegnanti sono venute tutte tramite telefono e WhatsApp?
    La maggior parte delle interazioni è avvenuta tramite WhatsApp. Nei gruppi di genitori attivi, quelli del Consiglio d’Istituto, ci sono stati anche scambi su Zoom. Il coordinamento è stato portato avanti da parte degli apicali e dal presidente del Consiglio d’Istituto. A livello di classe ovviamente i rappresentanti si sono sentiti. Quello che sappiamo è che i docenti stessi hanno dovuto utilizzare per il coordinamento una quantità di tempo enorme. A loro è stato richiesto uno sforzo enorme, mai successo prima, di coordinamento: decisioni, ri-decisioni, verifica delle decisioni, ogni scelta anche minima bisognava stabilirla a livello di interclasse. Sono state raccolte tutte le mail dei genitori per utilizzare la piattaforma del registro elettronico, ma poi si è capito che quella strada non era percorribile. La scuola ha investito tantissimo nel reperimento di tablet. Ne ha distribuiti tanti, sono stati coperti tanti bisogni, in modo molto superiore alla media direi. Sono stati consegnati tablet e computer a gran parte di quelli che ne avevano bisogno, anche se i tempi sono stati lunghi per cui per alcuni si è raggiunto il risultato alla fine dell’anno.

    Rispetto a questo lavoro, con chi avete collaborato?
    A livello di progetto abbiamo collaborato molto con Sconfini e con le Staffette di Mutuo Soccorso. C’è stata un’ottima collaborazione tra la scuola e la cooperativa Tuttinsieme. È stata interpellata in modo diretto e si è strutturata una staffetta di volontari che hanno aiutato la scuola a raggiungere tutte le famiglie a cui sono stati dati i tablet e le connessioni – sono state date 40 connessioni. La rilevazione dei bisogni è stata fatta dai genitori per lo più. Questo è stato forse un problema perché non sono stati definiti criteri specifici per formare una graduatoria e le rilevazioni fatte dai genitori spesso non erano comparabili perché non basate sugli stessi criteri. Quindi un grande lavoro, un impegno condiviso che alla fine ha dato grandi risultati (190 tablet distribuiti e 40 connessioni sperimentali): abbiamo fatto degli errori, si poteva fare meglio, ma questo è parte di ogni esperienza umana. 

    E nell’ultimo periodo le cose sono migliorate?
    Nel mese di maggio si è raggiunto un buon livello di funzionamento e la maggior parte dei bambini si è sempre connessa per le lezioni online. Inizialmente credo che nessuno si aspettasse l’impatto che questo avrebbe avuto sui bambini: eravamo concentrati sul superamento dell’isolamento, sul bisogno di mantenere, seppure virtualmente, le relazioni con gli insegnanti e i compagni. Abbiamo invece tutti toccato con mano l’importanza che ha avuto dopo il 20 aprile la ripresa di un’attività didattica “in diretta” continuativa e quotidiana: i bambini erano profondamente assetati di contenuti, è stata restituita loro la gioia di imparare e la normalità della giornata con scadenze orarie e attività simili a quelle scolastiche, nel vuoto e nella paura che fino ad allora avevano certamente permeato le loro giornate. Da bambini assopiti sono tornati ad essere bambini interessati, pronti ad affrontare il mattino.
    Nel frattempo, si sono attivate le e-mail. I genitori hanno potuto inviare i lavori dei bambini per e-mail. Quindi si è creato un rapporto diretto con l’insegnante, perlomeno scritto. In alcune classi i docenti hanno usato anche il loro numero personale e si sono inseriti nei gruppi whatsapp, questo però non è stato lo standard. Si sono strutturate tante modalità di lavoro. Progressivamente è stato chiesto un impegno minore ai rappresentanti di classe, che prima facevano moltissimo. Io ho continuato comunque a ricevere quotidianamente tre o quattro telefonate o messaggi di persone che mi mandavano i compiti perché io li mandassi alle maestre, ad esempio. In ogni classe si sono mantenute svariate prassi di comunicazione coi docenti mediata dai rappresentanti, difficili da semplificare. I rappresentanti hanno fatto da tramite per bisogni di tutti i tipi. Dai bisogni scolastici, ai bisogni primari talvolta: cibo, beni essenziali, segnalazioni ai centri di aiuto del quartiere… La dimensione della condivisione scolastica si è allargata a una dimensione territoriale, di appartenenza a un quartiere di cui, attraverso le relazioni scolastiche, ci si prende cura: c’è stata una grande collaborazione.

  • Un quartiere “oltre l’orizzonte del nostro sguardo”

    Un quartiere “oltre l’orizzonte del nostro sguardo”

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.  

    Maria Teresa Scherillo (fondatore volontario ed ex consigliere delegato di Fondazione Sodalitas) racconta la propria esperienza di collaborazione con il quartiere, prima e durante il lockdown. Al di là delle difficoltà, San Siro si mostra anche come una scoperta rispetto alle condizioni di abitare difficile di alcuni territori della città. Il momento critico diventa allora occasione per consolidare le relazioni con un contesto che stimola l’impegno responsabile di ciascuno di noi. 

    Come è entrata in contatto con il quartiere San Siro?
    Si è trattato di una feconda sincronicità. Nei contatti che mantengo regolarmente a Londra con alcune organizzazioni di punta che lavorano nel sociale, mi è accaduto un paio di anni fa di cogliere l’interesse ad affrontare la questione sociale prendendo come riferimento il territorio, il contesto in cui diversi problemi si manifestano in complessi intrecci di causa-effetto, trascurando la prospettiva frazionata e angusta dei silos specialistici.
    Rientrata in Italia, sollecitata da questa nuova linea d’interesse, ho incrociato i programmi di Fondazione Cariplo – La città intorno e QuBì – ed alcune occasioni suggestive nello spazio angusto di via Abbiati.
    Poco dopo è stato lo stesso ufficio Periferie del Comune di Milano a sollecitare Sodalitas a riflettere su quale supporto il mondo delle imprese potesse dare all’impegno della città per rigenerare alcuni quartieri degradati: la mia ricerca personale trovava un riferimento organizzativo anche formale. Scegliere San Siro-Selinunte è stato facilitato dalla presenza già dal 2013 di un nucleo del DAStU del Politecnico con cui Sodalitas ha in corso da tempo collaborazioni proficue.
    È iniziata così una fase più strutturata di avvicinamento, supportata dall’accesso accogliente ai nuovi spazi di via Gigante, alle pubblicazioni e alle diverse iniziative messe in atto dal Politecnico cui ho affiancato un’esperienza di esplorazione in proprio, attardandomi nelle vie e nelle piazze, guardandomi intorno, pronta a cogliere e registrare qualunque segno o fatto inaspettato, anche piccolo, avvicinando i più diversi operatori con un approccio che, in corso d’opera, ho scoperto essere una vera ancorché inconsapevole vocazione con la dignità accademica di “flanerie”. È stato un periodo molto coinvolgente dove ho avvicinato diversi operatori sociali – laici, cattolici, scolastici – costruendo, con autenticità e franchezza, rapporti di fiducia in cerchi via via più ampi, dove maturavano incessantemente nuove domande, ma dove anche sovente occorreva modificare conclusioni temporaneamente raggiunte. Un percorso affascinante di scoperta che mi ha portato a sviluppare verso le persone e i luoghi sentimenti di familiarità e sensibilità di cura. La crescita della consapevolezza mi apriva l’accesso a nuove informazioni mentre constatavo di continuo come l’ascolto accogliente e autentico generi fiducia e apertura e contribuisca ad approfondire la comprensione.   

    Che attività di sostegno agli abitanti la hanno vista coinvolta durante il periodo dell’emergenza Covid19? 
    Nell’ascolto empatico dei bisogni del quartiere – un oceano di difficile trattazione e di grande complessità –un tema che mobilita le famiglie nel loro rapporto con le istituzioni e dove si concentrano l’impegno e l’attività di tanti soggetti diversi – pubblici e privati – è quell’insieme di rischi/opportunità che riguarda i minori: dalla povertà alimentare a quella educativa, dalla segregazione all’abbandono scolastici. Questioni fondamentali, che se non risolte nel tempo giusto, possono incidere su tutto il percorso di vita delle persone, ma che, prese in tempo, possono aprire prospettive di successo. All’interno dell’obbligo scolastico, la secondaria inferiore è un’occasione di ultima chance. In una situazione di gravi difficoltà, di cui avevo potuto rendermi conto sia intervistando alcuni protagonisti sia partecipando agli incontri del tavolo interistituzionale inserito nel progetto S-confini, l’irruzione della pandemia, con la chiusura delle scuole e l’introduzione della didattica a distanza, ha provocato un’ennesima grave frattura. Molti degli alunni erano sprovvisti dello strumento per collegarsi e rischiavano di perdere completamente il contatto con la scuola e i loro insegnanti.
    Il mio impegno è stato quello di individuare una piattaforma di crowdfunding su cui far confluire fondi per l’acquisto di un certo numero di dispositivi che potessero integrare quelli messi a disposizione dall’assegnazione di fondi ministeriali. Fortunatamente, in occasione del Natale, avevo già condiviso con i colleghi alcune delle emozioni e delle esperienze di disorientamento e scoperta dell’incontro ravvicinato con San Siro e i suoi bisogni. È stato così possibile mobilitare un piccolo gruppo di colleghi volontari che si è fatto promotore, con me, della necessaria raccolta fondi.
    Purtroppo, non siamo riusciti a coinvolgere anche la partecipazione formale di Sodalitas sia perché, col mettere a disposizione dispositivi, si sconfessava il nostro tradizionale convincimento che il nostro supporto debba mirare non tanto a dare il pesce o nemmeno la canna da pesca, ma ad insegnare a pescare. Né era matura l’altra necessaria rottura di paradigma: privilegiare il punto di vista dei destinatari, assecondare l’aiuto che prioritariamente ci viene richiesto.
    Con il supporto della Fondazione Mission bambini, che aveva già adottato una piattaforma di crowdfunding per l’acquisto di tablet per le scuole, il lancio della campagna è avvenuto in tempi brevi. In conclusione, con € 4000 raccolti, grazie al contributo l’aiuto di 24 donatori, abbiamo potuto donare complessivamente 26 tablet LENOVO Tab M10 TB-X505L. 

    Con chi ha collaborato e con quali risultati?
    La collaborazione è stata estesa e articolata: dall’Area servizi scolastici ed educativi del Comune, alla coordinatrice del progetto Sconfini, Paola Casaletti, che hanno tenuto con continuità i rapporti con i responsabili dei due IC destinatari – Cadorna e Calasanzio – e hanno curato la distribuzione fisica, mentre le scuole hanno sottoscritto con le singole famiglie il relativo contratto di comodato d’uso gratuito. Il processo è stato più lungo e complicato del previsto: 2 mesi dalla messa a punto dell’idea alla consegna dei dispositivi, ma ce l’abbiamo fatta!

    Perché ha scelto di impegnarsi nel quartiere?
    È capitato, come raccontavo all’inizio. E, poi, via via, è diventato un impegno condiviso e irrinunciabile sostenuto dalla frequentazione regolare, dalla qualità delle persone incontrate, dalla solidità del loro impegno: ad un certo punto, spoglia di precondizioni e pregiudizi, ho maturato un risveglio di consapevolezza – “questo quartiere mi riguarda!” – che non consente di sottrarsi alla chiamata di un preciso bisogno. Con il dono in più di renderci conto che la propria disponibilità innesca e sostiene un circuito reciproco di incoraggiamento e valorizzazione.

    Cosa ha messo in evidenza questo periodo secondo lei?
    Ho potuto verificare la solidità e persistenza dell’impegno di molti e il valore della rete di rapporti stabiliti in precedenza. Certo le difficoltà sottostanti, e la chiusura fisica delle scuole ha aggravato le situazioni di emarginazione ed esclusione che si cerca di contrastare. Un rammarico comune. E una comune necessità di ridare ali alla speranza. Ho potuto verificare anche quanto sia difficile superare l’estraneità sociale: a Milano si può vivere, lavorare, attraversare la città, senza incontrarsi con i quartieri degradati. Forse la sfida maggiore per chi vive altrove è di acquisire consapevolezza delle condizioni di vita e delle complessità che coinvolgono altre zone della nostra città (un 10-15% della popolazione cittadina).
    Cercare di contribuire da altri mondi, da altre condizioni di vita richiede un grosso sforzo di autoeducazione, accettare la guida di soggetti esperti, saper discernere, riconoscere di non sapere, accettare i fallimenti, sapersi mettere in discussione, prendere il tempo necessario per comprendere ciò che deve essere compreso. Qui ci si confronta con “wicked problems”, questioni maledettamente difficili: non ci sono percorsi sicuri e affidabili di soluzione. Se si prova ad essere di aiuto, occorre muoversi con cautela su più livelli osando vie che possono, all’apparenza, sembrare contraddittorie.

  • Spunti di dibattito tra Comune, scuole e reti locali

    Spunti di dibattito tra Comune, scuole e reti locali

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Quello di Sabina Uberti-Bona è un “doppio sguardo” su San Siro, come lei stessa ci tiene a precisare. Da una parte volontaria nella scuola Cadorna e membro della rete locale chiamata Sansheroes, dall’altra impiegata presso la Direzione Educazione del Comune di Milano, partner nel progetto Sconfini.

    Sabina ci parla di didattica a distanza, di emergenza e di come il Comune di Milano abbia cercato di collaborare con alcuni soggetti del quartiere.
    All’interno di Sconfini, in questa fase il Comune ha pensato di mettere una persona di supporto che avesse delle competenze specifiche del territorio. Il mio è un ruolo difficile da definire. Su questa operazione sono divisa tra un pezzo più istituzionale, di presidio, di facilitazione e un pezzo che rientra più nel volontariato. Quindi ho un po’ questo doppio sguardo che non è scontato. 

    Vorrei chiederti qualcosa su come si è riorganizzata l’istituzione di cui fai parte rispetto alle attività previste dal progetto Sconfini, quali notizie avete dal quartiere e come le raccogliete, e poi, soprattutto, quali nuove pratiche di collaborazione sono nate in quartieri tra associazioni locali e istituzioni per far fronte a questa situazione.
    Dal punto di vista del mio ente c’è stata una precisa volontà di sperimentare questa forma eccezionale nella quale un dipendente venisse in qualche modo coinvolto anche nel processo esecutivo di questa fase d’emergenza. Il progetto si è focalizzato sul mettere al centro anche i bisogni specifici della didattica nell’emergenza, con i suoi problemi e rischi derivati. “Problemi”, perché sappiamo che gli utenti non avevano possibilità di accedere a internet, o non avevano i dispositivi, e “rischi” intesi come rischi di dispersione scolastica, rischi di perdita di contatto tra la scuola e i ragazzi. Il Comune ha deciso di coinvolgersi a tutela di questo processo, a supporto alle scuole nella costruzione e gestione di questa relazione, anche a livello pratico: procurare e distribuire tablet per la scuola, per esempio. C’è questo livello pratico che esula da una progettualità più fine, dove invece vai a pensare a pratiche e protocolli, un livello dove un po’ ti sporchi le mani nel cercare di fare in fretta a fornire le “materie prime” ai ragazzi. Poi anche per un’operazione apparentemente così lineare ci vorrebbero buoni modelli organizzativi, ma questa è un’altra storia.

    Come state raccogliendo informazioni nel quartiere?
    Diciamo che in termini di raccolta d’informazioni, Sconfini e la rete territoriale possono interagire grazie a Qubì, che ha al suo interno dei protocolli di scambio dati abbastanza ampi da permettere di centralizzare le segnalazioni delle diverse associazioni. Noi come Comune di Milano, invece, non facciamo e non abbiamo fatto nessun tipo di rilevazione specifica sul territorio dall’alto verso il basso, anche per ragioni legate alle nostre specifiche competenze.

    Quindi fondamentalmente il Comune si raccorda con i soggetti locali per facilitare la raccolta di queste informazioni e per…
    Per tentare di garantire una facilitazione con le scuole (compresi i genitori), e tra esse e gli enti del privato sociale impegnati sul quartiere per la migliore distribuzione delle risorse, in buona sostanza.

    Ma poi l’aiuto concreto è consistito nell’acquisto dei tablet o c’è stato anche altro?
    No, l’aiuto concreto è consistito e consisterà moltissimo nella fase pratica di distribuzione. Le scuole sembrano essere in un momento di grossa difficoltà operativa. Quindi per noi non è tanto l’acquisto, ma la distribuzione, la gestione di un aiuto tecnico per l’utenza. Il mio contributo come Comune può venire fuori a livello organizzativo anche con l’estensione della rete di supporto, come il coinvolgimento della Onlus Informatica Solidale, con lo sportello di assistenza informatica.

    Stai riscontrando differenze a seconda delle scuole o diciamo che funzionano tutte nello stesso modo?
    Ci sono scuole che hanno dichiarato di non avere bisogno, fortunatamente. Altre sono state meno reattive. In quest’operazione tutti noi della rete non abbiamo potuto far altro che adeguarci costantemente al passo e ai ritmi delle scuole, a quello che decidevano o non decidevano di fare. A volte riscontri una certa difficoltà nella comunicazione, ma grazie al supporto della rete ti consolidi sull’obiettivo finale, che è sempre quello di raggiungere i bambini e le bambine nel lockdown.

    Quindi con le scuole è partito un dialogo ma ci sono dei problemi. Tu dici che alcuni di questi problemi sono legati “all’istituzione scuola”?
    In virtù del regime delle Autonomie, gli esiti dipendono molto dal tipo di rapporto che s’instaura con le dirigenze, mentre mancano proposte o modelli organizzativi uguali e obbligatori per tutte le scuole. Di fronte all’emergenza questa questione è venuta fuori ancora di più, in qualche modo evidenziando l’assenza dell’istituzione centrale, e la solitudine dei Dirigenti Scolastici – con il rischio di “personalizzazione” del ruolo.

    Invece, rispetto ai soggetti locali, com’è stata la comunicazione?
    Rispetto ai soggetti locali direi che abbiamo lavorato tutti benissimo, con grande capacità d’intesa, grande produttività e agilità mentale. Da parte della rete c’è una certa osmosi. La rete locale e territoriale la vedo funzionare e la vedo presente. Il punto più fragile sono stati i gruppi di genitori. Non più fragili per loro assenza, ma perché il rapporto tra le istituzioni scolastiche e i genitori, almeno su questo territorio, è stato un rapporto molto difficile.

    È interessante vedere come “l’istituzione scuola” sia un mondo con situazioni molto diverse al suo interno. E questo probabilmente anche dentro il Comune, a seconda della Direzione e a seconda delle persone.
    È vero, ma il lavoro del dirigente e della scuola non è sostituibile, soprattutto in questo momento. La scuola avrà delle difficoltà grosse perché avrebbe dovuto attivare dei modelli organizzativi molto efficaci per andare a coprire in velocità i bisogni più urgenti. Tutti noi, nel nostro territorio, diamo alla scuola una funzione sociale che la scuola riconosce solo in parte. Abbiamo investito la scuola di una funzione in cui lei, forse, non si riconosce.

  • Riorganizzare un progetto educativo

    Riorganizzare un progetto educativo

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Paola Casaletti (Coop. Tuttinsieme) coordina Sconfini, un progetto triennale finanziato dalla Fondazione con i Bambini, il quale, da inizio 2019, si propone di affrontare le problematiche legate al tema della povertà educativa dei minori, lavorando con una rete di scuole milanesi collocate nel quartiere San Siro.
    Dall’inizio della pandemia i partner di progetto hanno riorganizzato le loro azioni, promuovendo la collaborazione tra soggetti locali e sostenendo alcune progettualità attive in quartiere. Paola ci spiega come.

    Come avete dovuto riorganizzare le vostre attività?
    Le attività del doposcuola – e in parte il coro – sono proseguite da remoto. Dopo una prima fase di riorganizzazione, gli educatori hanno mantenuto un contatto diretto telefonico con i ragazzini in carico e parallelamente hanno costruito un PDF interattivo, uno per ogni settimana.  Il PDF è stato messo a disposizione di tutti e tre gli istituti. La prima cosa di cui ci siamo resi conto è stata la disomogeneità della capacità delle maestre di raggiungere gli scolari. Quindi chi era attrezzato ha incominciato da subito a sentire gli studenti, a fare video lezioni, ma chi non lo era no. Ci è sembrato importante offrire uno strumento che fosse uguale per tutti e andare in soccorso a chi non aveva la fantasia di crearne uno da solo. Le attività che invece non possono essere svolte da remoto sono sospese. Il progetto prevedeva una valutazione sperimentale del servizio di doposcuola con la collaborazione di Università Cattolica. Purtroppo anche quella dovrà essere rivista profondamente.

    Rispetto ai bambini e ai ragazzi: in generale la relazione com’è cambiata?
    Per i bambini delle elementari che erano agganciati ha funzionato la relazione stabilita con gli educatori e anche il fatto che i bambini ricevano dalle loro maestre i compiti da fare. Questo è un vincolo che il bambino sente, e lo motiva a fare la telefonata con l’educatore, stare al telefono una mezz’oretta o l’ora che serve. Con i ragazzi delle medie invece abbiamo avuto più difficoltà. Ne abbiamo perso di vista qualcuno in più. L’altro dato è che è aumentato significativamente il numero delle richieste dei pacchi alimentari da parte di tante famiglie con lavori precari che si sono interrotti bruscamente.

    Da questo punto di vista voi come fate raccogliere queste informazioni dal quartiere?
    Ci arrivano attraverso canali informali.

    Vi arrivano dagli educatori? 
    Le famiglie chiamano gli educatori e soprattutto le maestre con le quali hanno stabilito una relazione di fiducia. Lo sanno le rappresentanti di classe, che quindi fanno partire delle segnalazioni e lo sa lo sportello del progetto QuBì [Progetto finanziato da Fondazione Cariplo contro la povertà infantile], che gestisce uno sportello telefonico attivo tutti i giorni e che quindi riceve tutta una serie di richieste.

    I soggetti locali in questa situazione si sono riorganizzati in maniera repentina e con molta flessibilità.
    Sì, totalmente. Soprattutto perché la rete Sansheroes e le altre reti attive sul territorio sono state da subito capaci di aggirare i vincoli burocratici che in ambiti più istituzionali – vedi il tema privacy o la questione dei documenti – non avremmo potuto aggirare. Ci sarebbe stata tutta una zona grigia di persone che non avremmo potuto raggiungere. Nel giro di una settimana si è creato un coordinamento che, di settimana in settimana, si organizza per veicolare: a) la distribuzione dei pacchi; b) la distribuzione di tablet o altro materiale scolastico. In questo è stato fondamentale anche il sostegno delle Staffette di Mutuo Soccorso, legate allo Spazio di Mutuo Soccorso di Piazza Stuparich. Quindi, a seconda di quello che c’è da consegnare, ci si organizza.

    Tra l’altro queste reti sono riuscite a intercettare diversi fondi e diverse forme di autofinanziamento. Sembra un po’ che questa emergenza abbia intensificato per certi aspetti le relazioni tra i soggetti locali.
    Le ha intensificate e ha reso più semplice e veloce il coordinamento tra di noi.

    D’altra parte, però, rispetto alla relazione tra questi soggetti e le istituzioni rimangono invece delle questioni aperte.
    C’è stato inizialmente un disorientamento nei rapporti con il Comune, relativamente alla gestione dei servizi educativi territoriali (Centri Diurni e CSE). Quando è uscito il decreto nazionale che ha imposto la chiusura dei servizi è iniziata una trattativa lunghissima perché ci riconoscessero almeno in parte il lavoro da remoto che gli educatori stanno facendo con ciascun ragazzo. Ora dovremo affrontare la complessa organizzazione dei Centri Estivi: anche in questo abbiamo deciso di creare sinergia tra gran parte dei progetti attivi sul quartiere, per non parcellizzare le risorse e offrire alle famiglie che rientreranno al lavoro una parziale soluzione.