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  • Una relazione che cura: le studentesse volontarie ci raccontano Calling San Siro

    Una relazione che cura: le studentesse volontarie ci raccontano Calling San Siro

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. Il 14 e il 21 di luglio pubblicheremo i contributi della rubrica “Calling San Siro”: racconteremo l’omonimo progetto di volontariato che ha coinvolto alcuni studenti del Politecnico e alcune famiglie del quartiere, in un percorso di ascolto e prossimità “a distanza”. 

    Rossella, Chiara Leen, Elena, Chiara, Francesca, Beatrice, Lucia e Maria Stella sono le studentesse che hanno partecipato come volontarie al progetto Calling San Siro, lo sportello telefonico attivato in sinergia con il progetto QuBi Selinunte con l’intento di alleviare le condizioni di alcune famiglie di San Siro, in grande maggioranza con un background migratorio, durante il periodo di lockdown conseguente all’emergenza Covid-19.

    A conclusione di questa attività, abbiamo pensato di chiedere alle partecipanti di raccontarci la loro esperienza e darci il loro punto di vista sull’efficacia dello sportello, sui temi che sono emersi dalle conversazioni, sulle riflessioni che hanno preso forma nel confronto con le famiglie di San Siro.

    Alcune studentesse hanno intrattenuto un rapporto individuale con i ragazzi, altre hanno lavorato in coppia alternandosi durante gli appuntamenti e svolgendo attività differenziate. Questo ha permesso di approfondire la conoscenza degli abitanti di San Siro coinvolti nel progetto e di avere punti di vista differenti sulla medesima situazione. Non tutte sono riuscite ad instaurare una relazione telefonica e si sono confrontate con la difficoltà inaspettata di riuscire ad essere ascoltate e considerate.

    Proponiamo qui di seguito un estratto di quanto ci hanno raccontato, riportando le loro stesse parole che ci parlano di una realtà spesso non ascoltata, svelano le emozioni provate durante il lavoro e mostrano il senso di una relazione che ha portato sollievo e compagnia a tutte le persone coinvolte, volontarie comprese.

    Quali sono le motivazioni alla base della vostra decisione di partecipare all’iniziativa Calling San Siro?
    C.L.: Nelle prime settimane del corso di Laboratorio di Urbanistica 3, la prof.sa Cognetti ci ha comunicato l’inizio di questa attività di volontariato all’interno del quartiere di San Siro, ovvero l’area di studio/lavoro individuata per il Laboratorio di quest’anno. Ho voluto partecipare a Calling San Siro principalmente perché, visto il lockdown e l’impossibilità di fare sopralluoghi nel quartiere, interagire direttamente con le famiglie e i bambini che abitano la zona mi sembrava la soluzione più vicina a visitare San Siro di persona. Il fatto di poter aiutare e tenere compagnia agli abitanti che ne avessero bisogno è sicuramente un motivo in più che mi ha spinta a partecipare. Prima di iniziare mi aspettavo di trovare e dare un po’ di quello che in quarantena si è perso, ovvero il contatto e l’interazione umana nonostante fosse tutto costretto dietro uno schermo.

    L.: Data la particolare situazione e il maggior tempo a disposizione, ho sentito il bisogno di impiegarlo in qualcosa di utile per gli altri; ho pensato che la solitudine in quel periodo fosse un sentimento condiviso da molti. Ero sicura che sarebbe stata una bella esperienza, di accrescimento per me e per le persone con cui sarei entrata in contatto.

    Come è avvenuto il primo contatto con la persona che siete state incaricate di seguire?
    M.S.: Per metterci in contatto con la famiglia con cui abbiamo lavorato, abbiamo creato un gruppo WhatsApp e abbiamo registrato un breve vocale per presentarci. La famiglia ha risposto poco dopo e abbiamo concordato la data e l’orario dell’incontro. Inizialmente avevamo qualche dubbio sul fatto che ci avrebbero risposto, soprattutto così velocemente, perché in precedenza avevamo già provato a metterci d’accordo con un’altra famiglia ma nessuno aveva mai risposto. Siamo state piacevolmente sorprese dalla velocità delle risposte della famiglia del ragazzo, soprattutto della madre, che non manca mai di ringraziarci.

    F.: Il primo incontro è stato importante. Ci siamo presentate, abbiamo visto il ragazzo e la sorella, che abbiamo aiutato a fare i compiti: i ragazzi avevano inteso che questo era lo scopo principale della chiamata. Dopo un’ora abbiamo concluso. La famiglia è originaria dell’Egitto, vive in Italia da sei anni, ma le persone non parlano e non comprendono molto bene l’italiano.

    Che tipo di attività svolgevate? Avete notato particolari interessi nei minori?
    E.: Io e la ragazzina con cui ero in contatto abbiamo svolto diverse attività, tutte improntate sulla creatività, che abbiamo scoperto essere un’attitudine in comune. Abbiamo disegnato e colorato; l’ho sempre vista partecipe e propositiva, tanto da propormi lei stessa un’attività. In una videochiamata infatti mi ha insegnato passo passo a fare un origami, un piccolo svago che so che ha iniziato ad interessarla anche grazie alle attività con Lucia. D’aiuto per tutto il percorso è stato sicuramente il carattere della bambina, così solare, vitale, curioso… Mi ha raccontato, per esempio, di come durante la quarantena abbia coltivato l’interesse per la musica guardando dei video tutorial su YouTube, iniziando a suonare il piano.

    B.: Chiara e io abbiamo conosciuto un bambino italiano che deve iniziare la seconda elementare a settembre; è figlio unico e abita in un piccolo appartamento. Insieme a lui abbiamo suddiviso gli incontri, tre alla settimana, in ore di gioco e ore di compiti. Durante le ore di compiti le materie che svolgevamo insieme erano matematica e italiano. Durante le ore di gioco c’era più libertà nelle attività, quindi alcuni giorni ci siamo dedicati al disegno, in altri lui ci ha mostrato le sue collezioni. Abbiamo cercato di sfruttare le ore di gioco principalmente per creare dialogo e scoprire cosa gli piacesse fare, le sue preferenze o il suo pensiero in merito a certe cose.

    Ci sono temi che avete notato essere più presenti durante le vostre chiacchierate?
    R.: Il tema del futuro è stato particolarmente presente nelle videochiamate. La ragazzina con cui ho lavorato mi parlava di un futuro prossimo, nei confronti del quale lei si approcciava con un misto di curiosità e preoccupazione. Mi chiedeva quando saremmo potuti tornare a uscire in quartiere con gli amici, o se quest’estate il bagno in piscina al Lido si dovrà fare con la mascherina. C’era anche un orizzonte temporale più ampio, fatto di sogni e progetti già molto definiti per una ragazza di quattordici anni: dopo la fine della scuola media, il liceo linguistico per consolidare una già ampia conoscenza delle lingue (ne parla ben quattro!) e l’università in Francia. Infine, una carriera da hostess di volo per girare il mondo.

    Come i minori hanno vissuto lo spazio della casa e del quartiere durante lo svolgimento delle attività? Avete notato cambiamenti nel corso del tempo?
    L.: Quando abbiamo iniziato a conoscerci, ad inizio maggio, la bambina con cui parlavamo aveva paura ad uscire, si sentiva al sicuro a casa insieme alla mamma e al papà. Ha trascorso la quarantena da sola con loro, la sorella maggiore lavora fuori Milano, ed ha trovato la compagnia che le mancava nella musica, suonando la pianola nella sua cameretta durante i lunghi pomeriggi senza lezioni. Nelle settimane successive ha iniziato a fare delle passeggiate quotidiane in bicicletta al Parco delle Cave, ed è stato interessante quando mi ha raccontato di come fosse rimasta stupita dalla limpidezza del lago dove era solita andare al pomeriggio con gli amici. Chiedendosi perché l’acqua potesse essere così diversa, si è resa conto che il lago non era l’unica cosa ad essere cambiata; la natura, lasciata all’incuria, aveva pervaso il Parco delle Cave, creando uno scenario fatto di erba alta, fiori colorati e acqua limpida, facendole scordare di trovarsi a Milano.

    C.: Il bambino con cui Beatrice e io abbiamo lavorato ci ha raccontato che casa sua è molto piccola, e quando erano andati ad abitare lì, aveva aiutato suo padre a ridipingere le pareti, probabilmente annerite a causa della muffa. Dato che non ha molto spazio per giocare, il bambino sicuramente trova svago quando va a casa dei nonni, che hanno un giardino. I suoi genitori cercano di coinvolgerlo in qualche attività. Ad esempio, con suo padre hanno seminato una piantina di meloni sul davanzale della finestra. Inoltre, a volte durante il weekend si esercita con sua madre a contare; durante una delle nostre chiacchierate ci ha raccontato che aveva intenzione di arrivare a contare fino a 300.

    Che bilancio fate di questa esperienza? Che cosa vi ha lasciato?
    E.: Ho avuto l’opportunità di fare quest’esperienza rapportandomi con una collega estremamente in gamba e con una bambina speciale, che ad ogni chiamata, messaggio, è stata in grado di stupirmi. È stata una scoperta continua, la mia e la sua, nel conoscerci l’un l’altra e nel conoscere le nostre passioni e attitudini; siamo riuscite a creare uno spazio di condivisione lontano dal disordine del mondo esterno, uno spazio solo nostro che per un’oretta al giorno ci faceva sentire meno sole. Spero di averle alleviato questo strano periodo almeno tanto quanto lei lo ha alleviato a me, e spero di poterla incontrare un giorno non troppo lontano, magari organizzando una di quelle passeggiate al Parco delle Cave di cui tanto mi ha raccontato.

    R.: L’esperienza, seppur breve nel mio caso, è stata positiva e penso che l’obiettivo sia stato raggiunto. Gli appuntamenti sono stati interessanti e utili nelle prime settimane, ma all’allentamento delle misure è corrisposto un crescente disinteresse per le videochiamate che si sono “naturalmente” esaurite, probabilmente in favore di una ritrovata quotidianità di relazioni e interessi che si erano interrotti con il lockdown. Quello che mi ha più colpito e piacevolmente sorpreso è stata la capacità di un corso universitario e di un gruppo di ricerca di re-inventarsi creativamente di fronte agli ostacoli posti dalla quarantena, introducendo una modalità inedita e non scontata di confronto, indagine e mutuo aiuto con il quartiere.

  • San Siro Informa: uno sportello telefonico di orientamento e informazione

    San Siro Informa: uno sportello telefonico di orientamento e informazione

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Attiva da anni nel quartiere San Siro, Amelia Priano – operatrice sociale e referente d’area – gestisce oggi uno sportello telefonico d’informazione e orientamento nell’ambito del progetto QuBì Selinunte, finanziato da Fondazione Cariplo.

    La contattiamo a fine aprile 2020, chiedendole informazioni sul servizio e sulla sua relazione o con altri soggetti della rete locale. 
    Abbiamo attivato lo sportello telefonico il 12 marzo, con “un’apertura” quotidiana dalle 11:00 alle 13:30, dal lunedì al venerdì. Le persone chiamano principalmente per il pacco viveri e per i buoni spesa del Comune, cioè per completare le domande online. Inoltre l’equipe dell’educativa di strada di QuBì ha attivato un servizio di sostegno ai compiti via WhatsApp, che però ha anche una finalità educativa: sentire i ragazzi, sapere come stanno le loro famiglie, monitorare le situazioni fragili. Il servizio permette di sostenere i genitori, perché se una persona sta al telefono con i ragazzi, comunque i genitori hanno un tempo di sollievo. Infine abbiamo attivato dei volontari della rete per alcuni sportelli di supporto. Anch’io sto seguendo una famiglia: diciamo che le chiamate sono tutti i giorni o un giorno sì e un giorno no. È un servizio molto utile perché permette di monitorare anche l’andamento dei ragazzi e le condizioni delle famiglie. 

    Come avete reagito alla situazione di emergenza?
    Se sei in una situazione di emergenza ci sono secondo me due modi per reagire: o ti ancori alle cose del passato – ma ciò lascia il tempo che trova – oppure devi provare a prevedere quello che avverrà. Per esempio, sull’utilizzo dei volontari alcuni dicevano: “Ma non sono abbastanza preparati!”. Secondo me però si tratta di dare priorità alla relazione. Se una persona si offre non è che poi deve saper fare i compiti di matematica, o non solo. Deve piuttosto saper agganciare una famiglia e sostenerla, farla sentire meno sola.

    Quindi le persone con cui state lavorando erano già in contatto con voi e con il progetto?
    No, non solo. La maggior parte delle persone che chiamano lo sportello non le avevo conosciute prima. Sono tutte persone che hanno perso il lavoro. Attraverso lo sportello telefonico ho la percezione che molte persone abbiano perso il lavoro. Tieni presente che delle 200 telefonate che avrò ricevuto, 150 sono di persone che non avevo conosciuto prima, che non sono mai state in carico ai servizi e che, oltre a essere spaventate, sono anche abbastanza umiliate da quello che è successo. Stanno emergendo moltissime diseguaglianze.

    E dove hanno trovato il numero?
    Devo dire che la rete di soggetti locali a San Siro funziona veramente bene. Siamo in relazione con le scuole, il comune, alcune cooperative. Cioè, lavoriamo tutti in raccordo. Per quanto riguarda il pacco viveri inizialmente cosa succedeva? prendevo i nomi e i cognomi, numero di minori, numero di figli, via, telefono, codice fiscale e inviavo la scheda alle responsabili del progetto QuBì, che inserivano i dati nella lista di questi Hub che hanno creato per la distribuzione di beni alimentari. So che la lista si è fermata alle prime 700 persone. La rete locale si è attivata per rispondere ad altre richieste.

    Dicevi che questa emergenza ha esasperato le difficoltà che già c’erano in quartiere, giusto?
    Da una parte molto persone mi hanno raccontato di una grande solidarietà condominiale, altri di grandi conflitti. Poi c’è la questione delle case minuscole, motivo di grande preoccupazione. Lo sportello telefonico da questo punto di vista è faticoso, perché senti un grande numero di persone in difficoltà, anche umiliate. Poi c’è tutto il problema del nero che è in questo momento emerge. Una signora mi ha detto al telefono: “La mia signora è partita per la montagna il 28 febbraio e io sono senza lavoro!”. Hai capito cosa ha detto? “La mia signora”! Questa dovrebbe pagarla anche se non lavora, invece la paga in nero e senza contributi!

    E le istituzioni?
    Ci sono dei problemi burocratici, di privacy e di responsabilità che vanno affrontati. Qua la situazione è al tracollo, anche dal punto di vista sociale. Io sui giornali non trovo molta informazione sulle periferie, però secondo me questo problema verrà fuori, soprattutto adesso che arriva il caldo.

    Speriamo che ora si rimetta in moto qualcosa.
    Vediamo se e come riapriranno. Comunque secondo me sarebbe molto interessante approfondire il discorso del welfare anche per fare un ragionamento più ampio.  Anche perché in certi casi vedi proprio l’espressione dell’ingiustizia sociale e non è giusto che delle persone vivano in queste condizioni. Anzi, bisognerebbe sensibilizzare in merito a questa situazione, anche politicamente, noi come rete, perché servirà anche dopo, per il futuro. Secondo me bisognerebbe affidarsi un po’ di più alle persone che lavorano nel territorio e hanno una percezione più concreta delle problematiche.

  • Accesso ai diritti nell’emergenza: la prospettiva della clinica legale

    Accesso ai diritti nell’emergenza: la prospettiva della clinica legale

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.

    Dall’autunno 2019 l’Università Bocconi, con il coordinamento della professoressa Melissa Miedico e il coinvolgimento di alcuni studenti impegnati nelle legal clinics, ha dato vita ad uno sportello di orientamento in ambito giuridico per la tutela dei diritti, ospitato due giorni a settimana all’interno dello Spazio Off Campus del Politecnico di Milano. A causa dell’emergenza da COVID-19 le attività dello sportello sono state sospese per essere tuttavia ri-organizzate a distanza, dando vita a importanti sinergie con il resto della rete. Abbiamo chiesto a Melissa Miedico, coordinatrice del progetto e a Maria Nicolosi, una delle studentesse coinvolte, come stia funzionando questa nuova fase.

    Quali attività state portando avanti e con quali modalità?

    M.M.  L’attività degli studenti della clinica legale che si svolgeva presso lo sportello di via Gigante è stata sospesa a causa dell’emergenza Covid, continuando però online tramite mail a cui gli utenti già si rivolgevano (legalclinics.sansiro@gmail.com). Gli studenti si stanno anche alternando nel fornire il loro supporto agli utenti che si rivolgono allo sportello telefonico del progetto QuBì attivato proprio nel quartiere e attualmente molto impegnato sul supporto ai cittadini più fragili nell’emergenza. Il gruppo della clinica legale dell’Università Bocconi si è poi impegnato in un’ulteriore attività: la redazione di documenti informativi che possano essere utili sia agli operatori e ai volontari della rete di San Siro sia  agli abitanti del quartiere. Si tratta di documenti che riassumono le disposizioni contenute nei vari DPCM, così come quelle emanate da Regione e Comune: i ragazzi hanno studiato e tentato di sistematizzare nel modo più chiaro ed accessibile possibile (anche per una utenza non italofona) le regole in materia di circolazione, le indicazioni in tema di distanziamento, i requisiti per accedere ai vari contributi assistenziali, la sospensione dei termini processuali o la proroga di validità di alcuni documenti personali. Hanno anche cercato di raccogliere i contatti delle associazioni e delle realtà su scala cittadina a cui ci si può rivolgere per le diverse necessità (viveri, pasti caldi, pannolini, vestiti, scarpe ecc.).

    Le richieste che ricevete quindi sono diverse da prima?

    M.M. Dal punto di vista quantitativo abbiamo registrato più di 70 accessi nel periodo di apertura bisettimanale dello sportello (ottobre-gennaio). Da fine marzo abbiamo potuto riprendere i contatti con le persone via mail o per via telefonica, su richiesta di alcune associazioni che ci mettevano in contatto con gli utenti che richiedevano un supporto in ambito giuridico-burocratico: ad oggi (fine maggio) abbiamo avuto più di 40 contatti.
    Sul piano qualitativo, invece, abbiamo assistito ad uno spostamento dei bisogni ad un livello assolutamente primario. Nel periodo precedente all’emergenza, le nostre attività consistevano prevalentemente nell’informare e sostenere i nostri utenti su questioni come l’iscrizione alle graduatorie per l’assegnazione di  case popolari, l’iscrizione a scuola (anche alle scuole di italiano per le mamme), iscrizioni ai nidi, il permesso di soggiorno, il ricongiungimento famigliare; capitava anche che supportassimo gli utenti nella richiesta di varie tipologie di sussidi, ma si trattava di persone che ci parevano inserite nel contesto sociale, che avevano già (almeno in parte) risolto i problemi primari e soddisfatto i bisogni essenziali. Oggi invece vediamo un quartiere in ginocchio, che ha bisogno di cibo per sfamarsi. Anche persone che, in precedenza, non ci parevano in difficoltà economica, ora ci paiono in una situazione di povertà assoluta. La disponibilità di lavori precari, accessibili – di fatto – anche a stranieri irregolari (pur potendo questo costituire – per il datore di lavoro – un vero e proprio illecito penale), ci pare consentisse alle famiglie di affrontare e sostenere le necessità della vita quotidiana, benché con alcune rinunce e difficoltà: oggi invece queste stesse famiglie sono costrette a chiedere il pacco viveri, perché magari entrambi i genitori sono stati licenziati in tronco improvvisamente o sono stati costretti a prendere un periodo di aspettativa non retribuito.
    La sensazione poi è che ci sia un’esasperazione delle situazioni: c’è il caso di una persona che seguivamo, che vive in una abitazione di edilizia popolare in un semi-interrato, in un alloggio piccolo (sotto-soglia) e totalmente insalubre, con importanti problemi di infiltrazioni: la vita per due mesi con i bambini in questo ambiente ha reso inumana la sua situazione complessiva, non solo abitativa. Sono persone che temiamo possano in qualche modo implodere.

    M.N. –  Tra coloro che si rivolgono a noi, ci sono persone che già frequentavano lo sportello, ma a queste se ne sono aggiunte di nuove. Le problematiche per cui ci contattano sono quasi sempre assistenziali, legate ai bisogni primari: cibo, un pasto caldo, cartoleria e supporti elettronici per i bambini in età scolare… Si sono rivolti a noi anche per richieste di medicinali, medicine essenziali come il paracetamolo. Le problematiche legate alla casa, per esempio, sembrano essere passate in secondo piano. Gli italiani che ci contattano, come avveniva anche prima allo sportello, sono molto pochi, potendo contare, forse, su una rete più fitta di supporto e assistenza. La fascia di età invece è un poco più alta; prima allo sportello venivano persone sui 20-40 anni; ora chiamano padri e madri di famiglia, anche di 50-60 anni.  

    Nella vostra percezione, come stanno rispondendo le istituzioni alla situazione? Le misure messe in campo riescono a raggiungere il quartiere?

    M.N. –  Alcune risposte istituzionali ci sono, ma il problema è accedere a queste risorse. La domanda per i buoni spesa del Comune per esempio era scritta in un italiano difficile, abbiamo individuato nel modulo una serie di doppie negazioni difficili da comprendere per chiunque. Le tempistiche poi sono piuttosto lunghe: ci sono persone che hanno fatto la domanda e per due settimane sono rimaste in attesa. Per accedere ad alcune misure vi sono grandissimi ostacoli: noi abbiamo fornito un supporto anche tecnologico, perché le capacità e i mezzi a disposizione di alcune persone non consentivano di compilare il modulo online o a mandare una mail. Le richieste di pacchi viveri sono tante, talvolta anche più di quelle disponibili, importante – in questo senso – è stata la collaborazione delle associazioni di volontariato e i progetti (come QuBi sostenuto da Fondazione Cariplo, Save the Children, Medici senza frontiere, le parrocchie, le varie cooperative e progetti attivi nel quartiere) che lavorano da anni sul territorio, lo conoscono bene e hanno potuto, forse un poco più celermente, intervenire nelle situazioni di maggiore emergenza.

    M.M.  C’è una grande confusione sugli aiuti e il rischio di sovrapposizioni, duplicazioni… Le persone hanno avuto tanta paura (anche legata alla scarsità di informazioni iniziali), si sono trovate sole, chiuse in casa, bombardate da notizie allarmanti che solo in parte potevano comprendere ed in grave stato di bisogno; hanno quindi chiesto aiuto in tutte le direzioni, spaventate dal timore di non ricevere nulla. Se sei in emergenza e i soldi per fare la spesa ti arrivano dopo più di 15 giorni è un problema. In larga parte, la comunità ha accettato con responsabilità e spirito di collaborazione (e talvolta rassegnazione) queste difficoltà, comprendendo la diffusa situazione di emergenza nella quale tutti si sono trovati. Certo però sarebbe stato utile un lavoro di coordinamento, organizzazione e informazione sui diversi piani di intervento. Comune, Regione e Stato stanno mettendo in campo risorse in modo piuttosto disordinato, creando filtri all’accesso a tali risorse che paiono insuperabili per le persone che vivono in condizioni di massima fragilità. Il volontariato ha fatto molto, moltissimo, ma non basta: manca un sistema di welfare che possa consentire a tutti di raggiungere minimi livelli di efficienza, lavorando su più piani integrati.  

    Ci sono quindi molte persone che restano fuori? Come descrivereste la condizione delle persone con cui siete in contatto?

    M.M. – In generale, direi che questa emergenza ha costretto TUTTI  a rinunciare a qualcosa e TUTTI, responsabilmente, hanno accettato queste rinunce per il bene di loro stessi e della comunità intera. Mi pare però anche che questa forbice, che ha tolto qualcosa a tutti, come spesso accade nelle crisi, abbia tolto di più a chi già aveva meno, anche in termini qualitativi, non solo quantitativi. Un riscontro di questo ci è arrivato anche dalle istituzioni scolastiche: la scuola è un esempio primario di disuguaglianza in questo momento. La didattica a distanza (D.A.D.) a San Siro ha comportato per almeno il 40-50% dei bambini una fatica estrema per stare al passo, vedendo in molti casi addirittura del tutto compromesso il proprio diritto allo studio. Per quanto le scuole abbiano fatto un grande sforzo (con l’aiuto dei finanziamenti statali e di privati) nell’acquisto di tablet, le distribuzioni e gli acquisti sono stati fatti con estremo ritardo (in una scuola del quartiere, la distribuzione è stata avviata ormai a fine maggio). Ma anche questo non basta: se hai il tablet, ma non hai il wifi, non hai risolto il tuo problema. Nel quartiere inoltre ci sono famiglie con 5-6 bambini in casa che contemporaneamente hanno lezione. Si pensi poi al fatto che tutto – nella D.A.D. – deve passare dal genitore e non è affatto facile se il genitore non ha le competenze (linguistiche) o lavora, se non ha una stampante e può leggere i documenti solo su un piccolo smartphone, se il figlio è in prima elementare e non ha alcuna dimestichezza con il mezzo elettronico e vive con estrema frustrazione la sua difficoltà. Non parliamo proprio poi della disabilità e dei disturbi dell’apprendimento: le famiglie spesso sono state lasciate sole in situazioni di estremo disagio.
    Insomma, l’impressione è che perda di più (anche l’essenziale) proprio chi ha già meno. In qualche caso, di fronte a situazioni come queste, gli studenti della clinica legale non si sono tirati indietro e si sono offerti di supportare alcuni bambini nella interazione con la scuola e nella assistenza ai compiti dei figli, che fanno tanta fatica a stare dietro alla didattica a distanza senza la mediazione di un adulto che possa passare i contenuti che arrivano dalla scuola, conoscendo bene la lingua: anche questa attività, pur esulando da quella che avevamo immaginato nella clinica, in fondo è stata un valido strumento per garantire l’esercizio di diritti primari riconosciuti dalla Costituzione come quello di uguaglianza e all’istruzione (art. 3 e 34 Cost.) .
    Fino a che punto queste persone potranno fare questi sacrifici? Io mi auguro che l’allentamento delle restrizioni consenta di accedere con maggiore frequenza e facilità agli aiuti, ai servizi, favorendo così il ritorno al lavoro e il soddisfacimento dei bisogni primari. Occorre non dimenticarsi però di un quartiere in cui mancano molti servizi: spazi giochi per bambini, parchi, spazi all’aperto e risorse per adolescenti, biblioteche, centri sportivi e piscine. Temiamo che queste carenze si faranno sentire ancora di più nei mesi estivi, in cui non potranno prendere avvio (o lo faranno con numeri molto più contenuti) tutte le attività sportive e ricreative accessibili gratuitamente o a prezzi molto contenuti negli anni passati (si pensi soprattutto alle attività organizzate negli oratori).

    Un contesto come San Siro, già provato in condizioni di normalità, è quindi particolarmente esposto in questa situazione…

    M.M. – L’emergenza Covid 19 si è sovrapposta a problemi preesistenti e mai risolti da anni. Non aver risolto problemi abitativi, problemi di regolarizzazione dei migranti, non aver investito in questi quartieri così bisognosi di interventi e risorse era già causa di grande disagio, l’emergenza e la crisi economica conseguente non hanno fatto che peggiorare ulteriormente la condizione di già grave marginalità dei suoi abitanti. Il rischio è che, cessato il contenimento a cui tutti ci siamo adattati, riemergano qui i vecchi problemi in forma ancora più allarmante e difficilmente contenibile.

  • La rete QuBì di fronte all’emergenza

    La rete QuBì di fronte all’emergenza

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.

    Francesca Petrillo è psicologa e lavora per Genera Onlus. A San Siro coordina QuBì Selinunte, un progetto contro la povertà infantile finanziato da Fondazione Cariplo che coinvolge diverse cooperative e associazioni in attività educative e sociali. Con l’inizio dell’emergenza da Covid-19 il progetto ha saputo reinventarsi, sostenendo in particolare l’apertura dell’Hub di zona per la distribuzione di pacchi alimentari (frutto della collaborazione tra Comune, Protezione Civile, Banco Alimentare, Caritas, Coop Lombardia, Milano Ristorazione, Amatper e la stessa Fondazione Cariplo). 

    La contattiamo telefonicamente lunedì 4 maggio 2020:

    Abbiamo mantenuto quella che era l’attività principale, lo sportello di piazzale Selinunte, aperto due volte a settimana. Era un presidio del territorio. Ci è sembrato giusto mantenerlo in questo momento in cui le persone sono ancora più sole, ancora più isolate e quindi l’abbiamo fatto diventare uno sportello telefonico. È attivo tutti i giorni per un paio d’ore. Abbiamo iniziato così a cercare di mantenere i contatti. Le richieste che sono arrivate sono state tante. Ci sono tante persone in quartiere cui prima non eravamo arrivate, persone che hanno iniziato a chiedere aiuto adesso, nell’emergenza. Ora ti trovi a intercettare delle persone che il lavoro l’hanno perso, sono in difficoltà. Tanti fanno le pulizie, lavoravano in nero. Si è imposta un’emergenza soprattutto alimentare. Su quest’aspetto c’è stato l’aiuto sia del comune che di Cariplo, con l’attivazione di questi Hub in ogni zona. Hanno creato un Hub da cui parte la distribuzione di pacchi alimentari, da metà marzo. Noi abbiamo potuto segnalare delle famiglie già conosciute dalla rete, che ricevevano il pacco tramite le parrocchie, che però non lo stavano più ricevendo, perché i centri Caritas erano stati chiusi per evitare la diffusione del virus.

    Quindi l’Hub di Municipio 7 distribuisce su tutta zona 7?

    Sì, su tutta zona 7. Non distribuiscono solo a famiglie, distribuiscono anche alle persone che prima prendevano il pacco, che potrebbero essere adulti in difficoltà, persone anziane con la pensione bassa. Le famiglie si sono trovate proprio sole. Si è organizzato questo circuito. Circa due o tre settimane fa siamo arrivati a 700 famiglie – famiglie e utenti – e quindi era stato messo anche uno stop perché le richieste erano veramente lievitate troppo. Siccome il numero delle famiglie era molto alto, tante di loro rimanevano in attesa due o tre settimane. Noi ci siamo organizzati, abbiamo fatto alcune spese. Abbiamo ricevuto alcune donazioni da privati. Una famiglia ad esempio ha visto un post su Facebook quando abbiamo distribuito il cibo e ci ha contattato. Abbiamo organizzato questa distribuzione di pacchi viveri d’emergenza. Prima con la mia collega Amelia siamo andati a casa delle persone. Parliamo di una decina di famiglie. Le facevamo scendere e davamo questo pacco. Poi abbiamo capito che consegnare casa per casa con le nostre forze era abbastanza complicato, allora abbiamo chiesto ad Aler di utilizzare lo spazio che abbiamo in via Maratta dei Custodi sociali. Tu chiami, la famiglia viene. Non li facciamo neanche entrare, così evitiamo tutti i tipi di contatto. Diamo le cose da mangiare e se ne vanno. Questo riguarda un po’ l’emergenza principale, la questione alimentare. Siamo dovuti tornare sul territorio. Non era qualcosa di gestibile a distanza. Il pacco viveri spesso non è sufficiente a coprire tutti i bisogni della famiglia e inizialmente veniva consegnato solo il secco, poi è stata aggiunta frutta e verdura. Sono capitati dei ritardi, ma tutte le famiglie in lista hanno ricevuto il pacco.

    La seconda emergenza che si è fatta più evidente è quella scolastica. Nel senso che i bambini per seguire le lezioni online hanno bisogno quantomeno di un cellulare. A volte c’è un solo cellulare in famiglia che si porta via il genitore, quindi non può usare neanche WhatsApp, figuriamoci il tablet La parte principale in questo senso l’ha avuta il progetto Sconfini. Tramite fondi del Ministero si sono iniziati a distribuire dei tablet.

    Questa relazione col progetto Sconfini e con gli altri soggetti della rete si è intensificata in qualche modo con questa emergenza?

    L’impressione che ho avuto è che si sia intensificata. Anche prima con Sconfini c’era comunque un raccordo, ad esempio sul tema centrale del doposcuola. Poi anche tramite l’Associazione Scuola Cadorna c’è stato un dialogo per capire quali fossero i bisogni delle famiglie, per capire chi non si raggiungeva, le persone più isolate. Ad esempio mi hanno contattato anche delle insegnanti per segnalare i bisogni alimentari delle famiglie. Prima, a parte degli incontri che abbiamo fatto nelle scuole, sempre tramite Sconfini, non mi era mai capitato di avere dei rapporti così diretti con gli insegnanti. Poi anche con le Staffette del Mutuo Soccorso: Amelia ha avuto dei contatti anche con loro, anche perché loro fanno delle consegne di spesa alle famiglie.

    Invece, rispetto alle istituzioni, immagino che voi comunichiate soprattutto con Comune di Milano. Da questo punto di vista come sta andando?

    Con QuBì noi abbiamo sempre l’assistente sociale di riferimento che è Franca Primavera. Quindi con lei i contatti non sono cambiati, ma adesso sono praticamente quotidiani. C’è sempre un accordo sulle modalità di lavoro della rete. Cerchiamo di mantenere l’incontro della cabina di regia tramite Skype, o tramite Zoom, per darci un aggiornamento sul lavoro. Quindi, da questo punto di vista, il rapporto con il Comune di Milano per QuBì e il rapporto con l’assistente sociale sono continuati come prima.

    M’interessa capire se avete avuto anche dei problemi o se sta filando tutto liscio. Mi viene in mente anche la questione dei buoni spesa, per cui c’è stata una certa difficoltà ad accedere al sito da parte di alcune famiglie.

    Su questo abbiamo avuto l’aiuto di questi volontari della Bocconi [sportello di tutela diritti e legalità gestito dall’Università Bocconi, attivo in quartiere dal 2019 e ospitato all’interno dello spazio Off Campus]. Anche l’aiuto di questi ragazzi ha rappresentato un intensificarsi di rapporti che prima non c’erano. Era capitato d’inviare qualche famiglia al loro sportello per la domanda alle case popolari. Però davvero c’è stata una disponibilità grandissima da parte di questi ragazzi. Anche altri ragazzi del Politecnico hanno dato disponibilità per fare il doposcuola ai ragazzini, per intrattenerli, supportarli con le videochiamate.

    Sulle altre attività ti dico solo due parole: alcune attività stanno continuando online. Stanno avendo anche un buon riscontro. Per il resto tutte le attività fatte con i bambini nei cortili chiaramente adesso sono in sospeso. Il doposcuola che avevamo in viale Mar Jonio va avanti via WhatsApp, con praticamente tutti i bambini che frequentavano, mentre le scuole di italiano hanno completamente sospeso le lezioni e si ponevano anche il problema di non poter riaprire se rimangono queste le direttive. Loro forse non potranno ricominciare neanche a settembre. Vedremo.