Categoria: OMG-interviste

  • Dialogo con il Laboratorio Politico Off Topic

    Dialogo con il Laboratorio Politico Off Topic

    A cura di Alice Alessandri e Rossella Ferro
    Con Gianluca e Luca del Laboratorio
    19 aprile 2023, Piano Terra (sede di Off Topic in via Confalonieri a Milano)

    Parte I – Il soggetto

    Intervistatrice: Puoi descrivere brevemente il Laboratorio Politico Off Topic?

    Gianluca: Il laboratorio Off Topic nasce dieci anni fa, inizialmente come collettivo quasi tradizionale, per portare avanti una piattaforma che avesse come punti cardine quello delle questioni ambientali, da un lato, e delle questioni sociali, dall’altro. Nel 2011 era iniziato il lungo cammino che poi ci ha portati ad Expo: c’era già il comitato No Expo e, fino al 2015, il tema portante è stato il mega evento e le questioni a esso relative, ovvero la città in cui si insinua un modello di sviluppo collegato a fenomeni estemporanei ma di forte impatto a lungo termine. Nel 2013 Milano aveva già assunto le dinamiche di sviluppo che adesso sono note, ma che fino a qualche anno prima erano molto differenti. Il primo lavoro del collettivo Off Topic è stato ridefinire i nuovi caratteri delle trasformazioni urbane, che vedevano attori differenti rispetto al passato che ne curavano la direzione a livello finanziario e politico. Dopo vent’anni di centrodestra, nel 2011, si insediò una giunta comunale di centrosinistra che promosse una guida della città che poteva somigliare, soprattutto per come si presentava, a quella precedente ma che in realtà aveva anche dei punti di divergenza. Le questioni collegate alla partecipazione della giunta Pisapia sono state uno degli argomenti dei primi anni, in relazione anche alla questione degli spazi sociali, dei bandi, dei “vuoti”. A partire da questi assi di ragionamento, e dal tema di Expo, si è aperta una riflessione sugli eventi in genere: l’attrazione e la forza che riescono a mettere in campo nella città, con energie che la trasformano e che determinano anche effetti collaterali, principalmente in termini di precarizzazione e turistificazione. Per turistificazione intendiamo il tema del proliferare dell’affitto breve, con un effetto sul costo delle abitazioni al metro quadro. Dopo il 2015, il collettivo decide di darsi una veste ancora più laboratoriale, cercando di mobilitare e allo stesso tempo di produrre prodotti editoriali “seducenti” ma che riescano a fornire una sintesi politica approfondita [Ndr: Gianluca ci mostra una copia di Pieghevole]. Negli ultimi due anni e mezzo, il laboratorio si è allargato anche ad altri soggetti (ricercatori, sindacati, inquilini, altri collettivi, comitati per la casa), con l’obiettivo quello di mettere su mappa quanto si diceva inizialmente:  Milano, luogo della trasformazione, in cui agiscono nuovi attori a cui dare una definizione, tra cui emergono soggetti come Coima, Covivio e Hines – che hanno un potere di attrattività nei confronti dell’amministrazione molto importante perché possono ridisegnare interi quartieri in cambio di oneri di urbanizzazione molto bassi – e gli effetti collaterali di queste nuove dinamiche.

    Intervistatrice: Perché vi siete ritrovati a lavorare così frequentemente sulla zona dell’Ovest milanese? Come i cittadini di quella fetta di città vivono l’esposizione ai diversi grandi progetti di trasformazione urbana?

    Gianluca: Un po’ è stato il caso, perché alcuni compagni abitano in zona e hanno fatto attività in passato, in particolare rispetto ai parchi urbani che poi si sono consolidati negli anni ’80. Il Parco Pertini era stata una delle vertenze più partecipate, animata dai più “vecchi” che per la prima volta portavano la questione ambientale in ambiente urbano. In generale, l’ovest e, in particolare, i Municipi 7 e 8 sono le zone di Milano con la maggior percentuale di verde. Oggi qualsiasi tipo di attore che partecipi alle trasformazioni urbane si rende conto che, a differenza della logica del passato, tutti i nuovi insediamenti realizzano una parte del valore immobiliare in base ai parchi e agli spazi urbani che offrono nell’intorno. Nella città di Milano questo è più evidente che altrove, anche per via del fatto che Milano era effettivamente una città industriale e pertanto ha grandi spazi in abbandono dal manifatturiero e, di conseguenza, in tali contesti c’è il bisogno di inserire qualcos’altro. Già prima di Expo, si era ragionato sul percorso delle Vie d’Acqua che, nell’idea dell’amministrazione e dei progettisti dovevano arrivare da Expo alla Darsena attraversando i parchi urbani dell’ovest, che sono aree verdi molto importanti riconosciute da chi abita in zona. Sulle Vie d’Acqua si fece una campagna di informazione e mobilitazione che portò all’annullamento dell’opera. Questo è stato il primo passo del collettivo nel territorio dell’ovest, ridefinito proprio in quella sede “Far West”. Da lì, dopo la fine di Expo, è continuata l’onda lunga della nostra ricerca su quel tipo di sviluppo e sono emerse altre questioni, tra cui la Piazza d’Armi e le Scuderie del Trotto, davanti allo stadio di San Siro. Su entrambe le vertenze abbiamo cercato di fare rete con le associazioni locali, prevalentemente ambientaliste, che hanno dato forza e radicamento. In questo contesto, abbiamo iniziato a ragionare sul quartiere San Siro come uno dei due quartieri su cui la mappatura si vuole concentrare. San Siro è periferia, ma in realtà è anche centro a tutti gli effetti, anche prima di City Life, perché c’è in zona una densità di mezzi pubblici importante, un valore del mattone, in alcuni punti, simile a quello centrale e una serie di servizi che in qualsiasi città sono riferibili a una zona centrale. La zona di San Siro è un centro, ma allo stesso tempo al suo interno ha delle zone che sono ovviamente periferiche, nel senso più sociale del termine. Ci sono delle mappe su cui abbiamo provato a fare delle analisi e che mostrano nel raggio di 200 metri si pagano anche 2000 / 2.500€ di differenza al metro quadro. Proprio per questo, tutto quello che adesso vale di meno molto facilmente può vedere impennare il suo valore e quindi può essere un facile investimento da parte di chi ne vuole approfittare.

    Intervistatrice: Voi tracciate un legame tra il progetto del nuovo stadio e altre grandi trasformazioni urbane, con particolare riferimento al tema degli ex scali ferroviari. Cos’è che mettete in relazione, cosa vi spinge a tracciare un fil rouge fra queste proposte di trasformazioni?

    Gianluca: Noi non pensiamo che ci sia un disegno da parte di alcuni, volto a imporre, attraverso una pianificazione così ragionata, un nuovo modello di città. Noi pensiamo che sia il mercato che può portare facilmente a questo tipo di orizzonte. Il Piano di Governo del Territorio, rispetto al Piano Regolatore, è uno strumento di pianificazione che pianifica molto poco e che lascia molto spazio agli attori immobiliari, permette il mercato dei diritti edificatori e che fa sì che non sia così semplice ragionare su una pianificazione organica e organizzata. Di sicuro, se alcuni grandi progetti prendono piede e vengono realizzati, c’è un effetto domino su tutte le zone limitrofe, soprattutto nel caso in cui commercialmente l’operazione funziona. Per questo insieme a San Siro stiamo mappando il Corvetto, che presenta una questione simile legata allo Scalo Romana e più in generale alla trasformazione degli ex scali ferroviari, grosse aree non edificate alcune delle quali hanno una posizione ormai centrale e su cui gli appetiti della finanza e degli immobiliari da tempo si sono espressi. Appetiti che allo Scalo Romana significano il villaggio olimpico e tutta l’edificazione che adesso è in corso attraverso il progetto di Symbiosis di Covivio, circondando e assediando la parte di quartiere popolare. Vediamo un problema molto simile intorno al quartiere popolare di San Siro con il progetto del nuovo stadio. Per come ragiona il mercato, nella probabilità che ci sia una nuova realizzazione in un luogo, è un dato di fatto che le aree limitrofe si valorizzino: c’è un’attrattività e, nel momento in cui in città sono insediati dei soggetti finanziariamente molto potenti, questa può diventare facilmente un qualcosa di reale. Dieci anni fa, quando siamo arrivati qui [Ndr: La sede di Off Topic è Piano Terra, in via Confalonieri], in Isola c’era un tipo di abitante differente: le abitazioni in quartiere sono col tempo aumentate di costo e chi abitava qui ha pensato bene di vendere a un prezzo alto e di andare ad abitare in Farini, in Maciachini, in Dergano, comprando una casa più grande. Alcuni processi derivano non tanto dalla pianificazione, quanto dal mercato che permette questo tipo di sviluppo. L’altro tema è quello del pubblico, del soggetto che dovrebbe curare la pianificazione. Un po’ è per via dello strumento di pianificazione oggi esistente che pianifica molto poco, un po’ anche per una questione di volontà. E un po’ è perché, se da una parte c’è chi vuole costruire e ha degli scopi e uno spirito ben precisi, dall’altra la controparte oggi è carente di mordente, di rappresentatività. Nel nostro ragionamento, non ci sembra che in Consiglio Comunale o negli ambiti istituzionali ci siano soggetti in grado oggi di rappresentare le istanze di chi vive nei quartieri e di chi viene investito da questi grandi progetti. L’auspicio però non è quello della rappresentanza, ma è quello dell’attivazione sociale, dell’attivazione dei soggetti che sono sul posto, che possiedono le conoscenze e il vissuto che, maggiormente rispetto a quello che è stato fatto negli ultimi anni, devono essere parte della pianificazione, una pianificazione che non deve semplicemente inseguire quali sono i bisogni dei grandi soggetti di Coima, di Covivio, non deve seguire il ciclo della valorizzazione, ma deve creare dei quartieri che siano vivibili, nati dalla collaborazione e non da spinte che vengono dall’esterno della città.


    Parte II – Il progetto del nuovo stadio San Siro

    Intervistatrice: Quali sono le principali ragioni che identificate come problematiche? Cosa vi ha spinto a mobilitarvi contro la proposta del nuovo stadio?

    Gianluca: Rispetto ai tanti progetti che sono stati presentati su Milano, quello del nuovo stadio ha creato malumori e conflitti sin dall’inizio, anche nell’ambito delle istituzioni e delle rappresentanze, perché è un progetto che solleva una serie di problemi che non sono certo sottovalutabili. C’è l’ambito più simbolico dello stadio di San Siro, che va a toccare gli umori di chi vive in maniera nostalgica la città e ci vede un elemento della tradizione cittadina. Quello non è il nostro piano, però è qualcosa con cui fare i conti, ed effettivamente è una delle una delle ragioni per cui i comitati si stanno muovendo. Un altro aspetto è relativo al progetto che è stato presentato inizialmente, un progetto che va a cementificare una grossa parte di un territorio che invece era abbondantemente a verde. Lo stadio di San Siro, poi, è un edificio di proprietà pubblica, parte della città pubblica, su cui non ci sono solo dei costi di manutenzione, ma anche dei profitti. Con questi profitti, il Comune di Milano riesce a finanziare una buona parte dell’impianto sportivo che ha con Milanosport e i suoi diversi centri. A Milano si fa sport a prezzi contenuti grazie alla partecipata del Comune che a febbraio 2023 ha alzato di 1€ i biglietti, ma che comunque continua a consentire di fare sport a un prezzo accessibile. Non è un dato naturale, non è detto che sia sempre così. Poi, nella privatizzazione dello stadio in questo caso c’è anche un abbattimento, che apre ad una questione ambientale, un raddoppio del problema. Però il ragionamento sulla svendita della città pubblica su San Siro è tutto da farsi ed è uno dei motivi che ci spinge a pensare che sia una lotta da portare avanti. Su San Siro ci sono almeno due o tre comitati, fra cui quello referendario, con cui ci sono un importante numero di punti in comune. Noi non crediamo che si possa arrivare ad una soluzione soddisfacente attraverso lo sbocco referendario. Il dibattito sullo stadio c’è stato, molto di più che su altri progetti di trasformazione urbana, però probabilmente non è ancora sufficiente e deve comunque essere ampliato e soprattutto amplificato fuori da San Siro, dove c’è un minor livello di consapevolezza.

    Intervistatrice: Dopo la conclusione del dibattito pubblico e le nuove richieste avanzate dal Comune si sono succedute dichiarazioni e proposte, tra cui la proposta dell’area de La Maura del Milan che ha tenuto banco per un po’ di tempo. Adesso sembra che la proposta sul tavolo resti quella dell’abbattimento e ricostruzione di San Siro. Rispetto a queste proposte alternative di cui si è sentito parlare cosa ne pensate?

    Gianluca: Dopo che si è infossato il dibattito su San Siro, rimbalzavano voci a proposito nuove evoluzioni che portavano un nuovo stadio da una parte all’altra della città. Questi non sono dei piani B, ma sono dei metodi che le società di Inter e Milan stanno utilizzando per forzare il Comune su San Siro. Il valore immobiliare di un’operazione su San Siro non è comparabile ad un’operazione a La Maura, a Sesto o a San Donato. Il brand San Siro funziona se esiste quantomeno una prossimità. E se, come è dai progetti, si vuole fare una cittadella commerciale di fianco più che lo stadio, non è detto che altrove renda lo stesso valore. Su La Maura c’è stata da subito un’importante presa di posizione da una parte della città che conosce bene la zona e la vuole salvaguardare, con un forte protagonismo del consigliere Enrico Fedrighini, che in zona mira ancora a rappresentare i cittadini a livello delle assemblee. Comunque, è rilevante il fatto che in pochi giorni ci sia stata tutta quella opposizione: questo ci porta a pensare che in quel territorio la tutela del verde sia un tema progressivo e che porta gli abitanti ad attivarsi. È chiaro che ci sono delle lotte che si devono fare, anche se non possono avere degli sbocchi positivi. Però ce ne sono altre che, a maggior ragione, visto che c’è quel livello di reazione, occorre portare avanti. C’è poi l’ipotesi della ristrutturazione dello stadio, non tenuta in considerazione nel dibattito pubblico, che sembra a noi – che non siamo architetti o urbanisti – un qualcosa di fattibile, che non porterebbe sconvolgimenti a livello ambientale e che conserverebbe l’aura dello stadio di San Siro. Ma purtroppo secondo noi le due società di Inter e Milan hanno delle proprietà che sono molto più attente alla realizzazione del nuovo stadio finalizzata alla creazione di patrimonio e di ricchezza piuttosto che all’attività sportiva. Questa non è una peculiarità di Milano, è una tendenza a livello mondiale con cui però bisogna fare i conti a livello locale.

    Intervistatrice: Più nello specifico quali sono le vostre istanze? Avete avanzato delle richieste e/o avete in mente uno scenario alternativo che secondo voi il Comune dovrebbe perseguire?

    Gianluca: Purtroppo il tema è molto complesso. Le società di calcio sono di proprietà di due soggetti privati e un nuovo stadio deve per forza nascere dall’accordo fra il soggetto pubblico e i due soggetti privati. Il Comune potrebbe anche mantenere pubblico lo stadio così com’è, con la ristrutturazione. Nelle nostre idee ci piacerebbe che San Siro rimanesse pubblico, accessibile. Oggi non è esattamente accessibile, nonostante sia pubblico: i prezzi dei biglietti, sia per i concerti che anche per le partite, non sono proprio alla portata di tutti. Però il Comune può potenzialmente – sebbene non lo faccia – fare da calmiere, da moderatore rispetto a una tendenza sul prezzo dei biglietti. San Siro deve rimanere pubblico perché sono delle entrate, perché è un’attività che non va in perdita, ma incassa. Tutti questi nuovi progetti, al netto degli oneri di urbanizzazione molto bassi, impongono poi all’ente pubblico, a latere, delle modifiche infrastrutturali e viarie che non rientrano nel progetto ma rappresentano ulteriori costi. Quindi, mantenere San Siro pubblico significa non stravolgere tutta la zona, che al contrario comporta una spesa economica, sociale e ambientale. Può sembrare un po’ conservativa – e lo è – questo tipo di posizione, però non ci vengono in mente modi per riuscire a portare nei quartieri delle operazioni immobiliari che riescano ad essere attente alle questioni sociali e ambientali, che non siano di piccoli passi. L’inondare le zone di soldi, di progetti, di cemento e di novità per gli abitanti difficilmente potrebbe essere sostenibile: anche gli abitanti della parte bene di San Siro non sono favorevoli a quel tipo di progetto, perché sono arrivati in zona nell’idea di un quartiere centrale ma tranquillo. Non c’è un’ipotesi di nuovo stadio che sia un’ipotesi soft, che abbia un impatto ragionevole, che permetta alla pianificazione di ragionare con gli abitanti, non di andare da loro e di dire “dobbiamo fare queste cose”. Qui, però, ci si rende conto che esiste un trade-off fra i bisogni della città e i bisogni della finanza. La finanza non può ragionare nei tempi che a noi piacerebbero e noi non possiamo ragionare nei tempi invece utili agli sviluppatori. Certo, alcune trasformazioni sono necessarie, perché ci sono delle aree che sono effettivamente abbandonate, come nel caso delle Scuderie del Trotto. Su di esse avevamo cercato di stimolare un processo partecipativo che immaginava nell’area dei servizi e delle soluzioni utili e leggere, ad uso e consumo del quartiere, e non ad uso e consumo di Hines o di chi vuole fare un investimento.

    Intervistatrice: Qual è la vostra idea di città a questo punto? Se e come confligge con l’idea di città che sta dietro un progetto come quello dello stadio?

    Luca: Sicuramente immaginiamo una città molto ricca di spazi, con una gestione ed erogazione dei servizi pubblici non per forza fatto dal pubblico, ma anche realizzato in maniera autogestita, volontaristica, del basso, mutualistica, per tutti. Una città dove, al centro dello scambio, della relazione, di qualsiasi sia il motivo per cui si vive la città, non ci sia necessariamente una logica di profitto. Vale anche per l’abitare, perché una città più pubblica vuol dire innanzitutto che la casa è un bene pubblico, a prescindere da chi ne sia il proprietario, perché l’abitare è un diritto. Se l’abitare si concretizza nella casa, allora la casa deve rispondere ad un concetto pubblico di bene e quindi chi non può accedere alla casa in altri modi deve necessariamente ricevere una risposta pubblica popolare, non appaltata al privato. L’edilizia convenzionata deve essere veramente tale, non deve essere un modo per mascherare interventi privati calmierati con fantomatici benefici che poi sono 4 o 5 appartamenti lasciati a 600/700€ al mese di affitto! Deve richiamarsi al concetto dell’edilizia cooperativistica e mutualistica, per permettere anche a cooperative costituitesi dal basso – e non solamente ai grandi conglomerati immobiliari finanziari – di condividere la realizzazione e la costruzione di case che poi restano una proprietà indivisa. La proprietà indivisa non genera consumo di suolo, rompe il meccanismo della procreazione finanziaria legata alla rendita immobiliare che c’è dietro allo sviluppo che sta vivendo oggi la città, dove tutto ciò che ha a che fare con l’abitare – che sia il lusso, lo studentato, il commerciale inteso come sedi di uffici, ma anche uffici pubblici – e la risposta ai bisogni di chi non può permettersi una casa a 3.000 / 6.000€ al metro quadro sono lasciati al privato con l’housing sociale, che ha criteri di accesso che non sono quelli della casa popolare e pubblica. La nostra è un’idea di città dove lo spazio pubblico permetterebbe anche una mobilità veramente dolce, sostenibile, lenta, e una città dove il trasporto pubblico è gratuito.

    Gianluca: Da qui la necessità di opporsi a questo tipo di grandi progetti sui quartieri, perché tutta questa città desiderata nei masterplan non compare, se non in maniera molto limitata. C’è sempre una componente di business sociale su nuovi progetti – al di là del progetto del nuovo stadio di San Siro che sull’abitativo non introduce nulla – ma ovunque c’è una porzione di housing sociale che viene usata per ottenere lo scomputo degli oneri di urbanizzazione. Non incide assolutamente sul mercato immobiliare e non offre una soluzione a chi ne ha bisogno. Perciò dal 2011 ogni volta che vengono presentati questi progetti li vediamo di cattivo occhio, perché sono il sintomo di una tendenza che porta la città altrove.


    Parte III – Partecipazione e conflitto

    Intervistatrice: Volevamo analizzare con voi il tema della partecipazione e del conflitto. C’è stata partecipazione e si è prodotto conflitto intorno alla vicenda dello stadio, secondo voi?

    Gianluca: Dal punto di vista della partecipazione, si pone il tema dello strumento del dibattito pubblico. La traduzione italiana del dibattito pubblico è molto particolare. Siamo intervenuti solo dall’esterno nell’appuntamento sulla sostenibilità ambientale, perché l’intero impianto del dibattito pubblico ci è piaciuto poco. Era sostanzialmente un dibattito per individuare possibili compensazioni su un intervento che comunque era da fare. Non era un dibattito che concedeva la possibilità di rimettere in discussione il progetto presentato dalle squadre e quindi di non farlo. Nella versione francese del dibattito pubblico – che pure non funziona tantissimo ed è molto criticato – sugli ultimi 100 dibattiti pubblici, in 6 casi il progetto è stato respinto, in una sessantina di casi ci sono state modifiche, in una trentina di casi il progetto è andato avanti così come è stato presentato. Quindi un minimo di impatto l’ha avuto. Per come è stato strutturato qui, invece, ci è sembrata più una serie di appuntamenti per illustrare il progetto e convincere i partecipanti della sua bontà. Per questo abbiamo girato un po’ alla larga dal dibattito. Dopodiché, già il fatto che ci sia stato è un segno che anche la testa dell’amministrazione comunale non sia molto convinta del progetto. Di conseguenza ha dovuto cercare uno strumento per legittimarlo. Questa legittimazione non è avvenuta, probabilmente più per un livello quantitativo di partecipazione o forse per come è stato promosso. A latere, si è svolto un altro dibattito pubblico sui giornali sportivi in cui prendevano parola le società e il Comune. Questo non ha fatto bene al dibattito pubblico, il progetto ne è uscito indebolito, probabilmente anche per via di problemi che sono collegati alla situazione finanziaria delle due società, che è un tema che non ci tange direttamente.

    Luca: Sul tema della conflittualità, i quartieri dell’ovest, vuoi per la loro tradizione storica, vuoi per la loro connotazione di periferia popolare, hanno sviluppato già negli anni ‘70 forti conflittualità, prima per avere servizi e per essere collegati alla città con una mobilità efficace, e poi per avere realizzate quelle compensazioni – le Leggi Parchi – che erano il contrappeso alla forte urbanizzazione che quelle zone avevano avuto negli anni ’60 / ‘70. Dalla fine degli anni ‘80 in poi le lotte in zona hanno avuto al centro proprio il voler preservare la fortuna e la particolarità di avere un territorio urbano con delle forti caratteristiche di verde storico, profondo, con alberature e sistemi boschivi endemici, con vaste zone ancora agricole, con cascine, ma anche con parchi – delle Cave, di Trenno, del Monte Stella – che sono frutto invece del recupero urbanistico della città dei boschi. Ovviamente, difendere questo vuol dire difendere la qualità della vita di quelle zone, ma anche il 30% del patrimonio verde della città. Per cui, si è sviluppata negli anni una forte conflittualità quando ci sono stati a vario titolo, dagli anni ‘90 in poi, piccoli e medio-grandi progetti o minacce – l’ultimo appunto è l’idea dello stadio a La Maura – che potessero alterare quelle caratteristiche. Non appena è uscita la proposta de La Maura, c’è stata la capacità dei quartieri intorno di produrre assemblee partecipate, presidi, cortei. C’è un’attenzione alta rispetto a questi temi, esemplare è la vicenda del bosco di via Falck, una vicenda più piccola che riguarda una speculazione su un’area che oggi è un bosco. In poche settimane si è creato il comitato e si sono fatte assemblee più che partecipate, con centinaia di persone, ma soprattutto si è fermata la macchina amministrativa che stava andando avanti. A quasi un anno da queste prime mobilitazioni, tutto è stato bloccato. È chiaro che è una situazione sospesa, si può vincere e si può perdere, però intanto quel progetto è fermo. Nell’ovest ogni tanto si vince. E quindi la speranza, anche rispetto alla vicenda del quartiere San Siro, che è l’altra vittima potenziale oltre alle aree verdi, è di poter creare un fronte forte di lotta che dica questo è patrimonio pubblico, che queste case devono rimanere pubbliche, vanno ristrutturate, vanno messe in condizione di rendere degna la vita di chi ci vive e non date in pasto all’immobiliare di turno, che fa l’accordo con Cassa Depositi e Prestiti, e le trasforma da case popolari a case a 600 / 800€ al mese di affitto, come se fossero case del libero mercato.

  • Note a margine di un colloquio con Emilio Faroldi

    Note a margine di un colloquio con Emilio Faroldi

    A cura di Francesca Cognetti e Paolo Grassi
    28 marzo 2023, Politecnico di Milano

    Emilio Faroldi, professore ordinario e prorettore al Politecnico di Milano, oltre che direttore del Master in Sport Design and Management presso la stessa università, è sicuramente un esperto a cui chiedere un’opinione informata sulle vicende riguardanti l’ipotesi di abbattimento e ricostruzione dello stadio di San Siro.

    Propone di incontrarci nel suo ampio ufficio presso il Rettorato. Dietro la sua scrivania una gigantografia di Brasilia, sulla parete a destra alcuni manifesti legati ad eventi del Politecnico sono custoditi da cornici bianche. Sull’altro lato della stanza una libreria di legno scuro accoglie volumi, riviste e alcune foto di famiglia. Ci sediamo intorno a un tavolo e iniziamo a conversare:

    – Qual è il vostro punto di vista sullo stadio? – ci chiede per iniziare.

    – In questo momento vorremmo analizzare il processo trasformativo che lo riguarda – dichiariamo, ponendoci in ascolto e smarcandoci da posizionamenti assolutisti in modo da instaurare un dialogo costruttivo.

    Il suo punto di vista sul progetto aderisce in parte a quello dell’Inter e del Milan, dato che ha seguito queste vicende da lungo tempo, quando nel 2016 si parlava di un nuovo stadio del Milan presso l’area della Fiera di Milano (mentre l’Inter sarebbe rimasto al Meazza). Spiega che l’eccezionalità della proposta discussa con il Dibattito Pubblico stava nella collaborazione tra i due club. Faroldi utilizza spesso esempi tratti da altri paesi europei per sostenere le sue argomentazioni. Cita nomi di club e di stadi, dati quantitativi e normative. Non esistono altri casi in cui due squadre avversarie abbiano proposto di costruire uno stadio insieme. Secondo Faroldi tale elemento costituisce un punto di forza che l’amministrazione non dovrebbe sottostimare, a maggior ragione considerando l’importanza delle due squadre, a livello nazionale e internazionale.

    Per Faroldi la costruzione di uno stadio è innanzitutto un’opportunità, un modo per creare un’infrastruttura urbana capace di trasformare e rigenerare un pezzo intero di città. I mondiali di calcio del ’90 hanno da questo punto di vista rappresentato un’occasione perduta: non si è colta l’opportunità di fare dei maggiori stadi italiani delle infrastrutture capaci di innervare il territorio, con funzioni pubbliche importanti. Lo stadio è “la punta dell’iceberg” di un universo che collega i ragazzi dei vivai ai calciatori più affermati, passando per attività economiche, culturali e sociali e il fenomeno del “tifo”. Lo stadio è un edificio attrattore e attrattivo, certo difficile da gestire per i grandi flussi che mobilita, paragonato da Faroldi a grandi edifici quali San Pietro, o la Mecca. Questa gestione ha dei costi molto alti che non vengono coperti dai biglietti di ingresso. Oggi i proventi del calcio sono legati ad altro e comunque l’investimento ha bisogno di altre funzioni per essere remunerativo.

    Lo stadio Meazza è una struttura obsoleta, forse ristrutturabile, ma di certo vecchia e non più efficiente. Su questo punto Faroldi è categorico: troppo cemento, poca sicurezza, troppi posti a sedere. Non è neanche possibile installare una rete wi-fi efficiente, che in questo momento non è presente. Lo stadio Meazza non ha valore storico. La sua importanza è piuttosto legata a una dimensione simbolica, alle emozioni che è in grado di produrre:

    – Prendete il vecchio Wembley. Lo hanno completamente rifatto, ma conserva la sua rilevanza, anche per la storia che incarna, a prescindere dalla sua forma architettonica.

    Ciò detto, la demolizione non sembra una strada realmente percorribile: si parla di 450 milioni di euro contro i 200 che servirebbero per la costruzione di uno nuovo. Le altre due opzioni riguardano l’abbattimento e la ricostruzione di un nuovo stadio o la costruzione di un secondo stadio, adibendo il Meazza ad altri usi. Faroldi, tuttavia, non da cenno all’impatto ambientale di simili operazioni.

    Inoltre, a suo parere, lo Stadio andrebbe mantenuto lì: su quel territorio ha contribuito a costruire e consolidare la “vocazione sportiva” di San Siro. Il quartiere ha costruito negli anni quella sua connotazione, anche attraverso la presenza degli ippodromi e dei parchi, che non può essere spazzata via, pena uno stravolgimento dell’attuale assetto urbano dell’area. Il rischio è quello di avere uno stadio vuoto, un abbandono che trainerebbe degrado e che potrebbe sfociare in una nuova speculazione edilizia. Gli stadi, se pensati in modo complesso, costituiscono una funziona urbana: devono quindi rimanere in città, al pari dei campus universitari.

    La questione critica sollevata da Faroldi riguarda il ruolo degli attori istituzionali e la mancanza di una regia forte, di una visione e di chiare linee di azione, unite a una marcata indecisione nell’orientare la proposta. Non si tratta quindi di negare la necessità del progetto, ma di coglierne le opportunità di sviluppo. Faroldi critica inoltre i tempi del Dibattito Pubblico, arrivato in ritardo rispetto al processo in atto.

    Proviamo a problematizzare la sua posizione. Gli chiediamo se sia davvero possibile sganciare totalmente la disposizione sportiva dell’area dalle architetture che oggi la caratterizzano. Faroldi è convinto di sì: gli spazi si scrivono e si riscrivono da sempre. Non dobbiamo averne paura.

    Ci chiediamo se tale affermazione valga sempre e comunque e a quali condizioni. Emerge qui nuovamente la centralità della dimensione politica e di chi è chiamato a garantire l’interesse pubblico.

  • Intervista a Federico Bottelli sul tema stadio San Siro

    Intervista a Federico Bottelli sul tema stadio San Siro

    Intervista a cura di Alice Alessandri e Rebecca Migliarini
    8 marzo 2023, Off Campus San Siro

    Il Consigliere Federico Bottelli arriva in via Giacinto Gigante puntualissimo, sul suo monopattino elettrico. Conosce lo spazio Off Campus e il quartiere, che frequenta regolarmente per la sua attività sul territorio. Con fare cordiale ci chiede subito di dargli del tu…

    La prima domanda che volevamo farti, vista la tua esperienza nell’Amministrazione Comunale, è che cosa ne pensi delle grandi trasformazioni e del processo di sviluppo urbano della città di Milano.

    Io credo che sicuramente la città, in questi ultimi dieci, quindici, vent’anni – anche a fronte di alcuni Piani di Governo del Territorio sicuramente all’avanguardia rispetto alla media italiana – ha saputo intercettare alcuni investimenti privati, incanalandoli però in una visione strategica pubblica sicuramente importante. Questo ha fatto sì di avere la possibilità di rigenerare alcuni spazi in maniera molto importante. Quindi sicuramente la capacità di intercettare gli investimenti c’è. Però noi oggi ci troviamo ad un punto in cui non è più sufficiente intercettare gli investimenti, ma il pubblico deve svolgere il suo ruolo di difesa dell’interesse pubblico e comune, e quindi evitare che il mercato, penso a quello immobiliare, ma in generale il costo della vita, prendano strade che non permettano più a questa città di essere inclusiva e accogliente come è stata in questi anni. Faccio un esempio su tutti: Milano accoglie un numero di studenti fuori sede decisamente importante e il fatto che la città possa raggiungere dei livelli – ad esempio per il costo degli affitti – tali da non permettere più agli studenti di poter venire, studiare e rimanere a lavorare in questa città, è un tema che preoccupa moltissimo l’Amministrazione oggi e su cui stiamo cercando di lavorare tutti i giorni da un paio d’anni a questa parte. Il pubblico deve fare il pubblico, su tanti progetti, investimenti e anche sul tema stadio. Quello che abbiamo visto che funziona e che stiamo cercando di sperimentare sono, ad esempio, dei percorsi partecipativi, dove in fase progettuale non c’è solo la realizzazione e la riqualificazione di uno spazio urbano, ma anche un pensiero alla base su poi come quello spazio può essere co-gestito, preso in carico, curato, da parte delle associazioni e dai cittadini che in qualche modo vengono coinvolti e che si fanno carico anche di quel pezzettino di città. È chiaro che è un tema molto complesso, perché ci siamo resi conto in maniera molto interessante che anche la riqualificazione di una semplice piazza porta a un aumento del costo della vita in quel quartiere. Un semplice investimento che andrebbe teoricamente a migliorare la qualità della vita in moltissimi casi, in realtà, porta gentrificazione. E questo lo si vede benissimo in un quartiere su tutti: Via Padova – viale Monza, che è sempre stato caratterizzato in maniera molto forte da una presenza multietnica importante. Una buona quota di cittadini nati e cresciuti in quel quartiere oggi non si può più permettere di vivere lì: e questa cosa per me è devastante, devono scegliere di andare a Segrate, a Sesto o a Cesano Boscone perché il costo della vita è troppo alto. 

    In questo la visione dell’Amministrazione non più Milano-centrica, ma aperta su Milano Città Metropolitana, ci permette magari di indirizzare alcuni investimenti non solo a Milano città, alleggerendo il carico di Milano città, e permettendo intanto di efficientare e portare il trasporto pubblico locale anche dove oggi non c’è.

    Hai citato il ruolo importante dei percorsi partecipativi… in particolare sul progetto dello stadio, è stato portato avanti un dibattito pubblico. Rispetto a questo, volevamo chiederti la tua opinione su come è stato utilizzato questo strumento, che bilancio ne trai e se, secondo te, è stato effettivamente capace di attivare e coinvolgere la cittadinanza. 

    I percorsi di partecipazione, voi lo sapete meglio di me, sono sempre molto complessi e difficili da mettere in pratica: magari uno ha una visione molto bella sulla carta, poi nel concreto si perde nei dettagli e nel fattore umano delle singole persone. Questo è stato il primo vero grande dibattito pubblico in città, quindi, come tutte le prime volte, è un po’ difficile avere un giudizio negativo.  Sicuramente è stato un momento di confronto con la città abbastanza ampio, perché se leggiamo i numeri di coinvolgimento delle persone non ci possiamo lamentare. Forse c’è stato un disallineamento rispetto alle aspettative, nel senso che la legge nazionale, che prevede il dibattito pubblico per gli investimenti superiori ai 300-350 milioni su suolo pubblico, non mette in discussione il progetto nella sua totalità, ma ne va a evidenziare alcuni aspetti – evidentemente critici per la cittadinanza – e cerca di andare a migliorare la proposta con alcune fasi di presentazione e racconto del progetto. Ecco, forse nella fase di spiegazione nel dettaglio, in alcuni casi è stato troppo superficiale, in alcuni casi davvero troppo specifico e senza dare gli strumenti adeguati ai cittadini per poterlo comprendere nel profondo. Si può sicuramente fare meglio: ad avere più tempo e risorse economiche, sicuramente ci si aspettava un coinvolgimento un pochino più profondo rispetto alle reti locali, alle associazioni e alle realtà che lavorano e ci sono sul territorio. Quello che secondo me è successo è che è stato un dibattito pubblico un po’ asettico. 

    Tornando sul tema delle grandi trasformazioni, vedi delle delle opportunità per i territori fragili? Se sì, come sarebbe declinata questa possibilità nel contesto di San Siro? Il progetto per lo stadio avrebbe o avrebbe avuto, a tuo parere, delle ricadute positive sul quartiere di San Siro? 

    Secondo me sì. Quello che abbiamo cercato di fare nei passati quattro anni di lavoro intenso, faticoso, di confronto – anche in alcuni momenti difficile – con le squadre è proprio questo, cioè cercare in un investimento privato importante di tutelare l’interesse pubblico e di far sì che questo investimento abbia una ricaduta concreta nel migliorare la qualità della vita dei quartieri circostanti. Come? Il Consiglio Comunale si è espresso due volte, con due ordini del giorno, uno che dava sostanzialmente mandato alla giunta di esprimere parere favorevole sull’interesse pubblico e un altro, il 22 dicembre 2022, a valle del dibattito pubblico. I “paletti” che il Consiglio Comunale ha individuato nel merito del progetto sono tutti elementi che poi hanno una ricaduta concreta sui quartieri e sulla cittadinanza che li vive: l’aumento del verde dal 25 al 50%; la dimensione delle volumetrie; l’aumento delle funzioni pubbliche;, l’aumento del numero di posti nel nuovo stadio. Questi elementi – che presi singolarmente sembrano sicuramente un po’ limitati e piccoli – sommati, secondo me, danno una visione abbastanza chiara sull’area stadio. E poi c’è un elemento che per me è determinante: in una contrattazione forte con le squadre si è raggiunto l’obiettivo di avere un ammontare di oneri ed extra oneri importante, con la possibilità di utilizzare queste risorse sul quartiere popolare di San Siro, che vorrebbe dire un investimento sulla qualità dell’abitare, sulla riqualificazione dello spazio pubblico. Poi sono oneri di urbanizzazione, quindi devono essere lavori pubblici. È chiaro che se avessimo la possibilità di poterli utilizzare in servizi sarebbe forse ancora più utile. In Consiglio Comunale abbiamo dovuto trovare una mediazione al nostro interno – perché poi è bene dirlo, non è che eravamo tutti completamente favorevoli –  e una mediazione con le squadre per tramite del sindaco, alla ricerca di un equilibrio che potesse dare una sostenibilità sociale e ambientale all’investimento. Ora la situazione ad oggi è un po’ diversa e vediamo cosa succederà. 

    Volevamo chiederti, anche alla luce del del tuo ruolo di Presidente nella Commissione consiliare Casa e Piano Quartieri, se si possono invece evidenziare dei rischi rispetto alla qualità dell’abitare in quest’area, soprattutto guardando all’accessibilità economica in termini di prezzi.

    Eh sì, quello che vi dicevo all’inizio. Anche quando tu hai semplicemente riqualificato una piazza che è evidente che vada riqualificata, il rischio di gentrificazione c’è. Credo che però a San Siro ci siano degli elementi inediti o molto unici rispetto a tutta la città, che è la conformazione popolare, le caratteristiche di edilizia residenziale pubblica, che in qualche modo fanno sì che quel pezzettino di città non è sul mercato, è fuori mercato. È un quartiere popolare con 12.000 cittadini, 6000 alloggi Erp o comunque di proprietà Aler. Sicuramente l’attività commerciale accanto al quartiere popolare o sotto le case popolari può essere che possa portare ad un aumento del costo della vita. In questo la progettazione in maniera partecipata, che coinvolga le realtà, le associazioni dei cittadini, può può aiutare ad alleggerire. Comunque è un tema, sicuramente. 

    Di fronte alla possibilità che tutto il progetto Stadio San Siro tramonti, cosa sarà di questa urgenza di rivitalizzare il quartiere e le aree circostanti? 

    Urgenza è il termine giusto, è un’urgenza molto sentita all’interno dell’Amministrazione, dal lato del pubblico. Le società private che hanno come obiettivo – giustamente o meno – l’aumentare i profitti e far sì che il loro investimento abbia un ritorno economico importante, non sentono questa urgenza. Quindi, se le squadre decideranno di andare a investire su un’altra area – si trattasse anche banalmente dell’ipotesi sorta nell’ultima settimana dell’ippodromo La Maura, un’area privata un po’ più distante rispetto al quartiere popolare di San Siro – è evidente che quella capacità economica che siamo riusciti a raggiungere con il progetto sull’area stadio non ci sarà più. Rimane, però, l’urgenza che il Comune di Milano ha sul quartiere popolare di San Siro, e in generale sui quartieri fragili: quindi metteremo in campo tutto quello che riusciremo, a partire dai progetti del PINQuA, dagli investimenti con i fondi Cipe e in generale tutto il lavoro che stiamo portando avanti da un anno e mezzo a questa parte che penso passi soprattutto dal Mosaico San Siro, che è uno strumento, intermedio, urbanistico, molto interessante, perché dà una visione chiara di quella che è la conformazione socio economica dei cittadini, però poi pondera questi elementi con che cosa manca di concreto in quartiere. Ed è un elenco di 80 milioni di interventi che noi speravamo di poter finanziare con l’investimento delle società Inter e Milan sullo stadio. Se così non sarà, comunque ci sarà un impegno importante da parte del Comune, anche perché, fortunatamente, in Consiglio Comunale di persone che hanno a cuore il quartiere popolare di San Siro c’è ne sono e insieme facciamo squadra e battagliamo tutti i giorni su questo. Magari esternamente non si vede, ma è una fatica davvero quotidiana per cercare di tenere sul pezzo gli assessori, portarli qui, confrontarsi con le associazioni, con le realtà. Abbiamo firmato il protocollo San Siro in prefettura, che è stato un’ottima base per darci delle linee di intervento: politiche sociali, ambiente e sicurezza e, in parte, abitare e casa. Quindi continueremo comunque a lavorare; è chiaro che con l’investimento sullo stadio sarebbe un po’ più facile

    A proposito del futuro: come si può leggere il cambiamento nelle intenzioni delle due squadre, e come sarebbe possibile arrivare ad una soluzione diversa rispetto a quelle che negli ultimi giorni, con molta confusione e velocità, stanno emergendo?

    E’ chiaro che il tema ha una serie di elementi articolati, complessissimi, ed è un po’ difficile riportarli tutti. Cerco di toccare due, tre punti che per me sono importantissimi. Il Milan, in maniera abbastanza inaspettata, decide di abbandonare l’area stadio e investire su La Maura. Accettiamo questa ipotesi e andiamo a valutare l’area La Maura, che è un’area privata, all’interno del Parco Agricolo Sud, che quindi è un’area vincolata. Ci sono alcuni impedimenti tecnici, alcune criticità che dovrebbero essere superate e non è scontato che si possano superare, perché vorrebbe dire fare due passaggi al Parco Agricolo Sud, che si è già espresso o si esprimerà presto in maniera contraria rispetto all’investimento. Dobbiamo fare una variante al Piano di Governo del Territorio in Consiglio Comunale. Sono passaggi complessi e per niente brevi. Se diciamo che è la velocità di investimento che interessa alle squadre, non credo che quella possa essere un’area adatta. C’è comunque la Sovrintendenza che si deve esprimere anche su quell’area, quindi non è un’area più semplice dell’area stadio. Secondo elemento: anche nel caso in cui riuscissimo a tornare sull’ipotesi principale dell’area stadio, Inter e Milan non hanno dei bilanci particolarmente positivi, soprattutto l’Inter. E il Milan credo che sia preoccupato in questa fase della leva economica che l’Inter può utilizzare rispetto alle banche. Se devi chiudere un accordo con un partner e questo partner non è solido dal punto di vista economico almeno quanto te, questo è un problema. Noi potremmo sì ritornare sull’ipotesi stadio, ma comunque con delle criticità da parte del Milan nei confronti dell’Inter. Terzo elemento, che secondo me può essere la chiave per far sì che si torni all’ipotesi che il Consiglio Comunale ha votato due volte, è questo: io credo che le due società abbiano deciso di fare una valutazione di aree alternative soprattutto per l’elemento Sovrintendenza. Sullo stadio può essere richiesto tra due anni un vincolo extra settantennale. Preso atto che lo stadio da oggi ai prossimi 2, 3 anni immagino che non cambierà, può essere una leva -e questa è una domanda che mi pongo, ma Io credo proprio di sì- chiudere un accordo con governo, Sovrintendenza (quindi ministero dei beni culturali), e squadre perché dicano che su quel monumento non può essere dato un vincolo extra settantennale? Possiamo anticipare la scadenza dei settant’anni ad oggi, perché tanto in questi due anni non cambierà assolutamente nulla? Certificare che quella cosa lì non può essere e non sarà vincolata, e quindi velocizzare l’iter di investimento delle squadre. Questo elemento può essere determinante per convincere le squadre a tornare sul progetto sull’area stadio. Non è facilissimo, perché bisogna avere un’interlocuzione con il governo che ha posizioni molto diverse nella loro conformazione. Però credo che questo possa essere l’elemento decisivo per poter tornare, perché altrimenti vorrebbe dire che il Milan va da qualche altra parte. Noi ci troveremmo con uno stadio da 88.000 posti senza le società da dover gestire, e vi assicuro che per la situazione economica del Comune oggi è impensabile. Non non abbiamo le forze economiche per poter gestire uno stadio con risorse del comune. Dobbiamo tagliare 50 milioni di euro quest’anno. Tra l’altro in questi giorni siamo in fase di approvazione del bilancio, tagliare 50 milioni vuol dire tagliare servizi. Servizi per gli anziani, servizi per le politiche giovanili, servizi dei centri di aggregazione multifunzionali, cioè cose vere e concrete per 50 milioni. Oggi. L’anno prossimo sarà peggio, e l’anno dopo peggio ancora. Il rischio di trovarci con una struttura immensa da non poter gestire è un rischio che dobbiamo evitare in tutti i modi.

  • Vicino ma lontano – Nota di campo del 22/02/23 (Paolo Grassi)

    Vicino ma lontano – Nota di campo del 22/02/23 (Paolo Grassi)

    Il Comitato di Quartiere è un soggetto storico del quadrilatero di edilizia popolare di San Siro. Fondato negli anni Novanta, nel corso dei decenni ha visto cambiare più volte la sua composizione. Oggi è formato da un nucleo stabile di residenti anziani, più un gruppo variabile di volontari.

    Il Comitato di Quartiere funge da interfaccia con il territorio per le istituzioni e in particolare per ALER, l’Azienda Lombarda Edilizia Residenziale Milano, che a San Siro gestisce la totalità del patrimonio immobiliare rimasto ancora pubblico. Settimanalmente, i membri del Comitato riportano ai funzionari ALER problematiche puntuali e questioni da affrontare relative innanzitutto alla manutenzione degli stabili.

    Torno alla riunione settimanale del gruppo dopo mesi di assenza. La sua sede è rimasta invariata, ma i poster alle pareti – due in particolare catturano la mia attenzione, uno sull’analisi logica, l’altro su quella grammaticale – e la disposizione dei tavoli parlano di nuove collaborazioni avviate con volontari e scuole di italiano per stranieri.

    Provo a sondare le opinioni dei presenti in merito all’ipotesi di demolizione dello stadio. Il Comitato non ha elaborato una posizione collettiva, ma i punti di vista dei singoli membri sembrano comunque coincidere. C’è chi propone un ammodernamento, chi la demolizione del terzo anello, chi il trasferimento delle attività sportive altrove. Di base però il Meazza costituisce innanzitutto un luogo della memoria, più che della “rigenerazione”. Gianni mi racconta di quando da ragazzo la domenica scavalcava i cancelli per intrufolarsi a vedere le partite di pallone. Ida ha un figlio che ha fatto parte degli ultrà del Milan, negli anni in cui il tifo estremo e i movimenti sociali avevano trovato una curiosa comunione. 

    Il progetto di rifacimento viene descritto come inutile. Di nuovo, percepisco la lontananza relativa di un mega intervento di cui non si conoscono tempi e modalità di realizzazione. Ida, ad esempio, è convinta che i lavori di rifacimento potrebbero riqualificare anche una delle vie che attraversano il quadrilatero di edilizia residenziale pubblica, cosa in realtà poco probabile. Gianni si lamenta del fatto che le case in costruzione inserite nel progetto di riqualificazione dell’ex trotto avranno prezzi al metro quadro insostenibili per giovani coppie o anziani. Del Dibattito Pubblico i membri del Comitato non sanno nulla e nessuno ha chiesto la loro opinione.

    La discussione si sposta in fretta su altre tematiche. Un residente si lamenta della presenza di rifiuti nel proprio cortile. Gianni condivide la difficoltà di trovare un muratore in grado di fare una fattura per un lavoro di ristrutturazione di un piccolo magazzino che verrà utilizzato per raccogliere vestiti usati e beni alimentari da distribuire in quartiere. Spiega che molti residenti impiegati nel settore edile guadagnano intorno alle 7 euro in nero.

    Un giornalista di un quotidiano nazionale fa il suo ingresso armato di telecamera. Vuole conoscere l’opinione dei membri del Comitato sulle primarie del Partito Democratico. Le interviste si trasformano in elenchi di problematiche che si accumulano le une sulle altre, si intersecano in una matassa non sbrogliabile. Individuano wicked problems, direbbero gli urbanisti, difficili addirittura da riconoscere e illustrare. Raccontare San Siro è un’impresa faticosa a chi ha solamente un’ora a disposizione. Così’ impostato, il dispositivo narrativo del giornalismo non riesce a cogliere la complessità delle questioni. Ne conseguono servizi video di tre minuti in cui immagini di edifici sgarrupati si alternano a quelle che sembrano solo lamentele, il tutto accompagnato da colonne sonore drammatiche che costruiscono un immaginario fatto di povertà e privazione che non ne indaga le cause e le responsabilità collettive. 

    Lo stadio e il suo progetto di abbattimento stanno altrove, al di là di un confine simbolico che si affaccia su futurismi urbani troppo distanti. Il Meazza è luogo della memoria, ma la materialità dei bisogni primari spingono in un’altra direzione. Le connessioni tra un uno dei più importanti progetti trasformativi di Milano e le case popolari di San Siro qui sembrano paradossalmente deboli. Si fa fatica a preoccuparsene, se non a latere di azioni considerate prioritarie e basilari.

    Nota: I nomi propri citati sono fittizi

  • Dibattito in aula consiliare: l’intervento del Consigiere Rabaiotti

    Dibattito in aula consiliare: l’intervento del Consigiere Rabaiotti

    Questo contributo è una trascrizione dell’intervento tenuto durante il Consiglio Comunale del 22 dicembre 2022 dal Consigliere Gabriele Rabaiotti, capogruppo della lista “Sala Sindaco”, già Assessore ai Lavori pubblici e alla Casa nella precedente consiliatura.

    La sensazione, che è più di una sensazione (per quanto mi riguarda assomiglia ormai ad una convinzione), è che abbiamo continuato come Consiglio e più complessivamente come amministrazione ad ascoltare molto, forse troppo, le società che hanno la proprietà delle squadre Milan e Inter e ad ascoltare poco, troppo poco, la città. Talmente le abbiamo ascoltate che abbiano assunto lo schema che usano loro come se fosse il nostro. Faccio fatica a vedere dei benefattori dietro a questa operazione.

    Diversi di noi hanno seguito con attenzione il dibattito pubblico che, anche se non si è tradotto in un processo così significativo di partecipazione, ha evidenziato punti di debolezza, di forte perplessità e di palese contraddizione presenti nella proposta delle due società da un lato ma anche evidenziato la possibilità e insieme la necessità di lavorare al progetto di rifunzionalizzazione del Meazza. Ricordo che il Meazza è in uso. Non è un immobile pubblico dismesso. Milano ha uno stadio. Uno stadio riconosciuto nel mondo, che ha visto una serie di interventi di sistemazione e di adeguamento (l’ultimo di 16 milioni nel 2016) e ospiterà l’inaugurazione delle Olimpiadi nel 2026 (con un ulteriore intervento pubblico di ulteriori 10 milioni – questo è quanto ci è stato riferito dall’assessore qui in aula).

    La rifunzionalizzazione, che è l’operazione più veloce, guarda al Meazza come ad un impianto sportivo che può ospitare altre funzioni, altre piastre per funzioni sportive, culturali, di intrattenimento. Un suo ammodernamento è possibile ridisegnando i volumi panoramici del terzo anello e recuperando in modo intelligente almeno un piano interrato. Quanto costerebbe? Permetterebbe alle squadre di continuare a giocare al livello a cui stanno giocando in una struttura contemporanea e innovativa? Eviterebbe alla città di dover sacrificare altre aree pubbliche oggi libere, di costruire uffici e centri commerciali su aree di proprietà del comune in una zona già molto delicata? Ci permetterebbe di non compromettere gli sforzi fatti in questi anni per ridurre l’inquinamento e allinearci agli standard richiesti dai numerosi accordi presi tra le grandi città a cui anche Milano ha preso parte e aderito?

    Questo passaggio, che rappresenta l’esplorazione dell’interesse pubblico e che rinuncia ad accontentarsi delle sola valutazione della proposta, assolutamente legittima, avanzata da una parte (privata) e cioè dalle società, questo passaggio non lo abbiamo fatto fino in fondo. Lo abbiamo desiderato, immaginato, proposto (anche attraverso il dibattito pubblico, ma anche prima e anche ora, ma non lo abbiamo perseguito. Non abbiamo portato al tavolo della trattativa con le società e i club una proposta seria, approfondita, risultato di uno studio di fattibilità tecnica ed economica per spostare il fuoco dell’attenzione, rendere evidente la posta in gioco, articolare, diversificare ed estendere il campo delle possibilità. Rifunzionalizzare il Meazza è possibile ed è anche utile. Alla città. La rifunzionalizzazione non è il piano B. E’ il piano A.

    Nella sequenza del processo di decisione, che è indubbiamente complicato, per noi, pubblica amministrazione, viene prima. Non possiamo aspettarci questo dalle squadre ma non possiamo fare a meno di esprimere in modo chiaro, forte e sostanziato da dati, stime e valutazioni tecniche che cosa sia l’interesse pubblico, in che cosa consiste concretamente.

    L’ordine del giorno non dice cose sbagliate ma sotto intende una tesi di fondo: il Meazza viene demolito (50 milioni di euro per abbattere una struttura carica di valore simbolico e identitario, ancora pienamente funzionante su cui abbiamo speso e spenderemo in dieci anni 26 milioni e che è valutata poco più di 70), si costruisce uno stadio nuovo sull’area pubblica accanto. Intorno a questa decisione è giusto limitare i danni, recuperare tutto il recuperabile migliorare tutto il migliorabile. Ma trovo questo passaggio prematuro e questo mosaico mancante di un tassello. Importante e primo, il nostro tassello.

    Credo che torneremo in un altro momento a discutere insieme della procedura del partenariato pubblico privato e che l’odg richiama. Procedura che sarà utilizzata per il nuovo stadio e per il suo intorno (uffici e terziario, che è il vero piatto di portata). Procedura che comporta controlli sulla natura e sulla affidabilità dei proponenti, verifiche di conformità e di coerenza sui conti e sui piani di investimento e di rientro e da cui deriverà l’estensione congrua della concessione in termini di durata.

    Non credo che il nostro compito sia quello di essere l’ennesima istituzione pubblica chiamata a salvare i bilanci delle società che hanno trovato interessante, da qualche anno a questa parte, occuparsi anche delle squadre di calcio.

  • Orizzonte Stadio – Nota di campo del 10/01/23 (Paolo Grassi)

    Orizzonte Stadio – Nota di campo del 10/01/23 (Paolo Grassi)

    Nelle giornate più limpide, all’incrocio tra via Preneste e via Civitali, il Meazza sembra molto vicino. La rossa struttura metallica che lo ricopre, insieme a una delle torri d’angolo, appaiono appena sopra i palazzoni di edilizia residenziale pubblica.

    Eppure, se si inizia a camminare verso lo stadio, quella sensazione viene meno. La distanza non è tanta, circa un chilometro e mezzo, ma appare quasi incolmabile. La rossa struttura metallica e la torre d’angolo rimangono all’orizzonte, mentre il paesaggio intorno si modifica progressivamente, senza soluzione di continuità: i palazzoni lasciano spazio prima ad alcuni esercizi commerciali, lungo via Paravia, poi a edifici privati contornati da giardini curati, infine a uno slargo che sfocia nel piazzale Angelo Moratti. Solo allora lo stadio si palesa completamente, in tutta la sua imponenza, lasciandosi abbracciare dallo sguardo libero da ostacoli.

    La relazione tra quartiere di edilizia popolare e stadio mi sembra rispecchiare questa descrizione. Il Meazza è là, così vicino e allo stesso tempo così lontano: un simbolo identitario per i residenti dell’area, ma anche un gigante silenzioso parte di uno sfondo percettivo.

    Oggi la temperatura è stranamente mite. Sul piazzale antistante allo stadio diverse persone stanno allestendo bancarelle di cibo e merchandising in vista di un’imminente partita. Provo a scambiare due parole con un ragazzo intento a disporre file di panini. Chiedo con fare ingenuo se abbatteranno il Meazza. Mi risponde che il Comune lo sta ripetendo da dieci anni, ma secondo lui nessuno lo farà davvero.

    Salgo su un tram per tornare indietro. Anche l’autista sembra sapere poco del progetto, del dibattito pubblico avviato, del futuro di quella zona. Si chiede che senso abbia demolire per ricostruire “dieci metri più in là”. Poi passa a commentare il tempo atmosferico. Lo stadio diviene sfondo anche della nostra interazione.

    Mi colpisce constatare come, a discapito della narrativa dominante, le grandi trasformazioni che stanno interessando Milano avvengono e basta. Molte persone non ne conoscono i tempi e le modalità, figuriamoci i margini di negoziazione. La partecipazione è relegata a pochi soggetti organizzati, o a singoli individui la cui quotidianità è investita con forza, più di altri, da quelle progettualità, vuoi perché residenti in zone limitrofe, vuoi perché portatori di specifici interessi. Per tutti gli altri la città cambia sotto i loro occhi, grazie a una regia considerata spesso occulta. 

    Nel quartiere di edilizia popolare il nuovo stadio per molti interlocutori “non fa problema”. E il progetto d’altronde considera minimamente quella porzione di città pubblica, nonostante i suoi effetti potrebbero modificarne flussi, ritmi e connessioni con il contesto metropolitano. Tuttavia, il Meazza continua a fare capolino, all’incrocio tra via Preneste e via Civitali, così come in altri angoli del quartiere. Il fantasma della sua trasformazione aleggia sui suoi residenti, così imminente e contemporaneamente così distante, così lontano e così vicino.

    Paolo Grassi