Tag: vocidallaretesansheroes

  • Una scuola di quartiere

    Una scuola di quartiere

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Paola Radaelli, insegnate nella Scuola Primaria Carlo Dolci, ci racconta di questo periodo in cui la sua categoria ha dovuto reinventarsi, tra didattica a distanza, dispersione scolastica e nuove forme di collaborazione con i soggetti locali. Grazie al lavoro degli insegnanti, in contatto più di altri con le famiglie del quartiere, sono emersi nuovi bisogni: non solo la mancanza di computer o tablet, ma anche questioni legate a bisogni primari (cibo e salute innanzitutto). La fase di passaggio è durata alcune settimane. Non tutte le scuole hanno reagito allo stesso modo e hanno utilizzato le stesse strategie per far fronte all’emergenza. Quello che riportiamo è quindi un punto di vista su un territorio di pratiche frastagliate. Le lezioni per quest’anno sono finite. Rimangono molti interrogativi sull’inizio del nuovo anno e un’unica certezza: l’esigenza di tornare a ogni costo a scuola.

    8 maggio 2020
    La prima settimana ci siamo semplicemente fermati, perché non capivamo cosa succedeva. Dalla seconda settimana abbiamo invece cominciato a organizzarci, come si poteva. Abbiamo capito che la situazione stava prendendo una brutta piega, quindi abbiamo deciso di contattare tutti i bambini. Tramite i rappresentanti di classe – che stanno facendo un lavoro non splendido, di più, nel senso che sono veramente dei punti di riferimento importantissimi – abbiamo cercato di attivarci per entrare in relazione con questi bambini, da un punto di vista potremmo dire affettivo, più che didattico. Ognuno si è organizzato come meglio riteneva: videochiamate, Zoom, G Suite, o Teams, le piattaforme che abbiamo imparato a conoscere. Il tutto è stato lasciato un po’ alla libera interpretazione dei docenti. Con il primo collegio siamo stati invitati dalla vicaria e dal dirigente ad avere una relazione umana con i bambini e con le famiglie, per capire quali erano i bisogni, le loro esigenze. Abbiamo cercato di raggiungere tutti. Poi, a seconda delle risposte, si proseguiva. Siamo andati avanti così fino al decreto del 20 aprile. Dopo le cose sono cambiate. Dal 20 aprile siamo partiti con la didattica a distanza, obbligatoria. Tutti i giorni ci sono due o tre collegamenti a seconda delle classi. Generalmente vengono fatti con Zoom, perché anche reperire la mail per riuscire a entrare nel sistema dell’istituto non è facile. Tramite la mediatrice ci siamo dati un gran da fare, per cercare di arrivare ad avere contatti con tutti e cercando di portare avanti il programma in maniera il più possibile attinente a quella che era la programmazione didattica che ci siamo dati all’inizio dell’anno.

    Siete riusciti a ricontattare la maggioranza dei bambini?
    La stragrande maggioranza è stata contattata. Poi ci siamo resi conto che c’erano problemi di collegamento dovuti alla mancanza di device. Questo è un grossissimo problema. Quindi, con l’aiuto soprattutto di alcuni genitori e il sostegno del dirigente, sono stati consegnati un centinaio di device, se non mi sbaglio. Abbiamo offerto a quasi tutti i bambini la possibilità di connettersi, garantendo lo strumento, più che altro. Questo è già stato un passaggio importantissimo.

    In questo, a quanto ho capito, hanno dato una mano anche altre realtà associative del quartiere.
    Sono stati molto disponibili, anche per la consegna. Perché quest’ultima si è rivelata un problema sostanziale. Adesso il problema sono le connessioni. Nel senso che molti si collegano con la connessione del telefono, l’hot-spot del cellulare, però quando hai due o tre figli che devono fare il collegamento diventa difficile. I dati a disposizione finiscono. La prima consegna dei device è stata fatta ai bambini con difficoltà, DVA [diversamente abili]. Era fondamentale. La prima cosa che si è affrontata è stata questa: i bimbi con difficoltà dovevano essere assolutamente i primi a ricevere questi strumenti. Poi man mano si sono raggiunti gli altri.

    Come sta andando la relazione con i bambini?
    La relazione sta andando abbastanza bene. Mi sembra che ora la stragrande maggioranza si colleghi ora. Fai conto che noi abbiamo una media di 22-23 bambini per classe. Io penso che 18-19 bambini per classe si colleghino, ma non ho dati ufficiali. Poi non tutti i giorni sono uguali. Adesso è subentrato anche il Ramadan. Ci sono anche questi aspetti contingenti da considerare. Altra questione riguarda l’organizzazione in gruppi: perché non tutte le classi lavorano insieme, ma hanno fatto dei gruppi, soprattutto con i piccoli, in modo tale da poterli raggiungere facilmente. Perché se tu fai una riunione su Zoom con venti bambini di prima elementare, tutti insieme, non funziona.

    Quindi fate la stessa lezione con gruppi più piccoli?
    Esatto, soprattutto in prima e in seconda: 10 bambini e 10 bambini che fanno dalle 9:00 alle 10:45 italiano e l’altro gruppo della classe fa dalle 9:00 alle 10:45 matematica, per esempio. Poi le colleghe si scambiano i gruppi. Soprattutto con i piccoli. I collegamenti con i piccoli durano 45 minuti e sono due collegamenti al giorno. Con i più grandi sono anche tre collegamenti al giorno di 45 minuti, un’ora, dipende come va la giornata, da come va la lezione.

    Dal quartiere e dalle famiglie avete notizie?
    Con Sconfini e QuBì state fatte delle grandissime cose. Sconfini manda tutte le settimane il “Manuale di sopravvivenza”, un pdf con giochi e attività, cose che si possono fare a casa. Anche loro contattano personalmente i bambini che seguivano nel doposcuola. Poi c’è un progetto del Comune su Rom Sinti e Camminanti, che sta seguendo le famiglie con cui era in contatto già da prima. Poi si sono tutte le associazioni che si sono attivate per distribuire il cibo, perché quello è stato un altro grandissimo problema.

    Dall’ultima riunione che abbiamo avuto con la rete Sansheroes emergeva un quadro abbastanza drammatico. Anche voi avete questo rimando?
    Assolutamente sì. Io ho passato i primi quindici giorni dopo il 9 marzo, dopo la chiusura definitiva, ho passato veramente quindici giorni di angoscia, perché tutte le sere ricevevo tre o quattro telefonate di madri che piangevano disperate che dicevano: “Cosa gli diamo da mangiare?”. Poi il problema grosso è che a volte c’è timore nel segnalare certe situazioni di difficoltà, per paura dei servizi sociali. È proprio pesante questa situazione.

    Vi state già un po’ immaginando anche i prossimi mesi, oppure è molto presto?
    Siamo un po’ tutti angosciati. Nel senso che il nostro grosso problema non è tanto settembre. Per la didattica capiremo come organizzarci, come fare. Quanto a me, la cosa che mi preoccupa di più è: “Adesso, finita la scuola, questi bambini cosa faranno?”. Tra l’oratorio e il centro estivo c’erano tanti agganci. Questo è un problema anche per le famiglie meno in difficoltà. Va bene lo smart working, però, se a un certo punto riaprono parzialmente le aziende e devo stare a casa tre giorni a settimana e gli altri devo andare a lavorare, dove lascio i figli?

    E per quanto riguarda le valutazioni come vi siete comportati?
    Per ora non sono stati messi voti. Il lavoro che è stato fatto è stato fatto ancora senza verifiche, perché chiaramente sono piccoli, non sono alle superiori. Ne discuteremo in collegio giovedì, però si darà la precedenza al discorso della partecipazione, dell’interesse. Però anche lì subentra una questione: se il bambino non partecipa è perché non ha la possibilità di farlo? È un po’ tutto in forse: quando il problema è il mangiare il collegamento per le lezioni online diventa l’ultima delle questioni da affrontare. 

     

  • San Siro Informa: uno sportello telefonico di orientamento e informazione

    San Siro Informa: uno sportello telefonico di orientamento e informazione

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Attiva da anni nel quartiere San Siro, Amelia Priano – operatrice sociale e referente d’area – gestisce oggi uno sportello telefonico d’informazione e orientamento nell’ambito del progetto QuBì Selinunte, finanziato da Fondazione Cariplo.

    La contattiamo a fine aprile 2020, chiedendole informazioni sul servizio e sulla sua relazione o con altri soggetti della rete locale. 
    Abbiamo attivato lo sportello telefonico il 12 marzo, con “un’apertura” quotidiana dalle 11:00 alle 13:30, dal lunedì al venerdì. Le persone chiamano principalmente per il pacco viveri e per i buoni spesa del Comune, cioè per completare le domande online. Inoltre l’equipe dell’educativa di strada di QuBì ha attivato un servizio di sostegno ai compiti via WhatsApp, che però ha anche una finalità educativa: sentire i ragazzi, sapere come stanno le loro famiglie, monitorare le situazioni fragili. Il servizio permette di sostenere i genitori, perché se una persona sta al telefono con i ragazzi, comunque i genitori hanno un tempo di sollievo. Infine abbiamo attivato dei volontari della rete per alcuni sportelli di supporto. Anch’io sto seguendo una famiglia: diciamo che le chiamate sono tutti i giorni o un giorno sì e un giorno no. È un servizio molto utile perché permette di monitorare anche l’andamento dei ragazzi e le condizioni delle famiglie. 

    Come avete reagito alla situazione di emergenza?
    Se sei in una situazione di emergenza ci sono secondo me due modi per reagire: o ti ancori alle cose del passato – ma ciò lascia il tempo che trova – oppure devi provare a prevedere quello che avverrà. Per esempio, sull’utilizzo dei volontari alcuni dicevano: “Ma non sono abbastanza preparati!”. Secondo me però si tratta di dare priorità alla relazione. Se una persona si offre non è che poi deve saper fare i compiti di matematica, o non solo. Deve piuttosto saper agganciare una famiglia e sostenerla, farla sentire meno sola.

    Quindi le persone con cui state lavorando erano già in contatto con voi e con il progetto?
    No, non solo. La maggior parte delle persone che chiamano lo sportello non le avevo conosciute prima. Sono tutte persone che hanno perso il lavoro. Attraverso lo sportello telefonico ho la percezione che molte persone abbiano perso il lavoro. Tieni presente che delle 200 telefonate che avrò ricevuto, 150 sono di persone che non avevo conosciuto prima, che non sono mai state in carico ai servizi e che, oltre a essere spaventate, sono anche abbastanza umiliate da quello che è successo. Stanno emergendo moltissime diseguaglianze.

    E dove hanno trovato il numero?
    Devo dire che la rete di soggetti locali a San Siro funziona veramente bene. Siamo in relazione con le scuole, il comune, alcune cooperative. Cioè, lavoriamo tutti in raccordo. Per quanto riguarda il pacco viveri inizialmente cosa succedeva? prendevo i nomi e i cognomi, numero di minori, numero di figli, via, telefono, codice fiscale e inviavo la scheda alle responsabili del progetto QuBì, che inserivano i dati nella lista di questi Hub che hanno creato per la distribuzione di beni alimentari. So che la lista si è fermata alle prime 700 persone. La rete locale si è attivata per rispondere ad altre richieste.

    Dicevi che questa emergenza ha esasperato le difficoltà che già c’erano in quartiere, giusto?
    Da una parte molto persone mi hanno raccontato di una grande solidarietà condominiale, altri di grandi conflitti. Poi c’è la questione delle case minuscole, motivo di grande preoccupazione. Lo sportello telefonico da questo punto di vista è faticoso, perché senti un grande numero di persone in difficoltà, anche umiliate. Poi c’è tutto il problema del nero che è in questo momento emerge. Una signora mi ha detto al telefono: “La mia signora è partita per la montagna il 28 febbraio e io sono senza lavoro!”. Hai capito cosa ha detto? “La mia signora”! Questa dovrebbe pagarla anche se non lavora, invece la paga in nero e senza contributi!

    E le istituzioni?
    Ci sono dei problemi burocratici, di privacy e di responsabilità che vanno affrontati. Qua la situazione è al tracollo, anche dal punto di vista sociale. Io sui giornali non trovo molta informazione sulle periferie, però secondo me questo problema verrà fuori, soprattutto adesso che arriva il caldo.

    Speriamo che ora si rimetta in moto qualcosa.
    Vediamo se e come riapriranno. Comunque secondo me sarebbe molto interessante approfondire il discorso del welfare anche per fare un ragionamento più ampio.  Anche perché in certi casi vedi proprio l’espressione dell’ingiustizia sociale e non è giusto che delle persone vivano in queste condizioni. Anzi, bisognerebbe sensibilizzare in merito a questa situazione, anche politicamente, noi come rete, perché servirà anche dopo, per il futuro. Secondo me bisognerebbe affidarsi un po’ di più alle persone che lavorano nel territorio e hanno una percezione più concreta delle problematiche.

  • Il presidio sanitario di Emergency durante l’emergenza Covid-19

    Il presidio sanitario di Emergency durante l’emergenza Covid-19

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    La gestione dell’emergenza sanitaria ha ampliato le difficoltà quotidiane di molte famiglie del quartiere. Una prospettiva particolare è quella di Emergency che dal 2015 ha aperto un ambulatorio mobile nel quartiere San Siro e in altre zone marginali della città, garantendo il diritto alle cure a tutti gli abitanti di queste aree, indipendentemente dal loro status giuridico.

    Loredana Carpentieri, mediatrice culturale e responsabile dell’ambulatorio mobile di Emergency, racconta le difficoltà del quartiere in questi mesi.

    Come avete riorganizzato l’attività dell’ambulatorio mobile nella fase 1? 
    Da quando è iniziata l’emergenza abbiamo sospeso l’attività di tutti volontari e, quindi, anche il servizio di pediatria. Le visite sono state limitate solo alle situazioni urgenti. Il servizio di supporto psicologico in sede è stato riorganizzato attraverso colloqui via Skype.
    Nei quartieri abbiamo allestito all’esterno del Politruck un’area di triage con la presenza di un infermiere e di un mediatore culturale. Alle persone veniva chiesto di compilare una scheda come quella utilizzata dai medici di base con alcune domande rispetto ai sintomi compatibili con il Covid (tosse, raffreddore ecc.). Se la persona risultava positiva al triage non poteva essere visitata da noi ma veniva indirizzata verso il medico di base, se lo aveva, e gli venivano date le informazioni necessarie sulle precauzioni da prendere e l’iter da seguire per controllare il proprio stato di salute. Abbiamo poi monitorato telefonicamente l’andamento di questi casi.

    Avete visto molte persone Covid positive?
    Abbiamo incontrato alcune persone con sintomi riconducibili al Covid ma non essendo stati fatti tamponi a tappeto non abbiamo la certezza della loro positività. Abbiamo, ovviamente, consigliato sempre l’isolamento e monitorato telefonicamente il decorso dei sintomi, accertandoci che i pazienti erano riusciti a contattare il medico e chiedendo loro se avevano bisogno di un supporto linguistico. 

    Quali difficoltà hai notato nella gestione dell’emergenza da parte degli abitanti?
    Abbiamo sperimentato direttamente la difficoltà di accesso ad una corretta informazione e agli stessi strumenti informativi; difficoltà a capire la necessità di rimanere in casa, di fare le cose da remoto anche per chi non aveva sintomi. San Siro è stata una delle postazioni più difficili da gestire, proprio per il problema connesso ad una corretta comunicazione dei comportamenti da tenere per evitare il contagio. Tuttavia, nonostante le difficoltà incontrate, non si sono state differenze in termini di contagio, rispetto ad altre aree della città.
    Per molti c’è stata una difficoltà di isolamento legata alle condizioni di vita. Sono tante le contraddizioni emerse in questo periodo: isolarsi in una casa con cinque stanze è diverso dal farlo in una casa sovraffollata. Qui ci sono molte case popolari, occupate, in cui è spesso non possibile avere una persona per stanza.
    Infine, molti pazienti non riescono a mettersi in contatto con il proprio medico. Alcuni per difficoltà linguistiche; altri, invece, come molti anziani italiani, non riuscivano a mandare la mail per fare la richiesta di rinnovo dell’iscrizione al servizio sanitario a causa della chiusura degli sportelli “scelta e revoca”. Potrebbe sembrare banale ma molte persone si sono ritrovate senza alcun tipo di supporto terapeutico per quasi 4 mesi.

    In questo periodo come avete collaborato con la rete territoriale?
    Dai nostri utenti ci sono arrivate richieste di pannolini e prodotti per l’infanzia, ci siamo, così, interfacciati con QuBì e i custodi sociali. Poi, durante il Covid, Emergency ha collaborato ai progetti “Domiciliarità” e “Accoglienza” con il Comune di Milano. In quest’ultimo caso, ad esempio, Emergency si occupa della supervisione sanitaria dei centri di accoglienza, delle comunità per minori stranieri non accompagnati e dei dormitori, al fine di capire quali fossero le difficoltà nella gestione delle misure di sicurezza in questi spazi e individuare la necessità di situazioni di isolamento. 
    Il Comune ha predisposto l’edificio di via Carbonia per l’isolamento degli ospiti di queste strutture o di chi, con sintomi compatibili con il Covid, non avesse un domicilio. In questi casi, Emergency ha gestito il monitoraggio sanitario degli ospiti.

    Cosa cambierà nel “vostra” fase 2?
    Al momento stiamo cercando di capire come organizzare gli spazi nell’ambulatorio mobile per rispettare le distanze di sicurezza in uno spazio molto ristretto. Ora stiamo cercando di spostare all’esterno la maggior parte delle attività, però l’idea è di elaborare linee guida che possano essere applicate più a lungo termine anche oltre il periodo estivo. 

  • Le staffette di mutuo soccorso

    Le staffette di mutuo soccorso

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.

    Quando non insegna e non coordina servizi educativi, Paola è volontaria e attivista in una realtà che da anni lotta per il diritto alla città e all’abitare, lo Spazio di Mutuo Soccorso (SMS) di Piazza Stuparich. Dall’inizio dell’emergenza il suo gruppo gestisce e promuove un servizio in bicicletta di consegna di alimenti e altri beni di prima necessità – le Staffette di Mutuo Soccorso – in collaborazione con altri soggetti della rete del quartiere.

    Intervistiamo telefonicamente Paola a fine aprile 2020:
    Le staffette di mutuo soccorso nascono con l’idea di consegnare delle spese in giro per la città con i prodotti del GASP, il Gruppo d’Acquisto Solidale Popolare che c’è a SMS, lo Spazio di Mutuo Soccorso. Queste consegne delle spese da una parte facilitano i piccoli produttori che in questo periodo di crisi fanno abbastanza fatica e dall’altra permettono di avere del cibo sano e genuino a prezzi popolari. Quindi si tratta di una consegna di prodotti biologici e genuini, una consegna fatta in bicicletta, con ovviamente i dispositivi di protezione, le mascherine e i guanti, mantenendo le distanze. È attivo grazie a una serie di volontari che si mettono a disposizione, di solito il sabato pomeriggio. Vengono organizzate anche delle spese gratuite, solidali. Una persona può cioè sia lasciare una spesa “in sospeso” di prodotti del GASP, sia fare una donazione. Abbiamo aperto anche una pagina di crowdfunding.

    L’iniziativa viene replicata da altre parti?
    L’idea delle staffette nasce nello Spazio di Muto Soccorso, nel quartiere di San Siro. Consegniamo i prodotti a famiglie in difficoltà da diversi punti di vista: impossibilitate a uscire di casa, oppure senza reddito, quindi impossibilitate nel fare la spesa. Alcuni nuclei, come sappiamo, sono molto numerosi e hanno lavori precari. In questo periodo tali lavori precari, nella maggior parte dei casi, si sono interrotti. Vorremmo nel corso delle settimane raggiunger sempre più famiglie. Sappiamo che questo bisogno a San Siro è molto sentito. È un bisogno che è stato anche messo in rete, condiviso da altre associazioni che fanno parte della rete di soggetti locali. Si sta provando a unire le forze.

    Chi sono i produttori locali a cui fate riferimento?
    Sono produttori che si trovano appena fuori Milano. Da sempre si prova a incentivare i produttori che non siano lontani, per ridurre l’inquinamento e valorizzare la produzione locale. Sono selezionati in base a una serie di criteri: vicinanza, qualità del cibo e dei rapporti di produzione, rispetto del lavoro. Il GASP nasce anni fa, non è nato adesso. Quindi ora si è messo a disposizione per far fronte a questa emergenza. Anche le spese solidali hanno prodotti del GASP. Ci sono altre associazioni, non direttamente di San Siro, che ci fanno delle donazioni. Per esempio, la scorsa settimana l’associazione Arcobaleno ci ha fatto una serie di donazioni di cibo fresco. Lo abbiamo distribuito alle famiglie. Sono associazioni simili a noi a livello etico.

    Come vengono selezionate le famiglie a cui viene consegnata la spesa?
    Sono una serie di famiglie che noi in parte conoscevamo. In altri casi invece ci stanno arrivando delle segnalazioni dalle scuole di zona, che ci dicono quali sono i nuclei familiari che conoscono e sono in difficoltà. Si sta creando anche un meccanismo di rete, con la Custodia Sociale del Comune di Milano per esempio. Dove non può arrivare uno, arriva l’altro. Stiamo impostando questi aspetti proprio in questa settimana. Abbiamo sentito Amelia, della rete di QuBì, ci stiamo organizzando anche per metter in comune le richieste del quartiere. Oltre alle consegne delle spese abbiamo fatto, in collaborazione con l’associazione Cadorna, le consegne di alcuni tablet ai bambini, per facilitare la frequenza delle lezioni online, o per aiutarli nei compiti.

    L’acquisto dei tablet da chi è stato effettuato?
    L’acquisto è stato fatto dalla scuola Cadorna in questo caso. Le staffette si sono messe a disposizione per consegnarle alle famiglie. Due settimane fa siamo andati in una ventina di staffette a consegnare i tablet qua in zona, a San Siro. Un’altra idea è di unire le consegne di cibo a consegne di libri per bambini e ragazzi delle medie e del materiale didattico, in collaborazione con il progetto Sconfini. Ci è giunta la notizia che in alcune scuole si fa fatica non solo ad aver i dispositivi elettronici, ma anche ad avere i fogli, la penna per fare i compiti, o per fare un disegno, per passar il tempo in casa, visto che siamo tutti chiusi in casa. Soprattutto sappiamo bene che alcuni nuclei familiari vivono in appartamenti piccoli.

    Voi avete rapporti con le brigate solidali che sono nate a Milano o sono iniziative indipendenti?
    Sono iniziative indipendenti. Le staffette sono un’iniziativa autonoma, indipendente dal resto. Siamo un progetto completamento autonomo, però non abbiamo mai esitato nel comunicare con istituzioni, protezione civile, durante il Covid e prima del Covid.

    Rispetto ad altre iniziative di questo tipo, le Staffette cos’hanno di diverso?
    Noi abbiamo pensato di fare le staffette perché volevamo arrivare a intervenire su una serie di bisogni del quartiere, ma anche attivare una partecipazione, anche con un significato politico. Questa attività è un modo per poter partecipare, in questo periodo in cui la partecipazione diretta ci  viene impedita. È un modo per invitare altre persone a partecipare. Le staffette puntano ad attivare altre energie, anche a livello di rivendicazione politica, a un livello associativo, di rete che va avanti da tempo e che in questo periodo si è rafforzato e si è messo a disposizione della comunità. Poi ognuno fa il suo. Come lo facevamo prima lo facciamo anche adesso. Però ci sembrava importante che dal basso ci fossero delle iniziative in quartiere, delle iniziative solidali. Come lo facevamo prima, anche in un contesto di abbandono da parte delle istituzioni. Abbiamo pensato che, a maggior ragione in un periodo di crisi e di pandemia, fosse importante fare questo lavoro dal basso, autonomo, con delle prospettive chiare: essere solidali, generare mutuo soccorso, continuare a costruire quel quartiere e quel territorio che abbiamo costruito per anni insieme. Quindi le staffette si collocano in questo quadro.

     Mi sembra molto interessante quello che dici: state rispondendo sicuramente a un bisogno, ma avete anche un obiettivo legato alla partecipazione, all’attivazione nel quartiere. Dicevi inoltre che in questo periodo pensi che le relazioni tra soggetti locali si siano rafforzate.
    Penso che si siano rafforzate. Non è facile per nessuno. Tutti quanti abbiamo dovuto in qualche maniera sperimentarci, cerando di rimanere connessi, ma a distanza, anche con diversi sforzi. Questi rapporti si sono rafforzati, a partire dalla comunicazione reciproca dei bisogni e delle esigenze del quartiere, che ognuno di noi intercetta grazie a un lavoro costruito da anni, con l’obiettivo di raggiungere uno scopo comune, cercando di ridurre i danni che questo periodo porta con sé e che si sentono in particolare in un contesto dove già le disuguaglianze sociali sono molto forti. Non è sempre facile mantenere i contatti a distanza, ma ci stiamo provando.

     Rispetto alle istituzioni invece, tu prima parlavi di abbandono, di scollamento tra istituzioni e territorio.
    Sicuramente San Siro è un territorio in cui ci sono un sacco di invisibili purtroppo, dalla questione della residenza alla questione dei documenti. Tutte questi questioni si amplificano in questo periodo: il problemi relativi alla scarsa conoscenza della lingua italiana, l’accesso a internet, ma anche la possibilità di conoscere l’esistenza di questi servizi.

    Come reagiscono le famiglie, i beneficiari?
    Le persone reagiscono con gratitudine e anche un po’ attivandosi. Magari lo dico al mio vicino, segnalo una famiglia in difficoltà. È successo che qualcuno rifiutasse la spesa per regalarla a una persona più in difficoltà. Alcuni si sono aggiunti alle fila dei volontari per fare le consegne. Ci sono quindi meccanismi di riconoscimento e di attivazione.

  • Ascolto e incontro, anche “a distanza”

    Ascolto e incontro, anche “a distanza”

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.

    Dorotea Beneduce, danzamovimetoterapeuta e counsellor nonché presidente dell’Associazione Il Telaio delle arti, un’associazione di promozione sociale che opera principalmente nel settore delle artiterapie (danzaterapia, arteterapia, musicoterapia, teatro sociale), lavora da diversi anni negli ambiti terapeutico-riabilitativo, socio-pedagogico, socio-culturale. All’interno del quartiere San Siro, l’associazione segue attualmente alcune azioni del progetto QuBì, tra cui Il Cerchio Condiviso, un’attività di socialità e condivisione destinata alla popolazione femminile e ai bambini.

    Abbiamo chiesto a Dorotea di raccontarci come sia stata ri-organizzata questa attività:

    Il lavoro con le donne in realtà non lo abbiamo mai arrestato. Abbiamo prima iniziato a telefonare loro perché volevamo capire se il contatto era gradito o meno: di fronte a una catastrofe bisogna un po’ prendere le misure. Delle 27 donne che avevamo molte hanno risposto positivamente. Quindi abbiamo iniziato ad avere questi colloqui telefonici: della nostra equipe ognuno seguiva un gruppettino di donne. Se da una parte questo mezzo ha limitato, dall’altra in realtà ha permesso anche di far emergere ancora più rapidamente alcune tematiche e quindi abbiamo scoperto cose che non sapevamo prima. Abbiamo scoperto ad esempio che tante donne sono seguite dai servizi sociali, cosa che magari prima non ci avevano raccontato. I bisogni emersi sono stati i più disparati.

    Come vi siete organizzati per rispondere a queste richieste che arrivavano, che esulavano magari anche in parte dalle vostre attività?

    Se c’era bisogno di aiutare con i compiti o di acquistare qualcosa, lo abbiamo fatto direttamente noi: dove riuscivano ci siamo attivati. Per altre richieste abbiamo via via contattato le realtà a noi vicine che pensavamo potessero dare risposta. Per esempio di fronte a bisogni più sanitari abbiamo cercato di capire caso per caso quale fosse il servizio più adatto, a una donna abbiamo dato il contatto di Emergency… Perché c’è da dire che alcune donne sono state male e ci sono alcune che tutt’ora stanno male: stanno attraversando un trauma, proprio anche da un punto di vista psicologico, in maniera molto faticosa.
    Sono emersi bisogni molto diversi tra loro: da una parte c’era il bisogno di essere ascoltati. Qualcuno aveva anche vissuto qualche lutto in quartiere, alcune persone importanti di riferimento per le famiglie. Quindi c’è stata una telefonata di condivisione e conforto. Oppure come ti dicevo sono emersi bisogni legati al sanitario, alla scuola, allo sfratto, o alimentari…

    Oltre a queste importanti forme di ascolto e di sostegno, quali sono le attività che avete proposto?

    Ci siamo chieste a un certo punto se non fosse il caso di aiutare le donne a ritrovarsi anche online – come facciamo attraverso le attività de Il Cerchio Condiviso – perché di fronte a questa emergenza c’è anche un po’ la fatica a stare insieme, magari si scappa ancora di più, si fugge di più… e allora ritrovarsi magari potrebbe essere utile per riprendere le fila, guardarsi, non sentirsi soli.
    È faticoso perché non tutte riescono a maneggiare l’aspetto tecnologico però in questo le abbiamo aiutate. Abbiamo già tenuto quattro incontri online con un contenitore sempre strutturato, nel senso che proponiamo delle attività che aprono poi a racconti, narrazioni. Negli ultimi tre incontri abbiamo invitato anche degli esterni che collaborano con noi per offrire un approfondimento su tematiche più specifiche. 

    Quali sono state le tematiche trattate?

    Abbiamo contattato una pediatra per parlare del tema dell’alimentazione: qualche donna portava la fatica di qualche bambino a mangiare, inappetenza, in questo periodo in cui stanno sempre incollati al televisore… devo dire che da lì si è scoperto che il bimbo ha anche altre problematiche più serie perché non parla e quindi è scattata la segnalazione alla Uonpia… Come dire,  è una sorta di vaso di Pandora che si è aperto e stanno venendo fuori sempre più cose.
    Poi abbiamo invitato un’altra collega psicologa che ha parlato invece un po’ di questa Fase 2 [l’intervista è stata effettuata appena avviata la Fase 2] e lì sono emerse donne un po’ più fiduciose e donne più spaventate che fanno fatica a scendere, che non hanno alcun contatto con l’esterno. La mia sensazione è che queste donne abbiano davvero molta paura  ad uscire. Anche perché durante il periodo iniziale molte lamentavano di vedere tantissimo passaggio in quartiere, lo vedevano dalle finestre… Però ecco, online c’è questo sostegno, qualcuna che è più fiduciosa che aiuta l’altra.
    Una cosa bella e significativa che ci ha fatto riflettere è che in questa fase un papà si è affacciato: noi abbiamo sempre un po’ pensato di aprire alla famiglia le attività di condivisione… questo segnale ci ha dato fiducia nella possibilità di aprire anche ad altri papà, ma abbiamo compreso che diversi hanno ripreso poi il lavoro, c’è anche credo una necessità pratica, lavorativa, economica e appena è arrivata questa Fase 2…

    Quante donne hanno aderito fino ad ora?

    Almeno una decina di donne piano piano stanno aderendo quindi ci auguriamo che questo numero possa lentamente crescere. La modalità online ha consentito alle donne di inserirsi negli incontri, di volta in volta, anche nelle lunghe distanze (penso ad esempio ad A. che sta a Belgrado perché non è riuscita a rientrare) e la partecipazione di donne provenienti da altre realtà del quartiere (per esempio alcune donne che seguono il corso di lingua di Alfabeti), in un’ottica integrata con la rete Sansheroes. Ora c’è anche il Ramadan: le donne di religione musulmana stanno vivendo questo momento e magari fanno più fatica ad essere coinvolte. Devo dire che per molte questo momento religioso è una fase di purificazione, la stanno vivendo bene, come se le avesse aiutate anche a riconnettersi: la vivono come una possibilità di passaggio, di benessere.

    Molti ci parlavano del fatto che si siano acuiti dei bisogni primari come cibo e medicine e quindi la sensazione era che fossero passati un po’ in secondo piano altri bisogni, dalla tua percezione invece emerge una complessità di bisogni, allora mi chiedevo se le famiglie con cui siete in contatto voi magari hanno usufruito di reti?

    Mah, non lo so perché per esempio il problema della casa, relativo a uno sfratto (che teoricamente dovrebbe essere sospeso in questa fase) me lo ha portato una donna che era seguita dai servizi sociali. Lei stessa mi ha posto proprio questa domanda: perché non fosse più seguita… dal punto di vista degli assistenti sociali c’è un bel punto di domanda e avrei qualcosa da dire perché in questo periodo il vuoto l’ho sentito soprattutto da quella parte lì, un grande vuoto… Questa signora ad esempio prende un contributo minimo ma veramente esiguo, di 200 euro, quindi in realtà la problematica economica non è che non ci sia… forse magari i mariti di altre donne si sono collocati da un punto di vista lavorativo come tuttofare e quindi appena è scattata la Fase 2 si sono immediatamente attivati… Poi magari alcune fanno anche tanta fatica a nominare delle necessità… quando abbiamo fatto l’incontro con la pediatra io non mi immaginavo che venissero fuori delle cose e quindi ci vuole anche del tempo, gli strumenti perché certe cose possano emergere…

    E secondo te le misure che sono state messe in campo sono state recepite, capite, sfruttate?

    Mah, io credo di sì. Anzi, anche tanto. C’è stato l’effetto paura. La pediatra che abbiamo incontrato le ha proprio dovute invitare a fare una piccola passeggiata, con tutta la prudenza, le precauzioni. Lei ha proprio detto: “Guardate che i virus si combattono all’esterno, non all’interno delle case quindi il fatto di poter fare una piccola passeggiata, magari nei momenti meno affollati, vi può aiutare”. 
    Tutta la documentazione della Scuola Cadorna che era girata e che anche noi abbiamo diffuso [le misure di contenimento del contagio tradotte in varie lingue] ha aiutato a capire e ho visto molta responsabilità da quel punto di vista… C’è tutta la parte Rom che rimane un po’ scoperta nella mia percezione. Delle persone che forse sono state meno attente e quindi magari vedendosele in giro c’è un po’ questo timore, comprensibilissimo… anche quando dovremo ripartire con i laboratori per i bambini sul territorio ci sarà da capire come strutturarli con misure di precauzione adeguate.

    Ci sono altre attività che avete portato avanti, sul fronte educativo e creativo?

    Abbiamo fatto partire in parallelo due progetti creativi, sì.
    Uno era il contenitore Etcì si crea che è un evento Facebook che abbiamo creato e parallelamente  un canale Youtube su cui abbiamo inserito contenitori di vario tipo: narrazioni, storie per bambini da far ascoltare magari la sera, musica… Lo abbiamo costruito pensando che anche le donne e i bambini del quartiere potessero fornire dei loro contributi per costruirlo: qualcosa è arrivato. Non tantissimo perché c’era più voglia e desiderio di ricevere che non dare. Però sono arrivate delle piccole cose che poi abbiamo messo in questo contenitore.
    E poi c’è questo progetto, La casa tesoro, sempre sul canale di Youtube. Qui abbiamo immaginato la casa come un’isola del tesoro e abbiamo chiesto a ciascuno di immaginarsi un percorso per arrivare a questo tesoro e poi narrarlo, attraverso un contributo video. Ce ne sono arrivati sei, da varie parti del mondo, non solo e non tanto dal quartiere: ora li monteremo insieme, anche con le musiche. Dal quartiere è arrivato poco perché la dimensione della casa è davvero un po’ sofferta.

    Quindi secondo te c’è pudore nel mostrarla?

    Eh sì, è un po’ sofferta… Qualcuno ha osato farcela vedere, tipo un bambino che ha portato un bellissimo contributo. Ma per esempio ha creato dietro di sé un sipario, non so come ha fatto. Qualcuno invece ha fatto emergere molto la nostalgia, il ricordo di casa… infatti è stato faticoso ottenere questi filmati. Comunque questi racconti fanno bene anche a chi li ascolta, diventano nutrienti anche per gli altri…

     

  • Praticare la prossimità a distanza. Il servizio di custodia sociale

    Praticare la prossimità a distanza. Il servizio di custodia sociale

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.

    Giovanna Di Sciacca è referente del Servizio di Custodia Sociale del Comune di Milano – UOP Segesta del Municipio 7 per la Cooperativa Sociale Genera Onlus.
    Lorenzo Marasco è custode sociale ed educatore professionale per la Cooperativa Sociale Comunità Progetto

    Entrambi lavorano nel quartiere San Siro da diversi anni e ci raccontano come il servizio è stato riorganizzato “a distanza”. Le interviste sono state raccolte in momenti diversi ma si è scelto di riportarle insieme come riflessione complessiva su questo servizio territoriale di prossimità.

    Come è stato riorganizzato il servizio di Custodia Sociale nei due mesi di lockdown?

    GDS: Nel momento in cui è stato attivato il lockdown si sono dovuti chiudere sia gli sportelli di orientamento che le socialità e non è stato più possibile andare a casa delle persone per sbrigare le pratiche né fare gli accompagnamenti sul territorio, quindi abbiamo cercato di monitorare le situazioni telefonicamente. Abbiamo ricontattato tutte le persone seguite per informarle e tranquillizzarle rispetto al fatto che noi comunque c’eravamo… poi in alcuni casi erano loro che tranquillizzavano noi custodi raccomandandosi che non uscissimo e che fossimo attenti!
    Successivamente il servizio è stato inserito nel sistema di “Milano Aiuta”, dell’Assessorato Politiche Sociali. Allo 020202 alcuni operatori danno orientamento sui servizi di supporto nell’emergenza. Se la richiesta è più complessa e non viene soddisfatta solo con l’orientamento passa al C.O.C. (Centro Operativo Comunale) dove un gruppo dipendenti del Comune di Milano e a turno 2 operatori dei Custodi Sociali di tutte le zone supportano i cittadini nella gestione delle emergenze.
    Nel quartiere è rimasta operativa la sede di Piazzale Segesta dalla quale abbiamo continuato a monitorare a distanza le persone seguite e altre che ci sono state segnalate come fragili dai diversi servizi del Comune di Milano.

    Quindi il servizio di custodia si è riorganizzato più come servizio di monitoraggio?

    GDS: Noi in piazza Segesta non abbiamo possibilità di fare entrare persone in sede ma suonando al cancello possiamo incontrare le persone e dare informazioni a distanza di sicurezza. Attraverso il monitoraggio telefonico si sono attivati diversi interventi di supporto in collaborazione con moltissime realtà. Si sta cercando molto di fare lavoro di rete. Da un mese stiamo collaborando con L’Ordine di Malta per la consegna di pacchi viveri e con gli Scout Agesci per la consegna di alcune spese che abbiamo possibilità di acquistare per persone segnalate in difficoltà; tramite il Servizio Sociale Professionale Territoriale, il progetto QuBì e le Parrocchie ci siamo scambiati informazioni sui vari servizi di consegna cibo, medicine, numeri da contattare e li abbiamo fatti girare in quartiere alle organizzazioni; ci siamo confrontati con ITAMA [associazione che insegna italiano alle donne straniere] sul tema della violenza domestica. L’ambulatorio di Opera San Francesco è rimasto aperto e abbiamo inviato le persone che avevano necessità di farmaci. 

    Secondo te, come stanno le persone nel quartiere?

    GDS: Tra gli anziani c’è abbastanza timore della situazione, alcuni che avevano l’operatore SAT [servizi abitativi transitori] che veniva a fare le pulizie piuttosto che la spesa non hanno più voluto avere il servizio. Tanto fa rassicurare le persone, non farle sentire da sole… Fare sentire comunità e punto di riferimento anche via telefono.
    Sicuramente però la situazione di molte famiglie è peggiorata. I portinai degli stabili ci hanno segnalato molto viavai ad inizio quarantena, d’altra parte spesso ci sono situazioni abitative con molte persone in appartamenti piccolissimi… Poi quelli che si arrabattavano con vari lavoretti adesso non lo fanno più e sono ancora più limitati nelle possibilità. Quelli che lavoravano in nero a casa della gente non lavorano più… però sul quartiere per fortuna c’è tanto, ci sono tante risposte.

    LM: Da inizio della quarantena io mi sono occupato del monitoraggio telefonico. Nel mio elenco di persone quasi tutti più meno hanno trovato i loro equilibri. Gli anziani che mi hanno assegnato da monitorare avevano tutti delle figure familiari presenti quindi hanno “tenuto botta”.
    I miei vecchi utenti, una decina, si sono riadattati bene. Anzi alcuni adulti psichiatrici secondo me hanno attivato delle risorse che prima del Covid erano sopite… risorse interne di autonomia di auto-aiuto tra utenti. Io per esempio seguo C. che ha iniziato a frequentare assiduamente un altro utente del CPS svolgendo semplici pratiche quotidiane: ritiro ricette, acquisto di farmaci… che precedentemente facevamo insieme o mi delegava. E lo fa anche per altri utenti che sono più segregati in casa per altre patologie. Un’attivazione di risorse che prima non si era verificata.

    Questa situazione vi ha portato a perdere il contatto con alcuni?

    LM: Eh purtroppo si. Nel mio caso seguivo alcuni adulti che non hanno il telefono. Così alcuni colleghi in maniera un po’ strumentale per capire come stavano gli hanno portato dei pacchi viveri anche se il bisogno primario non era esattamente quello ma come servizio di custodia si è mantenuto un contatto anche con questi meno raggiungibili. Ovviamente non come prima.

    GDS: Si, anche se al contrario stiamo venendo in contatto con molte più famiglie Rom rispetto a prima, che facevamo più fatica. Sono arrivati al servizio un po’ in maniera spontanea, un po’ tramite gli assistenti sociali in prevalenza per un aiuto sui pacchi viveri.

    Come stai vivendo il cambiamento di relazione con gli utenti?

    LM: Forse in questa situazione abbiamo quasi patito di più noi educatori, infatti adesso stiamo aspettando un piano di rientro con le dovute cautele ma, insomma, a me ha pesato un po’… poi ti adatti, cogli anche alcuni vantaggi in termine di “economie di scala”, ottimizzi i tempi però… A me è mancato il rapporto di vicinanza, di prossimità… il contatto visivo. L’aspetto dell’incontro “vecchio stile” a me è mancato.

    GDS: Alcuni operatori l’hanno vissuta molto male, c’è stata la frustrazione di sentirsi che non stavano facendo abbastanza. Io so che anche il supporto telefonico è importantissimo in questo momento. C’è spesso la tensione a voler fare di più ma in questo momento devi stare attento, tutelare gli operatori, valutare come agire…
    Io come coordinatrice devo pensare a dare risposta alle richieste, che non sono diminuite, anzi, ma anche a tutelare gli operatori. Sono un fiume in piena in questo momento.

  • Accesso ai diritti nell’emergenza: la prospettiva della clinica legale

    Accesso ai diritti nell’emergenza: la prospettiva della clinica legale

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.

    Dall’autunno 2019 l’Università Bocconi, con il coordinamento della professoressa Melissa Miedico e il coinvolgimento di alcuni studenti impegnati nelle legal clinics, ha dato vita ad uno sportello di orientamento in ambito giuridico per la tutela dei diritti, ospitato due giorni a settimana all’interno dello Spazio Off Campus del Politecnico di Milano. A causa dell’emergenza da COVID-19 le attività dello sportello sono state sospese per essere tuttavia ri-organizzate a distanza, dando vita a importanti sinergie con il resto della rete. Abbiamo chiesto a Melissa Miedico, coordinatrice del progetto e a Maria Nicolosi, una delle studentesse coinvolte, come stia funzionando questa nuova fase.

    Quali attività state portando avanti e con quali modalità?

    M.M.  L’attività degli studenti della clinica legale che si svolgeva presso lo sportello di via Gigante è stata sospesa a causa dell’emergenza Covid, continuando però online tramite mail a cui gli utenti già si rivolgevano (legalclinics.sansiro@gmail.com). Gli studenti si stanno anche alternando nel fornire il loro supporto agli utenti che si rivolgono allo sportello telefonico del progetto QuBì attivato proprio nel quartiere e attualmente molto impegnato sul supporto ai cittadini più fragili nell’emergenza. Il gruppo della clinica legale dell’Università Bocconi si è poi impegnato in un’ulteriore attività: la redazione di documenti informativi che possano essere utili sia agli operatori e ai volontari della rete di San Siro sia  agli abitanti del quartiere. Si tratta di documenti che riassumono le disposizioni contenute nei vari DPCM, così come quelle emanate da Regione e Comune: i ragazzi hanno studiato e tentato di sistematizzare nel modo più chiaro ed accessibile possibile (anche per una utenza non italofona) le regole in materia di circolazione, le indicazioni in tema di distanziamento, i requisiti per accedere ai vari contributi assistenziali, la sospensione dei termini processuali o la proroga di validità di alcuni documenti personali. Hanno anche cercato di raccogliere i contatti delle associazioni e delle realtà su scala cittadina a cui ci si può rivolgere per le diverse necessità (viveri, pasti caldi, pannolini, vestiti, scarpe ecc.).

    Le richieste che ricevete quindi sono diverse da prima?

    M.M. Dal punto di vista quantitativo abbiamo registrato più di 70 accessi nel periodo di apertura bisettimanale dello sportello (ottobre-gennaio). Da fine marzo abbiamo potuto riprendere i contatti con le persone via mail o per via telefonica, su richiesta di alcune associazioni che ci mettevano in contatto con gli utenti che richiedevano un supporto in ambito giuridico-burocratico: ad oggi (fine maggio) abbiamo avuto più di 40 contatti.
    Sul piano qualitativo, invece, abbiamo assistito ad uno spostamento dei bisogni ad un livello assolutamente primario. Nel periodo precedente all’emergenza, le nostre attività consistevano prevalentemente nell’informare e sostenere i nostri utenti su questioni come l’iscrizione alle graduatorie per l’assegnazione di  case popolari, l’iscrizione a scuola (anche alle scuole di italiano per le mamme), iscrizioni ai nidi, il permesso di soggiorno, il ricongiungimento famigliare; capitava anche che supportassimo gli utenti nella richiesta di varie tipologie di sussidi, ma si trattava di persone che ci parevano inserite nel contesto sociale, che avevano già (almeno in parte) risolto i problemi primari e soddisfatto i bisogni essenziali. Oggi invece vediamo un quartiere in ginocchio, che ha bisogno di cibo per sfamarsi. Anche persone che, in precedenza, non ci parevano in difficoltà economica, ora ci paiono in una situazione di povertà assoluta. La disponibilità di lavori precari, accessibili – di fatto – anche a stranieri irregolari (pur potendo questo costituire – per il datore di lavoro – un vero e proprio illecito penale), ci pare consentisse alle famiglie di affrontare e sostenere le necessità della vita quotidiana, benché con alcune rinunce e difficoltà: oggi invece queste stesse famiglie sono costrette a chiedere il pacco viveri, perché magari entrambi i genitori sono stati licenziati in tronco improvvisamente o sono stati costretti a prendere un periodo di aspettativa non retribuito.
    La sensazione poi è che ci sia un’esasperazione delle situazioni: c’è il caso di una persona che seguivamo, che vive in una abitazione di edilizia popolare in un semi-interrato, in un alloggio piccolo (sotto-soglia) e totalmente insalubre, con importanti problemi di infiltrazioni: la vita per due mesi con i bambini in questo ambiente ha reso inumana la sua situazione complessiva, non solo abitativa. Sono persone che temiamo possano in qualche modo implodere.

    M.N. –  Tra coloro che si rivolgono a noi, ci sono persone che già frequentavano lo sportello, ma a queste se ne sono aggiunte di nuove. Le problematiche per cui ci contattano sono quasi sempre assistenziali, legate ai bisogni primari: cibo, un pasto caldo, cartoleria e supporti elettronici per i bambini in età scolare… Si sono rivolti a noi anche per richieste di medicinali, medicine essenziali come il paracetamolo. Le problematiche legate alla casa, per esempio, sembrano essere passate in secondo piano. Gli italiani che ci contattano, come avveniva anche prima allo sportello, sono molto pochi, potendo contare, forse, su una rete più fitta di supporto e assistenza. La fascia di età invece è un poco più alta; prima allo sportello venivano persone sui 20-40 anni; ora chiamano padri e madri di famiglia, anche di 50-60 anni.  

    Nella vostra percezione, come stanno rispondendo le istituzioni alla situazione? Le misure messe in campo riescono a raggiungere il quartiere?

    M.N. –  Alcune risposte istituzionali ci sono, ma il problema è accedere a queste risorse. La domanda per i buoni spesa del Comune per esempio era scritta in un italiano difficile, abbiamo individuato nel modulo una serie di doppie negazioni difficili da comprendere per chiunque. Le tempistiche poi sono piuttosto lunghe: ci sono persone che hanno fatto la domanda e per due settimane sono rimaste in attesa. Per accedere ad alcune misure vi sono grandissimi ostacoli: noi abbiamo fornito un supporto anche tecnologico, perché le capacità e i mezzi a disposizione di alcune persone non consentivano di compilare il modulo online o a mandare una mail. Le richieste di pacchi viveri sono tante, talvolta anche più di quelle disponibili, importante – in questo senso – è stata la collaborazione delle associazioni di volontariato e i progetti (come QuBi sostenuto da Fondazione Cariplo, Save the Children, Medici senza frontiere, le parrocchie, le varie cooperative e progetti attivi nel quartiere) che lavorano da anni sul territorio, lo conoscono bene e hanno potuto, forse un poco più celermente, intervenire nelle situazioni di maggiore emergenza.

    M.M.  C’è una grande confusione sugli aiuti e il rischio di sovrapposizioni, duplicazioni… Le persone hanno avuto tanta paura (anche legata alla scarsità di informazioni iniziali), si sono trovate sole, chiuse in casa, bombardate da notizie allarmanti che solo in parte potevano comprendere ed in grave stato di bisogno; hanno quindi chiesto aiuto in tutte le direzioni, spaventate dal timore di non ricevere nulla. Se sei in emergenza e i soldi per fare la spesa ti arrivano dopo più di 15 giorni è un problema. In larga parte, la comunità ha accettato con responsabilità e spirito di collaborazione (e talvolta rassegnazione) queste difficoltà, comprendendo la diffusa situazione di emergenza nella quale tutti si sono trovati. Certo però sarebbe stato utile un lavoro di coordinamento, organizzazione e informazione sui diversi piani di intervento. Comune, Regione e Stato stanno mettendo in campo risorse in modo piuttosto disordinato, creando filtri all’accesso a tali risorse che paiono insuperabili per le persone che vivono in condizioni di massima fragilità. Il volontariato ha fatto molto, moltissimo, ma non basta: manca un sistema di welfare che possa consentire a tutti di raggiungere minimi livelli di efficienza, lavorando su più piani integrati.  

    Ci sono quindi molte persone che restano fuori? Come descrivereste la condizione delle persone con cui siete in contatto?

    M.M. – In generale, direi che questa emergenza ha costretto TUTTI  a rinunciare a qualcosa e TUTTI, responsabilmente, hanno accettato queste rinunce per il bene di loro stessi e della comunità intera. Mi pare però anche che questa forbice, che ha tolto qualcosa a tutti, come spesso accade nelle crisi, abbia tolto di più a chi già aveva meno, anche in termini qualitativi, non solo quantitativi. Un riscontro di questo ci è arrivato anche dalle istituzioni scolastiche: la scuola è un esempio primario di disuguaglianza in questo momento. La didattica a distanza (D.A.D.) a San Siro ha comportato per almeno il 40-50% dei bambini una fatica estrema per stare al passo, vedendo in molti casi addirittura del tutto compromesso il proprio diritto allo studio. Per quanto le scuole abbiano fatto un grande sforzo (con l’aiuto dei finanziamenti statali e di privati) nell’acquisto di tablet, le distribuzioni e gli acquisti sono stati fatti con estremo ritardo (in una scuola del quartiere, la distribuzione è stata avviata ormai a fine maggio). Ma anche questo non basta: se hai il tablet, ma non hai il wifi, non hai risolto il tuo problema. Nel quartiere inoltre ci sono famiglie con 5-6 bambini in casa che contemporaneamente hanno lezione. Si pensi poi al fatto che tutto – nella D.A.D. – deve passare dal genitore e non è affatto facile se il genitore non ha le competenze (linguistiche) o lavora, se non ha una stampante e può leggere i documenti solo su un piccolo smartphone, se il figlio è in prima elementare e non ha alcuna dimestichezza con il mezzo elettronico e vive con estrema frustrazione la sua difficoltà. Non parliamo proprio poi della disabilità e dei disturbi dell’apprendimento: le famiglie spesso sono state lasciate sole in situazioni di estremo disagio.
    Insomma, l’impressione è che perda di più (anche l’essenziale) proprio chi ha già meno. In qualche caso, di fronte a situazioni come queste, gli studenti della clinica legale non si sono tirati indietro e si sono offerti di supportare alcuni bambini nella interazione con la scuola e nella assistenza ai compiti dei figli, che fanno tanta fatica a stare dietro alla didattica a distanza senza la mediazione di un adulto che possa passare i contenuti che arrivano dalla scuola, conoscendo bene la lingua: anche questa attività, pur esulando da quella che avevamo immaginato nella clinica, in fondo è stata un valido strumento per garantire l’esercizio di diritti primari riconosciuti dalla Costituzione come quello di uguaglianza e all’istruzione (art. 3 e 34 Cost.) .
    Fino a che punto queste persone potranno fare questi sacrifici? Io mi auguro che l’allentamento delle restrizioni consenta di accedere con maggiore frequenza e facilità agli aiuti, ai servizi, favorendo così il ritorno al lavoro e il soddisfacimento dei bisogni primari. Occorre non dimenticarsi però di un quartiere in cui mancano molti servizi: spazi giochi per bambini, parchi, spazi all’aperto e risorse per adolescenti, biblioteche, centri sportivi e piscine. Temiamo che queste carenze si faranno sentire ancora di più nei mesi estivi, in cui non potranno prendere avvio (o lo faranno con numeri molto più contenuti) tutte le attività sportive e ricreative accessibili gratuitamente o a prezzi molto contenuti negli anni passati (si pensi soprattutto alle attività organizzate negli oratori).

    Un contesto come San Siro, già provato in condizioni di normalità, è quindi particolarmente esposto in questa situazione…

    M.M. – L’emergenza Covid 19 si è sovrapposta a problemi preesistenti e mai risolti da anni. Non aver risolto problemi abitativi, problemi di regolarizzazione dei migranti, non aver investito in questi quartieri così bisognosi di interventi e risorse era già causa di grande disagio, l’emergenza e la crisi economica conseguente non hanno fatto che peggiorare ulteriormente la condizione di già grave marginalità dei suoi abitanti. Il rischio è che, cessato il contenimento a cui tutti ci siamo adattati, riemergano qui i vecchi problemi in forma ancora più allarmante e difficilmente contenibile.

  • La rete QuBì di fronte all’emergenza

    La rete QuBì di fronte all’emergenza

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.

    Francesca Petrillo è psicologa e lavora per Genera Onlus. A San Siro coordina QuBì Selinunte, un progetto contro la povertà infantile finanziato da Fondazione Cariplo che coinvolge diverse cooperative e associazioni in attività educative e sociali. Con l’inizio dell’emergenza da Covid-19 il progetto ha saputo reinventarsi, sostenendo in particolare l’apertura dell’Hub di zona per la distribuzione di pacchi alimentari (frutto della collaborazione tra Comune, Protezione Civile, Banco Alimentare, Caritas, Coop Lombardia, Milano Ristorazione, Amatper e la stessa Fondazione Cariplo). 

    La contattiamo telefonicamente lunedì 4 maggio 2020:

    Abbiamo mantenuto quella che era l’attività principale, lo sportello di piazzale Selinunte, aperto due volte a settimana. Era un presidio del territorio. Ci è sembrato giusto mantenerlo in questo momento in cui le persone sono ancora più sole, ancora più isolate e quindi l’abbiamo fatto diventare uno sportello telefonico. È attivo tutti i giorni per un paio d’ore. Abbiamo iniziato così a cercare di mantenere i contatti. Le richieste che sono arrivate sono state tante. Ci sono tante persone in quartiere cui prima non eravamo arrivate, persone che hanno iniziato a chiedere aiuto adesso, nell’emergenza. Ora ti trovi a intercettare delle persone che il lavoro l’hanno perso, sono in difficoltà. Tanti fanno le pulizie, lavoravano in nero. Si è imposta un’emergenza soprattutto alimentare. Su quest’aspetto c’è stato l’aiuto sia del comune che di Cariplo, con l’attivazione di questi Hub in ogni zona. Hanno creato un Hub da cui parte la distribuzione di pacchi alimentari, da metà marzo. Noi abbiamo potuto segnalare delle famiglie già conosciute dalla rete, che ricevevano il pacco tramite le parrocchie, che però non lo stavano più ricevendo, perché i centri Caritas erano stati chiusi per evitare la diffusione del virus.

    Quindi l’Hub di Municipio 7 distribuisce su tutta zona 7?

    Sì, su tutta zona 7. Non distribuiscono solo a famiglie, distribuiscono anche alle persone che prima prendevano il pacco, che potrebbero essere adulti in difficoltà, persone anziane con la pensione bassa. Le famiglie si sono trovate proprio sole. Si è organizzato questo circuito. Circa due o tre settimane fa siamo arrivati a 700 famiglie – famiglie e utenti – e quindi era stato messo anche uno stop perché le richieste erano veramente lievitate troppo. Siccome il numero delle famiglie era molto alto, tante di loro rimanevano in attesa due o tre settimane. Noi ci siamo organizzati, abbiamo fatto alcune spese. Abbiamo ricevuto alcune donazioni da privati. Una famiglia ad esempio ha visto un post su Facebook quando abbiamo distribuito il cibo e ci ha contattato. Abbiamo organizzato questa distribuzione di pacchi viveri d’emergenza. Prima con la mia collega Amelia siamo andati a casa delle persone. Parliamo di una decina di famiglie. Le facevamo scendere e davamo questo pacco. Poi abbiamo capito che consegnare casa per casa con le nostre forze era abbastanza complicato, allora abbiamo chiesto ad Aler di utilizzare lo spazio che abbiamo in via Maratta dei Custodi sociali. Tu chiami, la famiglia viene. Non li facciamo neanche entrare, così evitiamo tutti i tipi di contatto. Diamo le cose da mangiare e se ne vanno. Questo riguarda un po’ l’emergenza principale, la questione alimentare. Siamo dovuti tornare sul territorio. Non era qualcosa di gestibile a distanza. Il pacco viveri spesso non è sufficiente a coprire tutti i bisogni della famiglia e inizialmente veniva consegnato solo il secco, poi è stata aggiunta frutta e verdura. Sono capitati dei ritardi, ma tutte le famiglie in lista hanno ricevuto il pacco.

    La seconda emergenza che si è fatta più evidente è quella scolastica. Nel senso che i bambini per seguire le lezioni online hanno bisogno quantomeno di un cellulare. A volte c’è un solo cellulare in famiglia che si porta via il genitore, quindi non può usare neanche WhatsApp, figuriamoci il tablet La parte principale in questo senso l’ha avuta il progetto Sconfini. Tramite fondi del Ministero si sono iniziati a distribuire dei tablet.

    Questa relazione col progetto Sconfini e con gli altri soggetti della rete si è intensificata in qualche modo con questa emergenza?

    L’impressione che ho avuto è che si sia intensificata. Anche prima con Sconfini c’era comunque un raccordo, ad esempio sul tema centrale del doposcuola. Poi anche tramite l’Associazione Scuola Cadorna c’è stato un dialogo per capire quali fossero i bisogni delle famiglie, per capire chi non si raggiungeva, le persone più isolate. Ad esempio mi hanno contattato anche delle insegnanti per segnalare i bisogni alimentari delle famiglie. Prima, a parte degli incontri che abbiamo fatto nelle scuole, sempre tramite Sconfini, non mi era mai capitato di avere dei rapporti così diretti con gli insegnanti. Poi anche con le Staffette del Mutuo Soccorso: Amelia ha avuto dei contatti anche con loro, anche perché loro fanno delle consegne di spesa alle famiglie.

    Invece, rispetto alle istituzioni, immagino che voi comunichiate soprattutto con Comune di Milano. Da questo punto di vista come sta andando?

    Con QuBì noi abbiamo sempre l’assistente sociale di riferimento che è Franca Primavera. Quindi con lei i contatti non sono cambiati, ma adesso sono praticamente quotidiani. C’è sempre un accordo sulle modalità di lavoro della rete. Cerchiamo di mantenere l’incontro della cabina di regia tramite Skype, o tramite Zoom, per darci un aggiornamento sul lavoro. Quindi, da questo punto di vista, il rapporto con il Comune di Milano per QuBì e il rapporto con l’assistente sociale sono continuati come prima.

    M’interessa capire se avete avuto anche dei problemi o se sta filando tutto liscio. Mi viene in mente anche la questione dei buoni spesa, per cui c’è stata una certa difficoltà ad accedere al sito da parte di alcune famiglie.

    Su questo abbiamo avuto l’aiuto di questi volontari della Bocconi [sportello di tutela diritti e legalità gestito dall’Università Bocconi, attivo in quartiere dal 2019 e ospitato all’interno dello spazio Off Campus]. Anche l’aiuto di questi ragazzi ha rappresentato un intensificarsi di rapporti che prima non c’erano. Era capitato d’inviare qualche famiglia al loro sportello per la domanda alle case popolari. Però davvero c’è stata una disponibilità grandissima da parte di questi ragazzi. Anche altri ragazzi del Politecnico hanno dato disponibilità per fare il doposcuola ai ragazzini, per intrattenerli, supportarli con le videochiamate.

    Sulle altre attività ti dico solo due parole: alcune attività stanno continuando online. Stanno avendo anche un buon riscontro. Per il resto tutte le attività fatte con i bambini nei cortili chiaramente adesso sono in sospeso. Il doposcuola che avevamo in viale Mar Jonio va avanti via WhatsApp, con praticamente tutti i bambini che frequentavano, mentre le scuole di italiano hanno completamente sospeso le lezioni e si ponevano anche il problema di non poter riaprire se rimangono queste le direttive. Loro forse non potranno ricominciare neanche a settembre. Vedremo.

  • Oltre l’italiano: le voci delle scuole di lingua per stranieri

    Oltre l’italiano: le voci delle scuole di lingua per stranieri

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Circa la metà delle persone che abitano oggi il quartiere San Siro è di origine straniera. La domanda di apprendimento della lingua italiana è dunque comprensibilmente molto alta: anche per questa ragione qui hanno sede diverse realtà che si occupano di insegnamento della lingua italiana agli stranieri (Associazione Alfabeti Odv, Associazione Itama – Italiano per mamme, Associazione Mamme a scuola, Associazione Punto it). Di queste, la maggior parte si concentra in maniera specifica sull’insegnamento rivolto alle donne di origine straniera, organizzando anche forme di supporto indirizzate ai bambini in età pre-scolare, che facilitino la partecipazione delle mamme e al tempo stesso offrano un tempo di qualità educativa ai bambini. Al venir meno delle possibilità di didattica in presenza, queste realtà hanno dovuto ri-organizzare la propria offerta didattica, con le difficoltà date dalla lontananza fisica, dalle barriere linguistiche, dai diversi mezzi che i volontari stessi, oltre che gli allievi e le allieve, hanno a disposizione.

    La prima questione posta a tre di queste scuole – Alfabeti, Itama e Mamme a scuola – va proprio in questa direzione. Come avete organizzato le vostre attività a fronte dell’emergenza COVID-19?

    Alfabeti (Moreno Castelli) – Essendo una realtà di volontariato è stato difficile il passaggio alle modalità della didattica a distanza: alcune classi stanno andando avanti, altre meno… bisogna tenere conto che il grosso delle nostre classi sono di livello veramente basso: si aggiungono alle difficoltà dell’italiano che manca quelle di padroneggiare uno strumento… C’è una risorsa di Alfabeti (Alfabeti in rete ) che è stata creata circa 4 anni fa e che sembra venire molto utile recentemente: sostanzialmente sono delle pillole video di italiano, intorno al livello A1, che si possono scaricare dal nostro sito. Da quando è iniziata l’emergenza ci sono state molte iscrizioni. Alcuni volontari poi hanno deciso di aderire alla campagna del Comune di Milano che cercava insegnanti per minori non accompagnati: è stato un bel successo della rete Scuole senza permesso che ha messo a disposizione moltissimi volontari. 

    Itama (Stella Boccaccini) – Nella prima fase del lockdown eravamo un po’ sotto shock, poi gradualmente abbiamo ricominciato a fare attività da remoto. I gruppi whatsapp delle classi ci hanno permesso di restare in contatto con le nostre signore… All’inizio soprattutto per condividere le informazioni, perché nella prima fase era molto importante sia rassicurare che dare notizie e raccomandazioni. Poi, piano piano, abbiamo ricominciato a fare lezione. Ovviamente via whatsapp è molto complicato, però cerchiamo di tenere un filo, un legame con queste donne. Abbiamo comunque perso tantissimi contatti, ci rendiamo conto che i problemi sono tantissimi all’interno di queste famiglie: mille bambini chiusi in appartamenti piccolissimi, i problemi della connessione…Abbiamo cercato di trovare orari in cui collegarci che siano comodi per le donne: per esempio non la mattina, perché spesso il mezzo informatico serve ai bambini per seguire le lezioni scolastiche… Abbiamo anche capito che ogni tanto loro hanno bisogno di un momento di evasione: alla fine quel nostro momento è anche un modo per raccontarsi come vanno le cose, è anche un momento di chiacchiera tra amiche, necessario. 

    Mamme a scuola (Nancy Boktour) – Anche noi abbiamo cercato di mantenere quasi tutte le attività che facevamo, legate al corso di italiano. Per la parte didattica a marzo ogni insegnante ha mantenuto il rapporto mandando dei materiali, facendo delle chiamate talvolta anche individuali alle mamme, per capire quali sono loro le difficoltà… Per mantenere continuità anche sullo Spazio bimbi abbiamo mandato attività ludiche per i bambini, per passare il tempo e per regalare anche un momento di qualità nella relazione mamma-bambino… la risposta dipendeva da persona a persona: alcune hanno tempo e le condizioni per realizzarle, altre magari fanno più fatica e quindi ringraziavano e basta. Piano piano da metà aprile la situazione è diventata un po’ più pesante per le famiglie quindi c’è stato più un rapporto umano, di saluto… abbiamo capito che per loro la priorità era in quel momento tenere il legame umano, la didattica è passata un po’ in secondo piano rispetto ai loro bisogni. Per quanto riguarda lo sportello di mediazione, io ho continuato a tradurre comunicazioni relative ai bandi, agli aiuti dei vari enti (Regione, Comune) e aiutarli ad accedere, anche coordinandomi con il progetto QuBì. 

    Mamme a scuola (Alessandra Bonetti) – Rispetto alla didattica, anche noi abbiamo usato whatsapp: d’altronde queste famiglie hanno un problema di device e di connessione per cui era impossibile proporre altre cose. Lo proponiamo prevalentemente in maniera asincrona, con attività che loro possono fare con calma quando vogliono con una correzione che è quasi sempre poi individuale. Il materiale didattico, i tutorial, le attività per i bambini, tutto ciò che abbiamo prodotto lo abbiamo raccolto e sistematizzato sul sito, perché sia a disposizione di tutti. 

    Come vi sembra che stia funzionando questa modalità?

    Itama (Beatrice Botteon) – Non si possono guardare i numeri, certo, ma io penso che un pochino stia funzionando. Le lezioni noi proviamo a farle in maniera sincrona: c’è un orario in cui inizia la lezione su whatsapp e noi in quell’ora e mezza stiamo siamo lì a disposizione. Loro si capisce che un po’ vanno e vengono, però ecco noi quell’ora e mezza stiamo lì e questo crea anche una sorta di ritualità. Anche dopo la fine delle lezioni [29 maggio] ci siamo dette che ogni insegnante sarà libera di mantenere i rapporti come meglio crede… vogliamo continuare nel corso dei prossimi mesi a mantenere un po’ di legame con le alunne, essere un riferimento per loro…

    Le scuole di italiano sono un servizio essenziale al quartiere: in un contesto di forte difficoltà di accesso ai servizi, di monitoraggio delle domande sociali, vanno infatti ben oltre la funzione di veicolo dell’apprendimento linguistico: sono vere e proprie antenne territoriali e presidi di relazione, che accompagnano l’inserimento degli allievi e delle allieve nelle opportunità della città. Come vi ponete rispetto al venire a mancare di questo ruolo? 

    Mamme a scuola (A.B.) – La riflessione più ampia che stiamo conducendo al nostro interno è quanto, diversamente da un’altra utenza di studenti di italiano, per le mamme lo spazio fisico sia così fondamentale. La scuola di italiano per le donne non è strumentale come per un altro tipo di utente che deve imparare l’italiano per portare a termine compiti di lavoro… per le donne lo spazio fisico è quasi più uno spazio mentale che loro si concedono…  nel momento in cui questo spazio è stato tolto, perché non si poteva fare altrimenti, quelle più “motivate” o che hanno un certo background di partenza di scolarizzazione partecipano e magari anzi chiedono più compiti… per altre la motivazione dopo il primo mese si è affievolita proprio perché non si sono più concesse questo spazio: c’erano altre priorità, che erano i figli, la scuola dei figli, l’organizzazione del tempo dei figli… è molto importante fare questa riflessione sul senso di quello che tutti noi stavamo facendo prima del lockdownLa didattica a distanza va benissimo, noi ce la mettiamo tutta e abbiamo anche tante idee e tanta buona volontà, però… il problema non è quello: per quello ci si può attrezzare e inventare. Il problema è che l’insegnamento dell’italiano in questo contesto è creare una relazione tra di noi e tra di loro: la cosa difficile è mantenere la relazione di gruppo, non quella della singola allieva con l’insegnante… L’importanza delle nostre scuole era quella di aver creato per questa utenza, così fragile e invisibile uno spazio, un momento in cui c’erano loro, loro erano protagoniste di loro stesse…  Si può dire “Vabbè ma poi l’italiano in qualche maniera si fa”… Certo che si fa! C’è chi impara una lingua straniera online e va benissimo, ma quello che noi facciamo non è solo questo, penso tutte e tre le scuole: l’italiano è un mezzo per creare altro e se non ci danno lo spazio per ricreare altro il rischio della ricaduta sul territorio, in queste famiglie, per i figli, è altissimo.  

    Rispetto al futuro, che questioni vi state ponendo su tempi e spazi della didattica, su quali temi vi state interrogando rispetto alla ripresa?

    Mamme a scuola (N.B.) – Essendo ospitate all’interno dei locali della scuola Cadorna, per il futuro non abbiamo niente di certo purtroppo, perché ci sono tanti elementi che dobbiamo tenere in considerazione: non sappiamo se la scuola ci potrà o meno dare lo spazio e in quali termini, dipenderà molto dall’orario e dall’uso delle aule per la didattica dei bambini… 

    Mamme a scuola (A.B.) – C’è anche da dire che anche le stesse donne hanno molta paura: in questo momento sono tutte chiuse in casa. 

    Per chi è ospitato a scuola quindi il problema degli spazi quindi è abbastanza centrale?

    Itama (S.B.) – Sì, per noi vale la stessa cosa con l’aggiunta del fatto che attualmente non siamo a scuola e questo è un limite ulteriore… [Itama era ospitata in passato nei locali della scuola Radice, in via Paravia; a seguito della ristrutturazione dei locali, era attualmente ospitata dalla parrocchia di piazza Esquilino]  Poi c’è anche il tema che la volontaria media ha più di sessant’anni e anche questo è un grosso problema soprattutto nella fascia oraria in cui lavoriamo noi  [al mattino] sono generalmente persone di una certa età e quindi anche quello sarà un problema…

    Itama (B.B.) – Il nostro grande problema, come per Mamme a scuola e la Scuola Donne di Alfabeti, sono i bambini perché anche se si potesse immaginare per gli adulti una soluzione magari a piccoli numeri, con i bambini la cosa sicuramente è più difficile, quindi quell’aspetto non giocherà a nostro favore… Ci siamo addirittura spinte a fare delle ipotesi nel caso in cui non riuscisse proprio a ripartire per l’inverno prossimo … abbiamo ragionato su come migliorare un po’ la didattica a distanza, abbiamo provato a farci venire altre idee: gite nel quartiere… insomma qualsiasi modo alternativo per non scomparire totalmente dalle loro vite e per  tenerci vive come associazione, perché se si fa un anno di buco totale poi è dura…  

    Voi di Alfabeti che invece avete delle sedi esterne e non siete ospitati a scuola, come vi state orientando sulla ripresa?

    Alfabeti (M.C.) – Noi stiamo un po’ aspettando l’evoluzione della cosa ma siamo orientati a ripartire a settembre – ottobre… avendo a disposizione due spazi [via Abbiati 1 e 4] diamo quasi per scontato di ripartire, attrezzandoci naturalmente per la sanificazione degli spazi. Quasi sicuramente però dovremo ridurre il numero di studenti che accettiamo perché le sedi sono piccole (60 e 40 metri quadri) quindi il numero delle persone che ci possono stare è contingentato. Quello che temo è che non potremo prendere i bambini perché gli spazi che abbiamo a disposizione per loro non consentono di rispettare le distanze di sicurezza, sono molto promiscui… Per la Scuola Donne il problema dell’età avanzate delle volontarie lo abbiamo anche noi ed è difficile fare previsioni adesso perché è tutto davvero in forse… 

  • Riorganizzare un progetto educativo

    Riorganizzare un progetto educativo

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Paola Casaletti (Coop. Tuttinsieme) coordina Sconfini, un progetto triennale finanziato dalla Fondazione con i Bambini, il quale, da inizio 2019, si propone di affrontare le problematiche legate al tema della povertà educativa dei minori, lavorando con una rete di scuole milanesi collocate nel quartiere San Siro.
    Dall’inizio della pandemia i partner di progetto hanno riorganizzato le loro azioni, promuovendo la collaborazione tra soggetti locali e sostenendo alcune progettualità attive in quartiere. Paola ci spiega come.

    Come avete dovuto riorganizzare le vostre attività?
    Le attività del doposcuola – e in parte il coro – sono proseguite da remoto. Dopo una prima fase di riorganizzazione, gli educatori hanno mantenuto un contatto diretto telefonico con i ragazzini in carico e parallelamente hanno costruito un PDF interattivo, uno per ogni settimana.  Il PDF è stato messo a disposizione di tutti e tre gli istituti. La prima cosa di cui ci siamo resi conto è stata la disomogeneità della capacità delle maestre di raggiungere gli scolari. Quindi chi era attrezzato ha incominciato da subito a sentire gli studenti, a fare video lezioni, ma chi non lo era no. Ci è sembrato importante offrire uno strumento che fosse uguale per tutti e andare in soccorso a chi non aveva la fantasia di crearne uno da solo. Le attività che invece non possono essere svolte da remoto sono sospese. Il progetto prevedeva una valutazione sperimentale del servizio di doposcuola con la collaborazione di Università Cattolica. Purtroppo anche quella dovrà essere rivista profondamente.

    Rispetto ai bambini e ai ragazzi: in generale la relazione com’è cambiata?
    Per i bambini delle elementari che erano agganciati ha funzionato la relazione stabilita con gli educatori e anche il fatto che i bambini ricevano dalle loro maestre i compiti da fare. Questo è un vincolo che il bambino sente, e lo motiva a fare la telefonata con l’educatore, stare al telefono una mezz’oretta o l’ora che serve. Con i ragazzi delle medie invece abbiamo avuto più difficoltà. Ne abbiamo perso di vista qualcuno in più. L’altro dato è che è aumentato significativamente il numero delle richieste dei pacchi alimentari da parte di tante famiglie con lavori precari che si sono interrotti bruscamente.

    Da questo punto di vista voi come fate raccogliere queste informazioni dal quartiere?
    Ci arrivano attraverso canali informali.

    Vi arrivano dagli educatori? 
    Le famiglie chiamano gli educatori e soprattutto le maestre con le quali hanno stabilito una relazione di fiducia. Lo sanno le rappresentanti di classe, che quindi fanno partire delle segnalazioni e lo sa lo sportello del progetto QuBì [Progetto finanziato da Fondazione Cariplo contro la povertà infantile], che gestisce uno sportello telefonico attivo tutti i giorni e che quindi riceve tutta una serie di richieste.

    I soggetti locali in questa situazione si sono riorganizzati in maniera repentina e con molta flessibilità.
    Sì, totalmente. Soprattutto perché la rete Sansheroes e le altre reti attive sul territorio sono state da subito capaci di aggirare i vincoli burocratici che in ambiti più istituzionali – vedi il tema privacy o la questione dei documenti – non avremmo potuto aggirare. Ci sarebbe stata tutta una zona grigia di persone che non avremmo potuto raggiungere. Nel giro di una settimana si è creato un coordinamento che, di settimana in settimana, si organizza per veicolare: a) la distribuzione dei pacchi; b) la distribuzione di tablet o altro materiale scolastico. In questo è stato fondamentale anche il sostegno delle Staffette di Mutuo Soccorso, legate allo Spazio di Mutuo Soccorso di Piazza Stuparich. Quindi, a seconda di quello che c’è da consegnare, ci si organizza.

    Tra l’altro queste reti sono riuscite a intercettare diversi fondi e diverse forme di autofinanziamento. Sembra un po’ che questa emergenza abbia intensificato per certi aspetti le relazioni tra i soggetti locali.
    Le ha intensificate e ha reso più semplice e veloce il coordinamento tra di noi.

    D’altra parte, però, rispetto alla relazione tra questi soggetti e le istituzioni rimangono invece delle questioni aperte.
    C’è stato inizialmente un disorientamento nei rapporti con il Comune, relativamente alla gestione dei servizi educativi territoriali (Centri Diurni e CSE). Quando è uscito il decreto nazionale che ha imposto la chiusura dei servizi è iniziata una trattativa lunghissima perché ci riconoscessero almeno in parte il lavoro da remoto che gli educatori stanno facendo con ciascun ragazzo. Ora dovremo affrontare la complessa organizzazione dei Centri Estivi: anche in questo abbiamo deciso di creare sinergia tra gran parte dei progetti attivi sul quartiere, per non parcellizzare le risorse e offrire alle famiglie che rientreranno al lavoro una parziale soluzione.  

  • A un metro di distanza: osservatorio sul presente del quartiere

    A un metro di distanza: osservatorio sul presente del quartiere

    L’emergenza sanitaria legata al Covid-19 ha determinato, come comprensibile, la chiusura temporanea del nostro spazio di lavoro e presidio territoriale Off Campus a partire dalla fine di febbraio. Questo evento rappresenta una grande sfida per il nostro gruppo di ricerca, che da sempre a fatto dello “stare” in quartiere il punto cardinale della propria metodologia di ricerca e azione. La distanza fisica sollecita nel profondo i termini della nostra relazione con il quartiere e il senso del nostro operare.

    Una prima reazione di smarrimento e di difficoltà ha lasciato presto spazio all’aprirsi e al sedimentarsi di domande su come procedere. Abbiamo quindi iniziato a immaginare come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere, soprattutto attingendo al patrimonio immateriale di relazioni costruite in questi anni, alla collaborazione e al lavoro condiviso con i soggetti locali, ma anche a interazioni più “destrutturate” e spontanee con alcuni abitanti.

    Da loro ci sono arrivate le prime testimonianze, racconti. Pur arrivando da persone diverse, convergevano sulla drammaticità del quadro attuale: il quartiere San Siro, come molti altri contesti periferici e marginalizzati, sta risentendo in maniera fortissima degli effetti della crisi sanitaria, sociale ed economica che si è aperta da ormai alcuni mesi. Si parla poco di questi luoghi, già segnati da forte disuguaglianze, che stanno subendo un contraccolpo maggiore di altri territori. 

    A fronte di un quadro certamente complesso e poco rappresentato, la relazione costruita in questi anni con il territorio, la possibilità di raccogliere e dare spazio alle voci locali, ci ha sollecitato a riorganizzare le nostre attività di ricerca intorno a un osservatorio del tempo presente; reinventando, per necessità, le forme di questa osservazione, seppure in continuità con la metodologia portata avanti in questi anni. L’idea alla base dell’osservatorio è quella che caratterizza dal principio il nostro operato nel quartiere: portare l’università all’interno del quartiere San Siro e, al contempo, portare il quartiere fuori, fare da cassa di risonanza per le voci locali; lavorare su livelli diversi della narrazione, assumendo il valore di forme diverse di conoscenza: testimonianze locali, prospettive “esperte”, interpretazioni di ricerca, ecc.

    Il blog che state leggendo va in questa direzione: farsi tramite di un’immagine in divenire del quartiere, provando a costruire un ponte con il resto della città.

    Per iniziare, a partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo un contributo della rubrica: Voci dalla rete locale Sansheroes. Nelle settimane passate abbiamo infatti raccolto alcune prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere. Pubblicheremo contributi scritti, in forma di intervista o di piccoli testi, con l’obiettivo di restituire alcune riflessioni in itinere sul ruolo del terzo settore, dei servizi territoriali e delle reti locali, sulle difficoltà che questi ultimi stanno affrontando e sulle forme di innovazione che stanno mettendo in campo.

    Ove non specificato espressamente, le interviste e i testi del blog sono curati da: Paolo Grassi, Elena Maranghi, Alice Ranzini.