Categoria: blog

  • Una relazione che cura: le studentesse volontarie ci raccontano Calling San Siro

    Una relazione che cura: le studentesse volontarie ci raccontano Calling San Siro

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. Il 14 e il 21 di luglio pubblicheremo i contributi della rubrica “Calling San Siro”: racconteremo l’omonimo progetto di volontariato che ha coinvolto alcuni studenti del Politecnico e alcune famiglie del quartiere, in un percorso di ascolto e prossimità “a distanza”. 

    Rossella, Chiara Leen, Elena, Chiara, Francesca, Beatrice, Lucia e Maria Stella sono le studentesse che hanno partecipato come volontarie al progetto Calling San Siro, lo sportello telefonico attivato in sinergia con il progetto QuBi Selinunte con l’intento di alleviare le condizioni di alcune famiglie di San Siro, in grande maggioranza con un background migratorio, durante il periodo di lockdown conseguente all’emergenza Covid-19.

    A conclusione di questa attività, abbiamo pensato di chiedere alle partecipanti di raccontarci la loro esperienza e darci il loro punto di vista sull’efficacia dello sportello, sui temi che sono emersi dalle conversazioni, sulle riflessioni che hanno preso forma nel confronto con le famiglie di San Siro.

    Alcune studentesse hanno intrattenuto un rapporto individuale con i ragazzi, altre hanno lavorato in coppia alternandosi durante gli appuntamenti e svolgendo attività differenziate. Questo ha permesso di approfondire la conoscenza degli abitanti di San Siro coinvolti nel progetto e di avere punti di vista differenti sulla medesima situazione. Non tutte sono riuscite ad instaurare una relazione telefonica e si sono confrontate con la difficoltà inaspettata di riuscire ad essere ascoltate e considerate.

    Proponiamo qui di seguito un estratto di quanto ci hanno raccontato, riportando le loro stesse parole che ci parlano di una realtà spesso non ascoltata, svelano le emozioni provate durante il lavoro e mostrano il senso di una relazione che ha portato sollievo e compagnia a tutte le persone coinvolte, volontarie comprese.

    Quali sono le motivazioni alla base della vostra decisione di partecipare all’iniziativa Calling San Siro?
    C.L.: Nelle prime settimane del corso di Laboratorio di Urbanistica 3, la prof.sa Cognetti ci ha comunicato l’inizio di questa attività di volontariato all’interno del quartiere di San Siro, ovvero l’area di studio/lavoro individuata per il Laboratorio di quest’anno. Ho voluto partecipare a Calling San Siro principalmente perché, visto il lockdown e l’impossibilità di fare sopralluoghi nel quartiere, interagire direttamente con le famiglie e i bambini che abitano la zona mi sembrava la soluzione più vicina a visitare San Siro di persona. Il fatto di poter aiutare e tenere compagnia agli abitanti che ne avessero bisogno è sicuramente un motivo in più che mi ha spinta a partecipare. Prima di iniziare mi aspettavo di trovare e dare un po’ di quello che in quarantena si è perso, ovvero il contatto e l’interazione umana nonostante fosse tutto costretto dietro uno schermo.

    L.: Data la particolare situazione e il maggior tempo a disposizione, ho sentito il bisogno di impiegarlo in qualcosa di utile per gli altri; ho pensato che la solitudine in quel periodo fosse un sentimento condiviso da molti. Ero sicura che sarebbe stata una bella esperienza, di accrescimento per me e per le persone con cui sarei entrata in contatto.

    Come è avvenuto il primo contatto con la persona che siete state incaricate di seguire?
    M.S.: Per metterci in contatto con la famiglia con cui abbiamo lavorato, abbiamo creato un gruppo WhatsApp e abbiamo registrato un breve vocale per presentarci. La famiglia ha risposto poco dopo e abbiamo concordato la data e l’orario dell’incontro. Inizialmente avevamo qualche dubbio sul fatto che ci avrebbero risposto, soprattutto così velocemente, perché in precedenza avevamo già provato a metterci d’accordo con un’altra famiglia ma nessuno aveva mai risposto. Siamo state piacevolmente sorprese dalla velocità delle risposte della famiglia del ragazzo, soprattutto della madre, che non manca mai di ringraziarci.

    F.: Il primo incontro è stato importante. Ci siamo presentate, abbiamo visto il ragazzo e la sorella, che abbiamo aiutato a fare i compiti: i ragazzi avevano inteso che questo era lo scopo principale della chiamata. Dopo un’ora abbiamo concluso. La famiglia è originaria dell’Egitto, vive in Italia da sei anni, ma le persone non parlano e non comprendono molto bene l’italiano.

    Che tipo di attività svolgevate? Avete notato particolari interessi nei minori?
    E.: Io e la ragazzina con cui ero in contatto abbiamo svolto diverse attività, tutte improntate sulla creatività, che abbiamo scoperto essere un’attitudine in comune. Abbiamo disegnato e colorato; l’ho sempre vista partecipe e propositiva, tanto da propormi lei stessa un’attività. In una videochiamata infatti mi ha insegnato passo passo a fare un origami, un piccolo svago che so che ha iniziato ad interessarla anche grazie alle attività con Lucia. D’aiuto per tutto il percorso è stato sicuramente il carattere della bambina, così solare, vitale, curioso… Mi ha raccontato, per esempio, di come durante la quarantena abbia coltivato l’interesse per la musica guardando dei video tutorial su YouTube, iniziando a suonare il piano.

    B.: Chiara e io abbiamo conosciuto un bambino italiano che deve iniziare la seconda elementare a settembre; è figlio unico e abita in un piccolo appartamento. Insieme a lui abbiamo suddiviso gli incontri, tre alla settimana, in ore di gioco e ore di compiti. Durante le ore di compiti le materie che svolgevamo insieme erano matematica e italiano. Durante le ore di gioco c’era più libertà nelle attività, quindi alcuni giorni ci siamo dedicati al disegno, in altri lui ci ha mostrato le sue collezioni. Abbiamo cercato di sfruttare le ore di gioco principalmente per creare dialogo e scoprire cosa gli piacesse fare, le sue preferenze o il suo pensiero in merito a certe cose.

    Ci sono temi che avete notato essere più presenti durante le vostre chiacchierate?
    R.: Il tema del futuro è stato particolarmente presente nelle videochiamate. La ragazzina con cui ho lavorato mi parlava di un futuro prossimo, nei confronti del quale lei si approcciava con un misto di curiosità e preoccupazione. Mi chiedeva quando saremmo potuti tornare a uscire in quartiere con gli amici, o se quest’estate il bagno in piscina al Lido si dovrà fare con la mascherina. C’era anche un orizzonte temporale più ampio, fatto di sogni e progetti già molto definiti per una ragazza di quattordici anni: dopo la fine della scuola media, il liceo linguistico per consolidare una già ampia conoscenza delle lingue (ne parla ben quattro!) e l’università in Francia. Infine, una carriera da hostess di volo per girare il mondo.

    Come i minori hanno vissuto lo spazio della casa e del quartiere durante lo svolgimento delle attività? Avete notato cambiamenti nel corso del tempo?
    L.: Quando abbiamo iniziato a conoscerci, ad inizio maggio, la bambina con cui parlavamo aveva paura ad uscire, si sentiva al sicuro a casa insieme alla mamma e al papà. Ha trascorso la quarantena da sola con loro, la sorella maggiore lavora fuori Milano, ed ha trovato la compagnia che le mancava nella musica, suonando la pianola nella sua cameretta durante i lunghi pomeriggi senza lezioni. Nelle settimane successive ha iniziato a fare delle passeggiate quotidiane in bicicletta al Parco delle Cave, ed è stato interessante quando mi ha raccontato di come fosse rimasta stupita dalla limpidezza del lago dove era solita andare al pomeriggio con gli amici. Chiedendosi perché l’acqua potesse essere così diversa, si è resa conto che il lago non era l’unica cosa ad essere cambiata; la natura, lasciata all’incuria, aveva pervaso il Parco delle Cave, creando uno scenario fatto di erba alta, fiori colorati e acqua limpida, facendole scordare di trovarsi a Milano.

    C.: Il bambino con cui Beatrice e io abbiamo lavorato ci ha raccontato che casa sua è molto piccola, e quando erano andati ad abitare lì, aveva aiutato suo padre a ridipingere le pareti, probabilmente annerite a causa della muffa. Dato che non ha molto spazio per giocare, il bambino sicuramente trova svago quando va a casa dei nonni, che hanno un giardino. I suoi genitori cercano di coinvolgerlo in qualche attività. Ad esempio, con suo padre hanno seminato una piantina di meloni sul davanzale della finestra. Inoltre, a volte durante il weekend si esercita con sua madre a contare; durante una delle nostre chiacchierate ci ha raccontato che aveva intenzione di arrivare a contare fino a 300.

    Che bilancio fate di questa esperienza? Che cosa vi ha lasciato?
    E.: Ho avuto l’opportunità di fare quest’esperienza rapportandomi con una collega estremamente in gamba e con una bambina speciale, che ad ogni chiamata, messaggio, è stata in grado di stupirmi. È stata una scoperta continua, la mia e la sua, nel conoscerci l’un l’altra e nel conoscere le nostre passioni e attitudini; siamo riuscite a creare uno spazio di condivisione lontano dal disordine del mondo esterno, uno spazio solo nostro che per un’oretta al giorno ci faceva sentire meno sole. Spero di averle alleviato questo strano periodo almeno tanto quanto lei lo ha alleviato a me, e spero di poterla incontrare un giorno non troppo lontano, magari organizzando una di quelle passeggiate al Parco delle Cave di cui tanto mi ha raccontato.

    R.: L’esperienza, seppur breve nel mio caso, è stata positiva e penso che l’obiettivo sia stato raggiunto. Gli appuntamenti sono stati interessanti e utili nelle prime settimane, ma all’allentamento delle misure è corrisposto un crescente disinteresse per le videochiamate che si sono “naturalmente” esaurite, probabilmente in favore di una ritrovata quotidianità di relazioni e interessi che si erano interrotti con il lockdown. Quello che mi ha più colpito e piacevolmente sorpreso è stata la capacità di un corso universitario e di un gruppo di ricerca di re-inventarsi creativamente di fronte agli ostacoli posti dalla quarantena, introducendo una modalità inedita e non scontata di confronto, indagine e mutuo aiuto con il quartiere.

  • Calling San Siro, un’esperienza di volontariato per il quartiere in sinergia tra studenti e attori locali

    Calling San Siro, un’esperienza di volontariato per il quartiere in sinergia tra studenti e attori locali

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. Il 14 e il 21 di luglio pubblicheremo i contributi della rubrica “Calling San Siro”: racconteremo l’omonimo progetto di volontariato che ha coinvolto alcuni studenti del Politecnico e alcune famiglie del quartiere, in un percorso di ascolto e prossimità “a distanza”. 

    Per il gruppo di ricerca Mapping San Siro – e tutta la rete di soggetti locali con cui l’equipe collabora – la pandemia ha sortito un forte effetto di spaesamento. Da alcuni anni lavoriamo a stretto contatto con comitati, gruppi informali e singoli cittadine e cittadini in un’ottica che fa della prossimità (fisica, ma anche esperienziale) il perno attorno a cui ruota il lavoro che viene condotto nel quartiere.

    Sin dall’apertura dello spazio 30metriquadri, nel 2013, l’equipe di ricerca ha costantemente esplorato forme di sperimentazione didattica e di ricerca che si allontanassero dai metodi più consueti generalmente applicati in accademia e che coinvolgessero anche gli studenti nel processo di conoscenza del quartiere. Nello spirito di Mapping San Siro la ricerca-azione, la co-progettazione e la sperimentazione didattica sono i perni attorno a cui il mondo dell’università si apre alla collaborazione con le realtà del quartiere. In quest’ottica, assumono fondamentale importanza la creazione di legami e la costruzione di una rete di soggetti locali con cui collaborare non solo per favorire e diffondere modalità attive e situate di conoscenza, ma anche per co-progettare interventi architettonici e sociali.

    Il lockdown e la chiusura di Off Campus, luogo in cui Mapping San Siro svolge attualmente le sue attività all’interno del programma di responsabilità sociale del Politecnico di Milano, ci ha quindi privato della possibilità stessa di proseguire nelle modalità che per anni erano state la norma. Per un momento abbiamo avuto la sensazione di aver perso completamente il polso della situazione su quanto avveniva nel quartiere.

    Ci siamo chiesti, e con noi le reti locali, come fosse possibile rimodulare le nostre attività in una condizione che di fatto ci impediva di coltivare direttamente quelle relazioni necessarie a conoscere le condizioni degli abitanti, specialmente delle componenti più fragili, e intervenire per alleviarne le difficoltà.

    Una domanda pressante, conoscendo la realtà edilizia di San Siro, aveva a che fare con le condizioni di vita all’interno del quartiere ma soprattutto degli spazi abitativi. San Siro è un contesto caratterizzato da una forte presenza di popolazioni fragili, spesso con un background migratorio, che già in una condizione di “normalità” si confrontano con situazioni abitative precarie e spesso inadeguate in termini di dimensione e comfort. È stato perciò facile immaginare come la reclusione forzata all’interno di questi spazi domestici possa aver amplificato le difficoltà di molti, riflettendosi sulle diverse dimensioni di vita.

    Mentre ci ponevamo queste domande, altri soggetti locali stavano interrogandosi in termini molto simili ai nostri. In quartiere le nuove condizioni e le regole dettate dall’emergenza sanitaria hanno infatti portato diversi soggetti locali a ripensare o talvolta implementare nuovi servizi a supporto del quartiere e dei suoi abitanti. È quanto accaduto al progetto QuBì Selinunte, un’esperienza di contrasto alla povertà minorile che durante il lockdown, per non sospendere l’attività, ha attivato un nuovo servizio ”a distanza” che ha consentito il prosieguo del lavoro di “San Siro Informa”, sportello che sino a febbraio era attivo in piazzale Selinunte. A partire da marzo e ancora oggi, un numero telefonico attivo tutti i giorni fornisce informazioni e orientamento alle famiglie di San Siro.

    In sinergia con questo nuovo servizio promosso da Qubì Selinunte si inserisce l’attività di volontariato Calling San Siro, avviata a maggio 2020 in collaborazione tra il gruppo di ricerca Mapping San Siro e il programma Polisocial del Politecnico di Milano e che si sostanzia nella realizzazione di un servizio telefonico che mette in relazione gli studenti con alcune famiglie del quartiere, per sostenerle nella loro quotidianità. L’esperienza è diretta conseguenza di una richiesta giunta dal quartiere, e in particolare da Amelia Priano, operatrice di una cooperativa partner della rete locale.

    Dal nostro punto di vista, Calling San Siro ci ha fornito l’occasione per mantenere una presenza nel quartiere pur in una fase in cui Off Campus non era operativo e per proseguire nella linea di un continuo dialogo tra ricerca e intervento. In un momento in cui le attività dell’Ateneo erano state forzatamente riorganizzate in remoto, l’attivazione di questo intervento aveva lo scopo di consentire all’equipe di ricerca non solo di mantenere uno sguardo sul quartiere, ma anche di cogliere aspetti più intimi della vita dei suoi abitanti senza perdere la vocazione operativa che la caratterizza.

    Sulla scorta di esperienze di collaborazione già avviate nel quartiere, che vedono coinvolti gli studenti in attività a supporto degli attori locali, si è sin da subito ipotizzato di coinvolgere un gruppo misto di nove studenti del Politecnico che studiano architettura e urbanistica, i quali hanno aderito in modo volontario all’iniziativa. Gli iscritti al Politecnico sono parte integrante del processo di ricerca-azione di Mapping San Siro, ragion per cui abbiamo sin dall’inizio pensato a un loro coinvolgimento. Le motivazioni e le esperienze pregresse alla base della loro scelta di partecipare a questa esperienza erano variegate, ma tutti e tutte i volontari hanno risposto con genuino entusiasmo e grande disponibilità.

    Attraverso le conversazioni telefoniche, che si sono protratte sino a fine giugno, gli studenti avevano come compito iniziale quello di monitorare il benessere delle famiglie coinvolte, di ascoltarle e fare emergere, là dove possibile, i loro bisogni, le loro condizioni abitative e le loro attività quotidiane. Nella pratica si è osservato come questo servizio abbia intercettato giovani di età compresa tra i 10 e i 15 anni, prevalentemente di origine straniera e con esperienze famigliari e scolastiche molto diverse tra loro.

    Il primo contatto telefonico è avvenuto con i genitori e poi, a seguire, gli studenti si sono interfacciati direttamente con i ragazzi e i bambini. Le attività proposte durate le telefonate sono state delineate in base alle esigenze che le stesse famiglie esprimevano: da un lato si è manifestata l’esigenza di un accompagnamento e un supporto nello svolgimento dei compiti a casa; dall’altro è emerso un bisogno molto più “semplice”, quello di alleggerire una quotidianità difficile e al tempo stesso potersi raccontare, anche fantasticando sul futuro.

    Il tempo, infatti, è stata una delle dimensioni emergenti e argomento trattato durante le conversazioni, specialmente quando i minori con cui si era stabilita una relazione erano adolescenti o preadolescenti. In una situazione in cui il tempo presente subisce una brusca frenata, dilatandosi, la dimensione del futuro può irrompere nei pensieri e assumere un’importanza inedita e decisiva anche per la sua capacità di farci immaginare un “dopo”, un tempo alla fine della clausura.

    Il progetto Calling San Siro ha consentito agli studenti volontari, e di converso agli operatori e ricercatori coinvolti, di avere uno sguardo privilegiato, seppur parziale, sulla vita delle famiglie e sulle condizioni delle persone con cui si era attivato il contatto. È stato, dunque, necessario un approccio discreto, responsabile e sensibile, per evitare di invadere la privacy di una quotidianità spesso faticosa.

    Con grande sensibilità, gli studenti hanno affiancato i loro interlocutori in un dialogo costante e mantenuto un atteggiamento riflessivo verso il loro ruolo, condiviso durante i momenti settimanali di confronto e orientamento che hanno accompagnato l’attività lungo tutto il suo svolgimento.  Il tema della costruzione di una relazione il più possibile paritaria e dialogica è stato spesso sollevato, così come sono state descritte le difficoltà intercorse nell’intrecciarsi di queste relazioni. Questa riflessività è stata favorita anche dal ricorso a due strumenti che gli strumenti avevano a disposizione: una scheda di rilevazione con cui segnalare, al termine di ogni colloquio, fatti salienti e una breve descrizione del contenuto della telefonata; e un diario di bordo, strumento più narrativo utilizzato per descrivere stati d’animo, sensazioni, emozioni e riflessioni sul lavoro in corso.

    Gli studenti volontari hanno affrontato questa esperienza non solo come una forma di sostegno a persone in situazioni di difficoltà, ma hanno anche colto l’occasione per porsi (e porre, anche in forma indiretta) alcune domande circa la quotidianità delle famiglie da loro contattate: come queste famiglie hanno affrontato l’emergenza sanitaria? Quali conoscenze e quali strumenti hanno messo in campo in relazione ai comportamenti che era necessario tenere in quella situazione? Come hanno vissuto lo spazio (spesso ristretto) della casa, del cortile o del quartiere? Quali nuove pratiche e abitudini hanno messo in atto? Come le famiglie coinvolte hanno gestito i tempi della loro giornata? Quali attività hanno svolto in casa, sia genitori che ragazzi?

    Sono domande che, dopo essere partite per l’esplorazione di dimensioni diverse, sono “tornate a casa”, stimolandoli a riflettere sulle loro vite, le loro case, le loro relazioni durante le stesse settimane di sosta forzata. Sono domande che, ricorsivamente, hanno messo in dialogo esperienze diverse, arricchendole entrambe.

    Testo a cura di: Margherita Bernardi, Ida Castelnuovo, Stefano Pontiggia.

  • Dal gruppo al singolo: il doposcuola Qubì durante il lockdown

    Dal gruppo al singolo: il doposcuola Qubì durante il lockdown

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Lorenzo Marasco è educatore presso la Cooperativa Sociale Comunità Progetto e coordina le attività educative del progetto QuBì Selinunte, promosso da Fondazione Cariplo. Valentina Santoro è educatrice presso la Cooperativa Sociale Nuovi Orizzonti e segue con l’attività di doposcuola alcuni studenti e studentesse delle scuole elementari del quartiere.

    Come funzionava il servizio di doposcuola?
    V.S.: Inizialmente l’attività educativa del progetto QuBì era stata pensata come “educativa di strada”, ma con l’avvio del progetto abbiamo riscontrato che il sostegno scolastico era un’esigenza molto forte che emergeva dalle famiglie del quartiere.

    L.M.: Prima dell’emergenza l’attività di doposcuola si svolgeva in uno spazio in via Mar Jonio 3 e ha accolto bambini sia delle elementari che delle medie, tutti i venerdì. Quando abbiamo iniziato la lista di attesa era molto ampia e abbiamo dovuto fare una selezione.
    L’attività era organizzata su due turni, il primo con i ragazzi delle medie e il secondo con le quelli delle elementari ed era scandito da una pausa per la merenda per facilitare la relazione nel gruppo e da giochi quando capitava che qualcuno finisse prima i compiti.

    Quando non è stato più possibile condurre l’attività in presenza, come vi siete riorganizzati?
    L.M.: In generale la rete di QuBì ha fatto molta fatica a riconnettersi di fronte all’emergenza. Le azioni che facevano riferimento allo sportello sociale di orientamento QuBì sono state un po’ travolte dall’urgenza alimentare e quindi l’assetto organizzativo del progetto ha dovuto riadattarsi alla nuova situazione.
    Le attività educativo-sportive di box e danza del progetto sono state temporaneamente sospese mentre il doposcuola è stato trasformato in doposcuola individuale online usando prevalentemente WhatsApp. Abbiamo ricontattato tutti i bambini iscritti al doposcuola: circa la metà non ha aderito al servizio online mentre l’altra metà li abbiamo abbinati alle educatrici e ai volontari.

    V.S.: Ad oggi sono 28 minori, 16 delle medie e 12 delle elementari che gestiamo io e la mia collega insieme ad alcuni volontari Scout e altri volontari che fanno parte del Laboratorio di Quartiere.

    Tutti i bambini avevano già un dispostivi adatto a fare doposcuola online?
     V.S.: All’inizio eravamo molto preoccupati che non avessero dispositivi e connessioni, invece abbiamo riscontrato che loro per quanto riguarda il cellulare, WhatsApp erano autonomi, qualcuno aveva anche il pc o il tablet.

    E voi attraverso il doposcuola avete avuto modo anche di parlare anche con i genitori?
    L.M.: Si e inizialmente si è cercato di capire se rilevavamo altri bisogni ma a parte una richiesta di tablet o pc non sono emerse altre richieste. Sono nuclei fragili ma che non hanno patito subito una condizione di crisi. Noi abbiamo dato disponibilità ad orientarli ai servizi presenti sul territorio.
    V.S.: In generale le famiglie hanno rispettato molto le restrizioni, alcuni erano molto spaventati poiché  non riuscivano a capire bene la situazione relativa all’emergenza Covid. Poi i genitori ci hanno riportato la difficoltà di stare al passo con la scuola, di usare le piattaforme per la didattica a distanza.

    Li avete visti cambiare in questi mesi?
    V.S.: Nei bambini delle elementari mi è sembrato di notare un leggero peggioramento scolastico, in particolare rispetto all’espressione della lingua italiana.

    Tu come hai vissuto questo momento?
    VS: All’inizio ero un po’ in difficoltà perché mi sentivo un po’ inutile. Mi sembrava di non poter dare l’aiuto giusto attraverso uno schermo! Poi con il tempo ci siamo tutti un po’ abituati, anche i bambini sono diventati più responsabili e organizzati.
    È però mancato l’aspetto relazionale  e  le dinamiche di relazione in gruppo che ritrovavamo nel doposcuola in presenza. Inoltre nella didattica a distanza avevamo solo il tempo di svolgere i compiti, perdendo di conseguenza  la parte più educativa e relazionale del doposcuola.

    Avete in previsione di rivederli adesso?
    V.S.: Abbiamo consegnato a casa di ognuno un piccolo omaggio contenente materiale scolastico. Alcuni di loro sono interessati a partecipare ai centri estivi.

  • Il Comitato genitori: un’antenna di quartiere

    Il Comitato genitori: un’antenna di quartiere

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Margherita Calvi è membro dell’Assemblea dei genitori della scuola primaria Cadorna, sita in via Carlo Dolci. Il suo è un altro punto di vista che parte dalla scuola e raggiunge il quartiere San Siro. Il lavoro dei rappresentanti di classe nel periodo d’emergenza è stato, infatti, pienamente “territoriale”. Alcuni genitori hanno favorito la comunicazione tra famiglie e istituzione scolastica, raccogliendo esigenze e bisogni e riportando richieste e informazioni provenienti dalla dirigenza e dal corpo docente. Margherita esprime anche la sua preoccupazione per l’inizio del nuovo anno scolastico. A distanza di più di un mese dalla nostra chiacchierata telefonica, le indicazioni ministeriali per la gestione delle riaperture non sono ancora chiare.

    Di solito l’attività precipua portata avanti da molti genitori dell’I.C. Cadorna confluisce nell’opera delle Commissioni nate in seno all’Assemblea (Intercultura, Informatica, Inclusione, Mensa, La scuola si fa bella, la commissione che organizza la marcia…) e nelle attività dell’Associazione sportiva dilettantistica culturale Cadorna che organizza i corsi extracurriculari e sostiene anche progetti curricolari specifici. Ovviamente tutte queste attività sono state sospese durante l’emergenza. Abbiamo allora provato a mettere in contatto, attraverso i gruppi WhatsApp e l’invio di piccoli video, i bambini dei corsi extracurricolari con i loro insegnanti, per mantenere un po’ la relazione e la vicinanza. Tutto comunque è partito un po’ a rilento. Diciamo che i primi contatti sono avvenuti ad aprile. L’attività dell’Associazione Cadorna si è poi focalizzata sui vari bisogni del quartiere. Il lavoro dei genitori è stato più a un livello istituzionale, tra rappresentanti, organi dell’istituto e il Consiglio d’Istituto. Di fatto, sono stati investiti di un ruolo effettivo tutti i rappresentanti di classe, indipendentemente dal fatto che fossero dei genitori più o meno attivi nella scuola in altre forme. Tutti sono stati chiamati a svolgere un ruolo fondamentale, perché fin dall’inizio i rappresentanti di classe hanno garantito un canale di comunicazione tra scuola e famiglie. Erano gli unici ad avere contatto con gli insegnanti e fin dalla prima settimana sono stati quelli che hanno dovuto mettere in rete la funzionalità della scuola a distanza.

    Quindi gli insegnanti contattavano i rappresentanti di classe e da lì gli altri genitori?
    I rappresentanti di classe dovevano girare ogni cosa che provenisse dagli insegnanti ai genitori e ogni cosa che proveniva dai genitori agli insegnanti. Questo è stato il lavoro di molti dei genitori rappresentanti di classe.

    Ciò è avvenuto in maniera omogenea?
    Nelle singole classi c’erano cose parzialmente differenti, con anche parecchie disparità. Però nella stragrande maggioranza dei casi la didattica a distanza è iniziata in aprile. In particolare, la grossa parte del lavoro è iniziata dopo il 20 aprile perché la circolare emessa dal preside prima di Pasqua lo ha imposto, è stata la prima che ha dato una direttiva generale su quanto, quando e come in ogni classe si dovessero organizzare le lezioni. In quasi tutte le classi era iniziata la sperimentazione di Zoom, però con una frequenza mono o bisettimanale e quasi sempre senza passaggi di contenuti didattici. Erano delle videochiamate di classe, dei saluti o alcune sperimentazioni con lavori in piccoli gruppi. Però non tutti i giorni, con una modalità abbastanza generica. Il grosso lavoro dei rappresentanti di classe riguardava il farsi carico di quello che gli insegnanti chiedevano e il farsi un po’ promotori. Hanno fatto in modo di riagganciare bambini che non si erano fatti vivi, o genitori che non si erano più fatti vivi, quindi di trovare nuovi modi, numeri di telefono, contatti, telefonate, facendoli chiamare dalle mamme dei compagni che sapevano la loro lingua, dalle vicine di casa… Se ne sono inventate di tutti i colori per raggiungere i bambini che erano meno raggiungibili.

    Quindi si è innescata una collaborazione tra insegnanti e genitori?
    Sicuramente una collaborazione con gli insegnanti, ma anche molto a livello di promozione sociale individuale: tutti e due i fronti. Gli insegnanti facevano il loro e i genitori anche. L’altra cosa che i genitori hanno fatto è stata di cercare di garantire un passaggio d’informazioni, di raccolta di feedback, di scambio di vedute, per arrivare a fare una proposta in Consiglio d’Istituto di alcune idee migliorative. L’abbiamo sempre pensato come un piano di collaborazione. Abbiamo sempre cercato di mostrare quanto era necessario cogliere i punti di vista di tutti, metterli sul tavolo e lavorarci insieme. Non c’era alternativa in una situazione in cui non c’erano più i muri delle classi, ma c’erano le nostre case. Non era pensabile che le idee su cosa fare non venissero anche dal punto di vista quotidiano di chi stava a casa. Nel tempo è cambiata molto anche la percezione di tutti noi genitori, perché inizialmente forse eravamo un po’ dell’idea che questa situazione si sarebbe risolta presto, che si trattava solo di attendere, che bisognava sospendere tutto e aspettare. Non c’era un grande investimento sulla necessità di far funzionare la didattica a distanza. Col tempo, con le settimane, questa esigenza è sopraggiunta e sicuramente è stata sentita molto anche dalle famiglie. Tutti abbiamo cercato di farla nostra. La modalità con cui ciò è avvenuto è stata molto corale, non dirigenziale: questo è stato anche un bene.

    È singolare vedere la diversa reattività che hanno avuto le università rispetto alle scuole.
    Sì, in particolare nelle scuole primarie sicuramente c’è stato un tema d’impreparazione di tutti, a livello tecnico. Un universitario si presume che abbia già acquisito capacità di base e possegga gli strumenti perché già li sta usando, perché è già abituato e autonomo. Noi tutti abbiamo dovuto sgrezzare le nostre abitudini. Sono avvenuti dei piccoli miracoli, in un certo senso, perché era una cosa assolutamente impensabile per la maggior parte delle famiglie. Ci sono mamme che hanno dovuto imparare a fare i compiti e a prendere i compiti senza saper leggere l’italiano, mamme che le prime settimane guardavano i messaggi WhatsApp e non sapevano distinguere le cose: riuscivano a fare con i figli i compiti di matematica, perché distinguevano i numeri, mentre i messaggi con le lettere non li capivano, quindi li lasciavano lì, non sapevano se si trattava di compiti o no, e il bambino di prima o di seconda non era ancora in grado di capirlo in autonomia. Questo per dire da dove si partiva. Quindi riuscire a far capire quali potessero essere le modalità per rendere accessibile la didattica era difficilissimo, sia per i genitori, sia per i rappresentanti. Ma anche per gli insegnanti è stato difficile: riuscire a capire se devi metterti in contatto diretto con quella famiglia, se traduci tutto in vocale, o se traduci nelle varie lingue, ecc. Perché sì abbiamo i mediatori, ma non in modo così capillare, così costante. Non è che possiamo far scendere in campo i mediatori per ogni singola comunicazione. Era necessario che i bambini ricevessero una spiegazione per essere più autonomi, quindi che ogni compito fosse adeguatamente spiegato. Questa esigenza a un certo punto è diventata chiara ai docenti, che vedevano i risultati di questo lavoro. I maestri hanno imparato a dover anticipare. E lì davvero si è vista l’abilità degli insegnanti, che sono migliorati tantissimo in questi mesi: hanno imparato a gestire tutte queste difficoltà, questi modi di fare didattica, dando tempo a tutti per evitare che i bambini facessero cose senza aver capito niente.

    Quindi queste relazioni tra genitori e tra genitori e insegnanti sono venute tutte tramite telefono e WhatsApp?
    La maggior parte delle interazioni è avvenuta tramite WhatsApp. Nei gruppi di genitori attivi, quelli del Consiglio d’Istituto, ci sono stati anche scambi su Zoom. Il coordinamento è stato portato avanti da parte degli apicali e dal presidente del Consiglio d’Istituto. A livello di classe ovviamente i rappresentanti si sono sentiti. Quello che sappiamo è che i docenti stessi hanno dovuto utilizzare per il coordinamento una quantità di tempo enorme. A loro è stato richiesto uno sforzo enorme, mai successo prima, di coordinamento: decisioni, ri-decisioni, verifica delle decisioni, ogni scelta anche minima bisognava stabilirla a livello di interclasse. Sono state raccolte tutte le mail dei genitori per utilizzare la piattaforma del registro elettronico, ma poi si è capito che quella strada non era percorribile. La scuola ha investito tantissimo nel reperimento di tablet. Ne ha distribuiti tanti, sono stati coperti tanti bisogni, in modo molto superiore alla media direi. Sono stati consegnati tablet e computer a gran parte di quelli che ne avevano bisogno, anche se i tempi sono stati lunghi per cui per alcuni si è raggiunto il risultato alla fine dell’anno.

    Rispetto a questo lavoro, con chi avete collaborato?
    A livello di progetto abbiamo collaborato molto con Sconfini e con le Staffette di Mutuo Soccorso. C’è stata un’ottima collaborazione tra la scuola e la cooperativa Tuttinsieme. È stata interpellata in modo diretto e si è strutturata una staffetta di volontari che hanno aiutato la scuola a raggiungere tutte le famiglie a cui sono stati dati i tablet e le connessioni – sono state date 40 connessioni. La rilevazione dei bisogni è stata fatta dai genitori per lo più. Questo è stato forse un problema perché non sono stati definiti criteri specifici per formare una graduatoria e le rilevazioni fatte dai genitori spesso non erano comparabili perché non basate sugli stessi criteri. Quindi un grande lavoro, un impegno condiviso che alla fine ha dato grandi risultati (190 tablet distribuiti e 40 connessioni sperimentali): abbiamo fatto degli errori, si poteva fare meglio, ma questo è parte di ogni esperienza umana. 

    E nell’ultimo periodo le cose sono migliorate?
    Nel mese di maggio si è raggiunto un buon livello di funzionamento e la maggior parte dei bambini si è sempre connessa per le lezioni online. Inizialmente credo che nessuno si aspettasse l’impatto che questo avrebbe avuto sui bambini: eravamo concentrati sul superamento dell’isolamento, sul bisogno di mantenere, seppure virtualmente, le relazioni con gli insegnanti e i compagni. Abbiamo invece tutti toccato con mano l’importanza che ha avuto dopo il 20 aprile la ripresa di un’attività didattica “in diretta” continuativa e quotidiana: i bambini erano profondamente assetati di contenuti, è stata restituita loro la gioia di imparare e la normalità della giornata con scadenze orarie e attività simili a quelle scolastiche, nel vuoto e nella paura che fino ad allora avevano certamente permeato le loro giornate. Da bambini assopiti sono tornati ad essere bambini interessati, pronti ad affrontare il mattino.
    Nel frattempo, si sono attivate le e-mail. I genitori hanno potuto inviare i lavori dei bambini per e-mail. Quindi si è creato un rapporto diretto con l’insegnante, perlomeno scritto. In alcune classi i docenti hanno usato anche il loro numero personale e si sono inseriti nei gruppi whatsapp, questo però non è stato lo standard. Si sono strutturate tante modalità di lavoro. Progressivamente è stato chiesto un impegno minore ai rappresentanti di classe, che prima facevano moltissimo. Io ho continuato comunque a ricevere quotidianamente tre o quattro telefonate o messaggi di persone che mi mandavano i compiti perché io li mandassi alle maestre, ad esempio. In ogni classe si sono mantenute svariate prassi di comunicazione coi docenti mediata dai rappresentanti, difficili da semplificare. I rappresentanti hanno fatto da tramite per bisogni di tutti i tipi. Dai bisogni scolastici, ai bisogni primari talvolta: cibo, beni essenziali, segnalazioni ai centri di aiuto del quartiere… La dimensione della condivisione scolastica si è allargata a una dimensione territoriale, di appartenenza a un quartiere di cui, attraverso le relazioni scolastiche, ci si prende cura: c’è stata una grande collaborazione.

  • Un quartiere “oltre l’orizzonte del nostro sguardo”

    Un quartiere “oltre l’orizzonte del nostro sguardo”

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.  

    Maria Teresa Scherillo (fondatore volontario ed ex consigliere delegato di Fondazione Sodalitas) racconta la propria esperienza di collaborazione con il quartiere, prima e durante il lockdown. Al di là delle difficoltà, San Siro si mostra anche come una scoperta rispetto alle condizioni di abitare difficile di alcuni territori della città. Il momento critico diventa allora occasione per consolidare le relazioni con un contesto che stimola l’impegno responsabile di ciascuno di noi. 

    Come è entrata in contatto con il quartiere San Siro?
    Si è trattato di una feconda sincronicità. Nei contatti che mantengo regolarmente a Londra con alcune organizzazioni di punta che lavorano nel sociale, mi è accaduto un paio di anni fa di cogliere l’interesse ad affrontare la questione sociale prendendo come riferimento il territorio, il contesto in cui diversi problemi si manifestano in complessi intrecci di causa-effetto, trascurando la prospettiva frazionata e angusta dei silos specialistici.
    Rientrata in Italia, sollecitata da questa nuova linea d’interesse, ho incrociato i programmi di Fondazione Cariplo – La città intorno e QuBì – ed alcune occasioni suggestive nello spazio angusto di via Abbiati.
    Poco dopo è stato lo stesso ufficio Periferie del Comune di Milano a sollecitare Sodalitas a riflettere su quale supporto il mondo delle imprese potesse dare all’impegno della città per rigenerare alcuni quartieri degradati: la mia ricerca personale trovava un riferimento organizzativo anche formale. Scegliere San Siro-Selinunte è stato facilitato dalla presenza già dal 2013 di un nucleo del DAStU del Politecnico con cui Sodalitas ha in corso da tempo collaborazioni proficue.
    È iniziata così una fase più strutturata di avvicinamento, supportata dall’accesso accogliente ai nuovi spazi di via Gigante, alle pubblicazioni e alle diverse iniziative messe in atto dal Politecnico cui ho affiancato un’esperienza di esplorazione in proprio, attardandomi nelle vie e nelle piazze, guardandomi intorno, pronta a cogliere e registrare qualunque segno o fatto inaspettato, anche piccolo, avvicinando i più diversi operatori con un approccio che, in corso d’opera, ho scoperto essere una vera ancorché inconsapevole vocazione con la dignità accademica di “flanerie”. È stato un periodo molto coinvolgente dove ho avvicinato diversi operatori sociali – laici, cattolici, scolastici – costruendo, con autenticità e franchezza, rapporti di fiducia in cerchi via via più ampi, dove maturavano incessantemente nuove domande, ma dove anche sovente occorreva modificare conclusioni temporaneamente raggiunte. Un percorso affascinante di scoperta che mi ha portato a sviluppare verso le persone e i luoghi sentimenti di familiarità e sensibilità di cura. La crescita della consapevolezza mi apriva l’accesso a nuove informazioni mentre constatavo di continuo come l’ascolto accogliente e autentico generi fiducia e apertura e contribuisca ad approfondire la comprensione.   

    Che attività di sostegno agli abitanti la hanno vista coinvolta durante il periodo dell’emergenza Covid19? 
    Nell’ascolto empatico dei bisogni del quartiere – un oceano di difficile trattazione e di grande complessità –un tema che mobilita le famiglie nel loro rapporto con le istituzioni e dove si concentrano l’impegno e l’attività di tanti soggetti diversi – pubblici e privati – è quell’insieme di rischi/opportunità che riguarda i minori: dalla povertà alimentare a quella educativa, dalla segregazione all’abbandono scolastici. Questioni fondamentali, che se non risolte nel tempo giusto, possono incidere su tutto il percorso di vita delle persone, ma che, prese in tempo, possono aprire prospettive di successo. All’interno dell’obbligo scolastico, la secondaria inferiore è un’occasione di ultima chance. In una situazione di gravi difficoltà, di cui avevo potuto rendermi conto sia intervistando alcuni protagonisti sia partecipando agli incontri del tavolo interistituzionale inserito nel progetto S-confini, l’irruzione della pandemia, con la chiusura delle scuole e l’introduzione della didattica a distanza, ha provocato un’ennesima grave frattura. Molti degli alunni erano sprovvisti dello strumento per collegarsi e rischiavano di perdere completamente il contatto con la scuola e i loro insegnanti.
    Il mio impegno è stato quello di individuare una piattaforma di crowdfunding su cui far confluire fondi per l’acquisto di un certo numero di dispositivi che potessero integrare quelli messi a disposizione dall’assegnazione di fondi ministeriali. Fortunatamente, in occasione del Natale, avevo già condiviso con i colleghi alcune delle emozioni e delle esperienze di disorientamento e scoperta dell’incontro ravvicinato con San Siro e i suoi bisogni. È stato così possibile mobilitare un piccolo gruppo di colleghi volontari che si è fatto promotore, con me, della necessaria raccolta fondi.
    Purtroppo, non siamo riusciti a coinvolgere anche la partecipazione formale di Sodalitas sia perché, col mettere a disposizione dispositivi, si sconfessava il nostro tradizionale convincimento che il nostro supporto debba mirare non tanto a dare il pesce o nemmeno la canna da pesca, ma ad insegnare a pescare. Né era matura l’altra necessaria rottura di paradigma: privilegiare il punto di vista dei destinatari, assecondare l’aiuto che prioritariamente ci viene richiesto.
    Con il supporto della Fondazione Mission bambini, che aveva già adottato una piattaforma di crowdfunding per l’acquisto di tablet per le scuole, il lancio della campagna è avvenuto in tempi brevi. In conclusione, con € 4000 raccolti, grazie al contributo l’aiuto di 24 donatori, abbiamo potuto donare complessivamente 26 tablet LENOVO Tab M10 TB-X505L. 

    Con chi ha collaborato e con quali risultati?
    La collaborazione è stata estesa e articolata: dall’Area servizi scolastici ed educativi del Comune, alla coordinatrice del progetto Sconfini, Paola Casaletti, che hanno tenuto con continuità i rapporti con i responsabili dei due IC destinatari – Cadorna e Calasanzio – e hanno curato la distribuzione fisica, mentre le scuole hanno sottoscritto con le singole famiglie il relativo contratto di comodato d’uso gratuito. Il processo è stato più lungo e complicato del previsto: 2 mesi dalla messa a punto dell’idea alla consegna dei dispositivi, ma ce l’abbiamo fatta!

    Perché ha scelto di impegnarsi nel quartiere?
    È capitato, come raccontavo all’inizio. E, poi, via via, è diventato un impegno condiviso e irrinunciabile sostenuto dalla frequentazione regolare, dalla qualità delle persone incontrate, dalla solidità del loro impegno: ad un certo punto, spoglia di precondizioni e pregiudizi, ho maturato un risveglio di consapevolezza – “questo quartiere mi riguarda!” – che non consente di sottrarsi alla chiamata di un preciso bisogno. Con il dono in più di renderci conto che la propria disponibilità innesca e sostiene un circuito reciproco di incoraggiamento e valorizzazione.

    Cosa ha messo in evidenza questo periodo secondo lei?
    Ho potuto verificare la solidità e persistenza dell’impegno di molti e il valore della rete di rapporti stabiliti in precedenza. Certo le difficoltà sottostanti, e la chiusura fisica delle scuole ha aggravato le situazioni di emarginazione ed esclusione che si cerca di contrastare. Un rammarico comune. E una comune necessità di ridare ali alla speranza. Ho potuto verificare anche quanto sia difficile superare l’estraneità sociale: a Milano si può vivere, lavorare, attraversare la città, senza incontrarsi con i quartieri degradati. Forse la sfida maggiore per chi vive altrove è di acquisire consapevolezza delle condizioni di vita e delle complessità che coinvolgono altre zone della nostra città (un 10-15% della popolazione cittadina).
    Cercare di contribuire da altri mondi, da altre condizioni di vita richiede un grosso sforzo di autoeducazione, accettare la guida di soggetti esperti, saper discernere, riconoscere di non sapere, accettare i fallimenti, sapersi mettere in discussione, prendere il tempo necessario per comprendere ciò che deve essere compreso. Qui ci si confronta con “wicked problems”, questioni maledettamente difficili: non ci sono percorsi sicuri e affidabili di soluzione. Se si prova ad essere di aiuto, occorre muoversi con cautela su più livelli osando vie che possono, all’apparenza, sembrare contraddittorie.

  • Una scuola di quartiere

    Una scuola di quartiere

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Paola Radaelli, insegnate nella Scuola Primaria Carlo Dolci, ci racconta di questo periodo in cui la sua categoria ha dovuto reinventarsi, tra didattica a distanza, dispersione scolastica e nuove forme di collaborazione con i soggetti locali. Grazie al lavoro degli insegnanti, in contatto più di altri con le famiglie del quartiere, sono emersi nuovi bisogni: non solo la mancanza di computer o tablet, ma anche questioni legate a bisogni primari (cibo e salute innanzitutto). La fase di passaggio è durata alcune settimane. Non tutte le scuole hanno reagito allo stesso modo e hanno utilizzato le stesse strategie per far fronte all’emergenza. Quello che riportiamo è quindi un punto di vista su un territorio di pratiche frastagliate. Le lezioni per quest’anno sono finite. Rimangono molti interrogativi sull’inizio del nuovo anno e un’unica certezza: l’esigenza di tornare a ogni costo a scuola.

    8 maggio 2020
    La prima settimana ci siamo semplicemente fermati, perché non capivamo cosa succedeva. Dalla seconda settimana abbiamo invece cominciato a organizzarci, come si poteva. Abbiamo capito che la situazione stava prendendo una brutta piega, quindi abbiamo deciso di contattare tutti i bambini. Tramite i rappresentanti di classe – che stanno facendo un lavoro non splendido, di più, nel senso che sono veramente dei punti di riferimento importantissimi – abbiamo cercato di attivarci per entrare in relazione con questi bambini, da un punto di vista potremmo dire affettivo, più che didattico. Ognuno si è organizzato come meglio riteneva: videochiamate, Zoom, G Suite, o Teams, le piattaforme che abbiamo imparato a conoscere. Il tutto è stato lasciato un po’ alla libera interpretazione dei docenti. Con il primo collegio siamo stati invitati dalla vicaria e dal dirigente ad avere una relazione umana con i bambini e con le famiglie, per capire quali erano i bisogni, le loro esigenze. Abbiamo cercato di raggiungere tutti. Poi, a seconda delle risposte, si proseguiva. Siamo andati avanti così fino al decreto del 20 aprile. Dopo le cose sono cambiate. Dal 20 aprile siamo partiti con la didattica a distanza, obbligatoria. Tutti i giorni ci sono due o tre collegamenti a seconda delle classi. Generalmente vengono fatti con Zoom, perché anche reperire la mail per riuscire a entrare nel sistema dell’istituto non è facile. Tramite la mediatrice ci siamo dati un gran da fare, per cercare di arrivare ad avere contatti con tutti e cercando di portare avanti il programma in maniera il più possibile attinente a quella che era la programmazione didattica che ci siamo dati all’inizio dell’anno.

    Siete riusciti a ricontattare la maggioranza dei bambini?
    La stragrande maggioranza è stata contattata. Poi ci siamo resi conto che c’erano problemi di collegamento dovuti alla mancanza di device. Questo è un grossissimo problema. Quindi, con l’aiuto soprattutto di alcuni genitori e il sostegno del dirigente, sono stati consegnati un centinaio di device, se non mi sbaglio. Abbiamo offerto a quasi tutti i bambini la possibilità di connettersi, garantendo lo strumento, più che altro. Questo è già stato un passaggio importantissimo.

    In questo, a quanto ho capito, hanno dato una mano anche altre realtà associative del quartiere.
    Sono stati molto disponibili, anche per la consegna. Perché quest’ultima si è rivelata un problema sostanziale. Adesso il problema sono le connessioni. Nel senso che molti si collegano con la connessione del telefono, l’hot-spot del cellulare, però quando hai due o tre figli che devono fare il collegamento diventa difficile. I dati a disposizione finiscono. La prima consegna dei device è stata fatta ai bambini con difficoltà, DVA [diversamente abili]. Era fondamentale. La prima cosa che si è affrontata è stata questa: i bimbi con difficoltà dovevano essere assolutamente i primi a ricevere questi strumenti. Poi man mano si sono raggiunti gli altri.

    Come sta andando la relazione con i bambini?
    La relazione sta andando abbastanza bene. Mi sembra che ora la stragrande maggioranza si colleghi ora. Fai conto che noi abbiamo una media di 22-23 bambini per classe. Io penso che 18-19 bambini per classe si colleghino, ma non ho dati ufficiali. Poi non tutti i giorni sono uguali. Adesso è subentrato anche il Ramadan. Ci sono anche questi aspetti contingenti da considerare. Altra questione riguarda l’organizzazione in gruppi: perché non tutte le classi lavorano insieme, ma hanno fatto dei gruppi, soprattutto con i piccoli, in modo tale da poterli raggiungere facilmente. Perché se tu fai una riunione su Zoom con venti bambini di prima elementare, tutti insieme, non funziona.

    Quindi fate la stessa lezione con gruppi più piccoli?
    Esatto, soprattutto in prima e in seconda: 10 bambini e 10 bambini che fanno dalle 9:00 alle 10:45 italiano e l’altro gruppo della classe fa dalle 9:00 alle 10:45 matematica, per esempio. Poi le colleghe si scambiano i gruppi. Soprattutto con i piccoli. I collegamenti con i piccoli durano 45 minuti e sono due collegamenti al giorno. Con i più grandi sono anche tre collegamenti al giorno di 45 minuti, un’ora, dipende come va la giornata, da come va la lezione.

    Dal quartiere e dalle famiglie avete notizie?
    Con Sconfini e QuBì state fatte delle grandissime cose. Sconfini manda tutte le settimane il “Manuale di sopravvivenza”, un pdf con giochi e attività, cose che si possono fare a casa. Anche loro contattano personalmente i bambini che seguivano nel doposcuola. Poi c’è un progetto del Comune su Rom Sinti e Camminanti, che sta seguendo le famiglie con cui era in contatto già da prima. Poi si sono tutte le associazioni che si sono attivate per distribuire il cibo, perché quello è stato un altro grandissimo problema.

    Dall’ultima riunione che abbiamo avuto con la rete Sansheroes emergeva un quadro abbastanza drammatico. Anche voi avete questo rimando?
    Assolutamente sì. Io ho passato i primi quindici giorni dopo il 9 marzo, dopo la chiusura definitiva, ho passato veramente quindici giorni di angoscia, perché tutte le sere ricevevo tre o quattro telefonate di madri che piangevano disperate che dicevano: “Cosa gli diamo da mangiare?”. Poi il problema grosso è che a volte c’è timore nel segnalare certe situazioni di difficoltà, per paura dei servizi sociali. È proprio pesante questa situazione.

    Vi state già un po’ immaginando anche i prossimi mesi, oppure è molto presto?
    Siamo un po’ tutti angosciati. Nel senso che il nostro grosso problema non è tanto settembre. Per la didattica capiremo come organizzarci, come fare. Quanto a me, la cosa che mi preoccupa di più è: “Adesso, finita la scuola, questi bambini cosa faranno?”. Tra l’oratorio e il centro estivo c’erano tanti agganci. Questo è un problema anche per le famiglie meno in difficoltà. Va bene lo smart working, però, se a un certo punto riaprono parzialmente le aziende e devo stare a casa tre giorni a settimana e gli altri devo andare a lavorare, dove lascio i figli?

    E per quanto riguarda le valutazioni come vi siete comportati?
    Per ora non sono stati messi voti. Il lavoro che è stato fatto è stato fatto ancora senza verifiche, perché chiaramente sono piccoli, non sono alle superiori. Ne discuteremo in collegio giovedì, però si darà la precedenza al discorso della partecipazione, dell’interesse. Però anche lì subentra una questione: se il bambino non partecipa è perché non ha la possibilità di farlo? È un po’ tutto in forse: quando il problema è il mangiare il collegamento per le lezioni online diventa l’ultima delle questioni da affrontare. 

     

  • Spunti di dibattito tra Comune, scuole e reti locali

    Spunti di dibattito tra Comune, scuole e reti locali

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Quello di Sabina Uberti-Bona è un “doppio sguardo” su San Siro, come lei stessa ci tiene a precisare. Da una parte volontaria nella scuola Cadorna e membro della rete locale chiamata Sansheroes, dall’altra impiegata presso la Direzione Educazione del Comune di Milano, partner nel progetto Sconfini.

    Sabina ci parla di didattica a distanza, di emergenza e di come il Comune di Milano abbia cercato di collaborare con alcuni soggetti del quartiere.
    All’interno di Sconfini, in questa fase il Comune ha pensato di mettere una persona di supporto che avesse delle competenze specifiche del territorio. Il mio è un ruolo difficile da definire. Su questa operazione sono divisa tra un pezzo più istituzionale, di presidio, di facilitazione e un pezzo che rientra più nel volontariato. Quindi ho un po’ questo doppio sguardo che non è scontato. 

    Vorrei chiederti qualcosa su come si è riorganizzata l’istituzione di cui fai parte rispetto alle attività previste dal progetto Sconfini, quali notizie avete dal quartiere e come le raccogliete, e poi, soprattutto, quali nuove pratiche di collaborazione sono nate in quartieri tra associazioni locali e istituzioni per far fronte a questa situazione.
    Dal punto di vista del mio ente c’è stata una precisa volontà di sperimentare questa forma eccezionale nella quale un dipendente venisse in qualche modo coinvolto anche nel processo esecutivo di questa fase d’emergenza. Il progetto si è focalizzato sul mettere al centro anche i bisogni specifici della didattica nell’emergenza, con i suoi problemi e rischi derivati. “Problemi”, perché sappiamo che gli utenti non avevano possibilità di accedere a internet, o non avevano i dispositivi, e “rischi” intesi come rischi di dispersione scolastica, rischi di perdita di contatto tra la scuola e i ragazzi. Il Comune ha deciso di coinvolgersi a tutela di questo processo, a supporto alle scuole nella costruzione e gestione di questa relazione, anche a livello pratico: procurare e distribuire tablet per la scuola, per esempio. C’è questo livello pratico che esula da una progettualità più fine, dove invece vai a pensare a pratiche e protocolli, un livello dove un po’ ti sporchi le mani nel cercare di fare in fretta a fornire le “materie prime” ai ragazzi. Poi anche per un’operazione apparentemente così lineare ci vorrebbero buoni modelli organizzativi, ma questa è un’altra storia.

    Come state raccogliendo informazioni nel quartiere?
    Diciamo che in termini di raccolta d’informazioni, Sconfini e la rete territoriale possono interagire grazie a Qubì, che ha al suo interno dei protocolli di scambio dati abbastanza ampi da permettere di centralizzare le segnalazioni delle diverse associazioni. Noi come Comune di Milano, invece, non facciamo e non abbiamo fatto nessun tipo di rilevazione specifica sul territorio dall’alto verso il basso, anche per ragioni legate alle nostre specifiche competenze.

    Quindi fondamentalmente il Comune si raccorda con i soggetti locali per facilitare la raccolta di queste informazioni e per…
    Per tentare di garantire una facilitazione con le scuole (compresi i genitori), e tra esse e gli enti del privato sociale impegnati sul quartiere per la migliore distribuzione delle risorse, in buona sostanza.

    Ma poi l’aiuto concreto è consistito nell’acquisto dei tablet o c’è stato anche altro?
    No, l’aiuto concreto è consistito e consisterà moltissimo nella fase pratica di distribuzione. Le scuole sembrano essere in un momento di grossa difficoltà operativa. Quindi per noi non è tanto l’acquisto, ma la distribuzione, la gestione di un aiuto tecnico per l’utenza. Il mio contributo come Comune può venire fuori a livello organizzativo anche con l’estensione della rete di supporto, come il coinvolgimento della Onlus Informatica Solidale, con lo sportello di assistenza informatica.

    Stai riscontrando differenze a seconda delle scuole o diciamo che funzionano tutte nello stesso modo?
    Ci sono scuole che hanno dichiarato di non avere bisogno, fortunatamente. Altre sono state meno reattive. In quest’operazione tutti noi della rete non abbiamo potuto far altro che adeguarci costantemente al passo e ai ritmi delle scuole, a quello che decidevano o non decidevano di fare. A volte riscontri una certa difficoltà nella comunicazione, ma grazie al supporto della rete ti consolidi sull’obiettivo finale, che è sempre quello di raggiungere i bambini e le bambine nel lockdown.

    Quindi con le scuole è partito un dialogo ma ci sono dei problemi. Tu dici che alcuni di questi problemi sono legati “all’istituzione scuola”?
    In virtù del regime delle Autonomie, gli esiti dipendono molto dal tipo di rapporto che s’instaura con le dirigenze, mentre mancano proposte o modelli organizzativi uguali e obbligatori per tutte le scuole. Di fronte all’emergenza questa questione è venuta fuori ancora di più, in qualche modo evidenziando l’assenza dell’istituzione centrale, e la solitudine dei Dirigenti Scolastici – con il rischio di “personalizzazione” del ruolo.

    Invece, rispetto ai soggetti locali, com’è stata la comunicazione?
    Rispetto ai soggetti locali direi che abbiamo lavorato tutti benissimo, con grande capacità d’intesa, grande produttività e agilità mentale. Da parte della rete c’è una certa osmosi. La rete locale e territoriale la vedo funzionare e la vedo presente. Il punto più fragile sono stati i gruppi di genitori. Non più fragili per loro assenza, ma perché il rapporto tra le istituzioni scolastiche e i genitori, almeno su questo territorio, è stato un rapporto molto difficile.

    È interessante vedere come “l’istituzione scuola” sia un mondo con situazioni molto diverse al suo interno. E questo probabilmente anche dentro il Comune, a seconda della Direzione e a seconda delle persone.
    È vero, ma il lavoro del dirigente e della scuola non è sostituibile, soprattutto in questo momento. La scuola avrà delle difficoltà grosse perché avrebbe dovuto attivare dei modelli organizzativi molto efficaci per andare a coprire in velocità i bisogni più urgenti. Tutti noi, nel nostro territorio, diamo alla scuola una funzione sociale che la scuola riconosce solo in parte. Abbiamo investito la scuola di una funzione in cui lei, forse, non si riconosce.

  • San Siro Informa: uno sportello telefonico di orientamento e informazione

    San Siro Informa: uno sportello telefonico di orientamento e informazione

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Attiva da anni nel quartiere San Siro, Amelia Priano – operatrice sociale e referente d’area – gestisce oggi uno sportello telefonico d’informazione e orientamento nell’ambito del progetto QuBì Selinunte, finanziato da Fondazione Cariplo.

    La contattiamo a fine aprile 2020, chiedendole informazioni sul servizio e sulla sua relazione o con altri soggetti della rete locale. 
    Abbiamo attivato lo sportello telefonico il 12 marzo, con “un’apertura” quotidiana dalle 11:00 alle 13:30, dal lunedì al venerdì. Le persone chiamano principalmente per il pacco viveri e per i buoni spesa del Comune, cioè per completare le domande online. Inoltre l’equipe dell’educativa di strada di QuBì ha attivato un servizio di sostegno ai compiti via WhatsApp, che però ha anche una finalità educativa: sentire i ragazzi, sapere come stanno le loro famiglie, monitorare le situazioni fragili. Il servizio permette di sostenere i genitori, perché se una persona sta al telefono con i ragazzi, comunque i genitori hanno un tempo di sollievo. Infine abbiamo attivato dei volontari della rete per alcuni sportelli di supporto. Anch’io sto seguendo una famiglia: diciamo che le chiamate sono tutti i giorni o un giorno sì e un giorno no. È un servizio molto utile perché permette di monitorare anche l’andamento dei ragazzi e le condizioni delle famiglie. 

    Come avete reagito alla situazione di emergenza?
    Se sei in una situazione di emergenza ci sono secondo me due modi per reagire: o ti ancori alle cose del passato – ma ciò lascia il tempo che trova – oppure devi provare a prevedere quello che avverrà. Per esempio, sull’utilizzo dei volontari alcuni dicevano: “Ma non sono abbastanza preparati!”. Secondo me però si tratta di dare priorità alla relazione. Se una persona si offre non è che poi deve saper fare i compiti di matematica, o non solo. Deve piuttosto saper agganciare una famiglia e sostenerla, farla sentire meno sola.

    Quindi le persone con cui state lavorando erano già in contatto con voi e con il progetto?
    No, non solo. La maggior parte delle persone che chiamano lo sportello non le avevo conosciute prima. Sono tutte persone che hanno perso il lavoro. Attraverso lo sportello telefonico ho la percezione che molte persone abbiano perso il lavoro. Tieni presente che delle 200 telefonate che avrò ricevuto, 150 sono di persone che non avevo conosciuto prima, che non sono mai state in carico ai servizi e che, oltre a essere spaventate, sono anche abbastanza umiliate da quello che è successo. Stanno emergendo moltissime diseguaglianze.

    E dove hanno trovato il numero?
    Devo dire che la rete di soggetti locali a San Siro funziona veramente bene. Siamo in relazione con le scuole, il comune, alcune cooperative. Cioè, lavoriamo tutti in raccordo. Per quanto riguarda il pacco viveri inizialmente cosa succedeva? prendevo i nomi e i cognomi, numero di minori, numero di figli, via, telefono, codice fiscale e inviavo la scheda alle responsabili del progetto QuBì, che inserivano i dati nella lista di questi Hub che hanno creato per la distribuzione di beni alimentari. So che la lista si è fermata alle prime 700 persone. La rete locale si è attivata per rispondere ad altre richieste.

    Dicevi che questa emergenza ha esasperato le difficoltà che già c’erano in quartiere, giusto?
    Da una parte molto persone mi hanno raccontato di una grande solidarietà condominiale, altri di grandi conflitti. Poi c’è la questione delle case minuscole, motivo di grande preoccupazione. Lo sportello telefonico da questo punto di vista è faticoso, perché senti un grande numero di persone in difficoltà, anche umiliate. Poi c’è tutto il problema del nero che è in questo momento emerge. Una signora mi ha detto al telefono: “La mia signora è partita per la montagna il 28 febbraio e io sono senza lavoro!”. Hai capito cosa ha detto? “La mia signora”! Questa dovrebbe pagarla anche se non lavora, invece la paga in nero e senza contributi!

    E le istituzioni?
    Ci sono dei problemi burocratici, di privacy e di responsabilità che vanno affrontati. Qua la situazione è al tracollo, anche dal punto di vista sociale. Io sui giornali non trovo molta informazione sulle periferie, però secondo me questo problema verrà fuori, soprattutto adesso che arriva il caldo.

    Speriamo che ora si rimetta in moto qualcosa.
    Vediamo se e come riapriranno. Comunque secondo me sarebbe molto interessante approfondire il discorso del welfare anche per fare un ragionamento più ampio.  Anche perché in certi casi vedi proprio l’espressione dell’ingiustizia sociale e non è giusto che delle persone vivano in queste condizioni. Anzi, bisognerebbe sensibilizzare in merito a questa situazione, anche politicamente, noi come rete, perché servirà anche dopo, per il futuro. Secondo me bisognerebbe affidarsi un po’ di più alle persone che lavorano nel territorio e hanno una percezione più concreta delle problematiche.

  • Il presidio sanitario di Emergency durante l’emergenza Covid-19

    Il presidio sanitario di Emergency durante l’emergenza Covid-19

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    La gestione dell’emergenza sanitaria ha ampliato le difficoltà quotidiane di molte famiglie del quartiere. Una prospettiva particolare è quella di Emergency che dal 2015 ha aperto un ambulatorio mobile nel quartiere San Siro e in altre zone marginali della città, garantendo il diritto alle cure a tutti gli abitanti di queste aree, indipendentemente dal loro status giuridico.

    Loredana Carpentieri, mediatrice culturale e responsabile dell’ambulatorio mobile di Emergency, racconta le difficoltà del quartiere in questi mesi.

    Come avete riorganizzato l’attività dell’ambulatorio mobile nella fase 1? 
    Da quando è iniziata l’emergenza abbiamo sospeso l’attività di tutti volontari e, quindi, anche il servizio di pediatria. Le visite sono state limitate solo alle situazioni urgenti. Il servizio di supporto psicologico in sede è stato riorganizzato attraverso colloqui via Skype.
    Nei quartieri abbiamo allestito all’esterno del Politruck un’area di triage con la presenza di un infermiere e di un mediatore culturale. Alle persone veniva chiesto di compilare una scheda come quella utilizzata dai medici di base con alcune domande rispetto ai sintomi compatibili con il Covid (tosse, raffreddore ecc.). Se la persona risultava positiva al triage non poteva essere visitata da noi ma veniva indirizzata verso il medico di base, se lo aveva, e gli venivano date le informazioni necessarie sulle precauzioni da prendere e l’iter da seguire per controllare il proprio stato di salute. Abbiamo poi monitorato telefonicamente l’andamento di questi casi.

    Avete visto molte persone Covid positive?
    Abbiamo incontrato alcune persone con sintomi riconducibili al Covid ma non essendo stati fatti tamponi a tappeto non abbiamo la certezza della loro positività. Abbiamo, ovviamente, consigliato sempre l’isolamento e monitorato telefonicamente il decorso dei sintomi, accertandoci che i pazienti erano riusciti a contattare il medico e chiedendo loro se avevano bisogno di un supporto linguistico. 

    Quali difficoltà hai notato nella gestione dell’emergenza da parte degli abitanti?
    Abbiamo sperimentato direttamente la difficoltà di accesso ad una corretta informazione e agli stessi strumenti informativi; difficoltà a capire la necessità di rimanere in casa, di fare le cose da remoto anche per chi non aveva sintomi. San Siro è stata una delle postazioni più difficili da gestire, proprio per il problema connesso ad una corretta comunicazione dei comportamenti da tenere per evitare il contagio. Tuttavia, nonostante le difficoltà incontrate, non si sono state differenze in termini di contagio, rispetto ad altre aree della città.
    Per molti c’è stata una difficoltà di isolamento legata alle condizioni di vita. Sono tante le contraddizioni emerse in questo periodo: isolarsi in una casa con cinque stanze è diverso dal farlo in una casa sovraffollata. Qui ci sono molte case popolari, occupate, in cui è spesso non possibile avere una persona per stanza.
    Infine, molti pazienti non riescono a mettersi in contatto con il proprio medico. Alcuni per difficoltà linguistiche; altri, invece, come molti anziani italiani, non riuscivano a mandare la mail per fare la richiesta di rinnovo dell’iscrizione al servizio sanitario a causa della chiusura degli sportelli “scelta e revoca”. Potrebbe sembrare banale ma molte persone si sono ritrovate senza alcun tipo di supporto terapeutico per quasi 4 mesi.

    In questo periodo come avete collaborato con la rete territoriale?
    Dai nostri utenti ci sono arrivate richieste di pannolini e prodotti per l’infanzia, ci siamo, così, interfacciati con QuBì e i custodi sociali. Poi, durante il Covid, Emergency ha collaborato ai progetti “Domiciliarità” e “Accoglienza” con il Comune di Milano. In quest’ultimo caso, ad esempio, Emergency si occupa della supervisione sanitaria dei centri di accoglienza, delle comunità per minori stranieri non accompagnati e dei dormitori, al fine di capire quali fossero le difficoltà nella gestione delle misure di sicurezza in questi spazi e individuare la necessità di situazioni di isolamento. 
    Il Comune ha predisposto l’edificio di via Carbonia per l’isolamento degli ospiti di queste strutture o di chi, con sintomi compatibili con il Covid, non avesse un domicilio. In questi casi, Emergency ha gestito il monitoraggio sanitario degli ospiti.

    Cosa cambierà nel “vostra” fase 2?
    Al momento stiamo cercando di capire come organizzare gli spazi nell’ambulatorio mobile per rispettare le distanze di sicurezza in uno spazio molto ristretto. Ora stiamo cercando di spostare all’esterno la maggior parte delle attività, però l’idea è di elaborare linee guida che possano essere applicate più a lungo termine anche oltre il periodo estivo. 

  • Le staffette di mutuo soccorso

    Le staffette di mutuo soccorso

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.

    Quando non insegna e non coordina servizi educativi, Paola è volontaria e attivista in una realtà che da anni lotta per il diritto alla città e all’abitare, lo Spazio di Mutuo Soccorso (SMS) di Piazza Stuparich. Dall’inizio dell’emergenza il suo gruppo gestisce e promuove un servizio in bicicletta di consegna di alimenti e altri beni di prima necessità – le Staffette di Mutuo Soccorso – in collaborazione con altri soggetti della rete del quartiere.

    Intervistiamo telefonicamente Paola a fine aprile 2020:
    Le staffette di mutuo soccorso nascono con l’idea di consegnare delle spese in giro per la città con i prodotti del GASP, il Gruppo d’Acquisto Solidale Popolare che c’è a SMS, lo Spazio di Mutuo Soccorso. Queste consegne delle spese da una parte facilitano i piccoli produttori che in questo periodo di crisi fanno abbastanza fatica e dall’altra permettono di avere del cibo sano e genuino a prezzi popolari. Quindi si tratta di una consegna di prodotti biologici e genuini, una consegna fatta in bicicletta, con ovviamente i dispositivi di protezione, le mascherine e i guanti, mantenendo le distanze. È attivo grazie a una serie di volontari che si mettono a disposizione, di solito il sabato pomeriggio. Vengono organizzate anche delle spese gratuite, solidali. Una persona può cioè sia lasciare una spesa “in sospeso” di prodotti del GASP, sia fare una donazione. Abbiamo aperto anche una pagina di crowdfunding.

    L’iniziativa viene replicata da altre parti?
    L’idea delle staffette nasce nello Spazio di Muto Soccorso, nel quartiere di San Siro. Consegniamo i prodotti a famiglie in difficoltà da diversi punti di vista: impossibilitate a uscire di casa, oppure senza reddito, quindi impossibilitate nel fare la spesa. Alcuni nuclei, come sappiamo, sono molto numerosi e hanno lavori precari. In questo periodo tali lavori precari, nella maggior parte dei casi, si sono interrotti. Vorremmo nel corso delle settimane raggiunger sempre più famiglie. Sappiamo che questo bisogno a San Siro è molto sentito. È un bisogno che è stato anche messo in rete, condiviso da altre associazioni che fanno parte della rete di soggetti locali. Si sta provando a unire le forze.

    Chi sono i produttori locali a cui fate riferimento?
    Sono produttori che si trovano appena fuori Milano. Da sempre si prova a incentivare i produttori che non siano lontani, per ridurre l’inquinamento e valorizzare la produzione locale. Sono selezionati in base a una serie di criteri: vicinanza, qualità del cibo e dei rapporti di produzione, rispetto del lavoro. Il GASP nasce anni fa, non è nato adesso. Quindi ora si è messo a disposizione per far fronte a questa emergenza. Anche le spese solidali hanno prodotti del GASP. Ci sono altre associazioni, non direttamente di San Siro, che ci fanno delle donazioni. Per esempio, la scorsa settimana l’associazione Arcobaleno ci ha fatto una serie di donazioni di cibo fresco. Lo abbiamo distribuito alle famiglie. Sono associazioni simili a noi a livello etico.

    Come vengono selezionate le famiglie a cui viene consegnata la spesa?
    Sono una serie di famiglie che noi in parte conoscevamo. In altri casi invece ci stanno arrivando delle segnalazioni dalle scuole di zona, che ci dicono quali sono i nuclei familiari che conoscono e sono in difficoltà. Si sta creando anche un meccanismo di rete, con la Custodia Sociale del Comune di Milano per esempio. Dove non può arrivare uno, arriva l’altro. Stiamo impostando questi aspetti proprio in questa settimana. Abbiamo sentito Amelia, della rete di QuBì, ci stiamo organizzando anche per metter in comune le richieste del quartiere. Oltre alle consegne delle spese abbiamo fatto, in collaborazione con l’associazione Cadorna, le consegne di alcuni tablet ai bambini, per facilitare la frequenza delle lezioni online, o per aiutarli nei compiti.

    L’acquisto dei tablet da chi è stato effettuato?
    L’acquisto è stato fatto dalla scuola Cadorna in questo caso. Le staffette si sono messe a disposizione per consegnarle alle famiglie. Due settimane fa siamo andati in una ventina di staffette a consegnare i tablet qua in zona, a San Siro. Un’altra idea è di unire le consegne di cibo a consegne di libri per bambini e ragazzi delle medie e del materiale didattico, in collaborazione con il progetto Sconfini. Ci è giunta la notizia che in alcune scuole si fa fatica non solo ad aver i dispositivi elettronici, ma anche ad avere i fogli, la penna per fare i compiti, o per fare un disegno, per passar il tempo in casa, visto che siamo tutti chiusi in casa. Soprattutto sappiamo bene che alcuni nuclei familiari vivono in appartamenti piccoli.

    Voi avete rapporti con le brigate solidali che sono nate a Milano o sono iniziative indipendenti?
    Sono iniziative indipendenti. Le staffette sono un’iniziativa autonoma, indipendente dal resto. Siamo un progetto completamento autonomo, però non abbiamo mai esitato nel comunicare con istituzioni, protezione civile, durante il Covid e prima del Covid.

    Rispetto ad altre iniziative di questo tipo, le Staffette cos’hanno di diverso?
    Noi abbiamo pensato di fare le staffette perché volevamo arrivare a intervenire su una serie di bisogni del quartiere, ma anche attivare una partecipazione, anche con un significato politico. Questa attività è un modo per poter partecipare, in questo periodo in cui la partecipazione diretta ci  viene impedita. È un modo per invitare altre persone a partecipare. Le staffette puntano ad attivare altre energie, anche a livello di rivendicazione politica, a un livello associativo, di rete che va avanti da tempo e che in questo periodo si è rafforzato e si è messo a disposizione della comunità. Poi ognuno fa il suo. Come lo facevamo prima lo facciamo anche adesso. Però ci sembrava importante che dal basso ci fossero delle iniziative in quartiere, delle iniziative solidali. Come lo facevamo prima, anche in un contesto di abbandono da parte delle istituzioni. Abbiamo pensato che, a maggior ragione in un periodo di crisi e di pandemia, fosse importante fare questo lavoro dal basso, autonomo, con delle prospettive chiare: essere solidali, generare mutuo soccorso, continuare a costruire quel quartiere e quel territorio che abbiamo costruito per anni insieme. Quindi le staffette si collocano in questo quadro.

     Mi sembra molto interessante quello che dici: state rispondendo sicuramente a un bisogno, ma avete anche un obiettivo legato alla partecipazione, all’attivazione nel quartiere. Dicevi inoltre che in questo periodo pensi che le relazioni tra soggetti locali si siano rafforzate.
    Penso che si siano rafforzate. Non è facile per nessuno. Tutti quanti abbiamo dovuto in qualche maniera sperimentarci, cerando di rimanere connessi, ma a distanza, anche con diversi sforzi. Questi rapporti si sono rafforzati, a partire dalla comunicazione reciproca dei bisogni e delle esigenze del quartiere, che ognuno di noi intercetta grazie a un lavoro costruito da anni, con l’obiettivo di raggiungere uno scopo comune, cercando di ridurre i danni che questo periodo porta con sé e che si sentono in particolare in un contesto dove già le disuguaglianze sociali sono molto forti. Non è sempre facile mantenere i contatti a distanza, ma ci stiamo provando.

     Rispetto alle istituzioni invece, tu prima parlavi di abbandono, di scollamento tra istituzioni e territorio.
    Sicuramente San Siro è un territorio in cui ci sono un sacco di invisibili purtroppo, dalla questione della residenza alla questione dei documenti. Tutte questi questioni si amplificano in questo periodo: il problemi relativi alla scarsa conoscenza della lingua italiana, l’accesso a internet, ma anche la possibilità di conoscere l’esistenza di questi servizi.

    Come reagiscono le famiglie, i beneficiari?
    Le persone reagiscono con gratitudine e anche un po’ attivandosi. Magari lo dico al mio vicino, segnalo una famiglia in difficoltà. È successo che qualcuno rifiutasse la spesa per regalarla a una persona più in difficoltà. Alcuni si sono aggiunti alle fila dei volontari per fare le consegne. Ci sono quindi meccanismi di riconoscimento e di attivazione.

  • Ascolto e incontro, anche “a distanza”

    Ascolto e incontro, anche “a distanza”

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.

    Dorotea Beneduce, danzamovimetoterapeuta e counsellor nonché presidente dell’Associazione Il Telaio delle arti, un’associazione di promozione sociale che opera principalmente nel settore delle artiterapie (danzaterapia, arteterapia, musicoterapia, teatro sociale), lavora da diversi anni negli ambiti terapeutico-riabilitativo, socio-pedagogico, socio-culturale. All’interno del quartiere San Siro, l’associazione segue attualmente alcune azioni del progetto QuBì, tra cui Il Cerchio Condiviso, un’attività di socialità e condivisione destinata alla popolazione femminile e ai bambini.

    Abbiamo chiesto a Dorotea di raccontarci come sia stata ri-organizzata questa attività:

    Il lavoro con le donne in realtà non lo abbiamo mai arrestato. Abbiamo prima iniziato a telefonare loro perché volevamo capire se il contatto era gradito o meno: di fronte a una catastrofe bisogna un po’ prendere le misure. Delle 27 donne che avevamo molte hanno risposto positivamente. Quindi abbiamo iniziato ad avere questi colloqui telefonici: della nostra equipe ognuno seguiva un gruppettino di donne. Se da una parte questo mezzo ha limitato, dall’altra in realtà ha permesso anche di far emergere ancora più rapidamente alcune tematiche e quindi abbiamo scoperto cose che non sapevamo prima. Abbiamo scoperto ad esempio che tante donne sono seguite dai servizi sociali, cosa che magari prima non ci avevano raccontato. I bisogni emersi sono stati i più disparati.

    Come vi siete organizzati per rispondere a queste richieste che arrivavano, che esulavano magari anche in parte dalle vostre attività?

    Se c’era bisogno di aiutare con i compiti o di acquistare qualcosa, lo abbiamo fatto direttamente noi: dove riuscivano ci siamo attivati. Per altre richieste abbiamo via via contattato le realtà a noi vicine che pensavamo potessero dare risposta. Per esempio di fronte a bisogni più sanitari abbiamo cercato di capire caso per caso quale fosse il servizio più adatto, a una donna abbiamo dato il contatto di Emergency… Perché c’è da dire che alcune donne sono state male e ci sono alcune che tutt’ora stanno male: stanno attraversando un trauma, proprio anche da un punto di vista psicologico, in maniera molto faticosa.
    Sono emersi bisogni molto diversi tra loro: da una parte c’era il bisogno di essere ascoltati. Qualcuno aveva anche vissuto qualche lutto in quartiere, alcune persone importanti di riferimento per le famiglie. Quindi c’è stata una telefonata di condivisione e conforto. Oppure come ti dicevo sono emersi bisogni legati al sanitario, alla scuola, allo sfratto, o alimentari…

    Oltre a queste importanti forme di ascolto e di sostegno, quali sono le attività che avete proposto?

    Ci siamo chieste a un certo punto se non fosse il caso di aiutare le donne a ritrovarsi anche online – come facciamo attraverso le attività de Il Cerchio Condiviso – perché di fronte a questa emergenza c’è anche un po’ la fatica a stare insieme, magari si scappa ancora di più, si fugge di più… e allora ritrovarsi magari potrebbe essere utile per riprendere le fila, guardarsi, non sentirsi soli.
    È faticoso perché non tutte riescono a maneggiare l’aspetto tecnologico però in questo le abbiamo aiutate. Abbiamo già tenuto quattro incontri online con un contenitore sempre strutturato, nel senso che proponiamo delle attività che aprono poi a racconti, narrazioni. Negli ultimi tre incontri abbiamo invitato anche degli esterni che collaborano con noi per offrire un approfondimento su tematiche più specifiche. 

    Quali sono state le tematiche trattate?

    Abbiamo contattato una pediatra per parlare del tema dell’alimentazione: qualche donna portava la fatica di qualche bambino a mangiare, inappetenza, in questo periodo in cui stanno sempre incollati al televisore… devo dire che da lì si è scoperto che il bimbo ha anche altre problematiche più serie perché non parla e quindi è scattata la segnalazione alla Uonpia… Come dire,  è una sorta di vaso di Pandora che si è aperto e stanno venendo fuori sempre più cose.
    Poi abbiamo invitato un’altra collega psicologa che ha parlato invece un po’ di questa Fase 2 [l’intervista è stata effettuata appena avviata la Fase 2] e lì sono emerse donne un po’ più fiduciose e donne più spaventate che fanno fatica a scendere, che non hanno alcun contatto con l’esterno. La mia sensazione è che queste donne abbiano davvero molta paura  ad uscire. Anche perché durante il periodo iniziale molte lamentavano di vedere tantissimo passaggio in quartiere, lo vedevano dalle finestre… Però ecco, online c’è questo sostegno, qualcuna che è più fiduciosa che aiuta l’altra.
    Una cosa bella e significativa che ci ha fatto riflettere è che in questa fase un papà si è affacciato: noi abbiamo sempre un po’ pensato di aprire alla famiglia le attività di condivisione… questo segnale ci ha dato fiducia nella possibilità di aprire anche ad altri papà, ma abbiamo compreso che diversi hanno ripreso poi il lavoro, c’è anche credo una necessità pratica, lavorativa, economica e appena è arrivata questa Fase 2…

    Quante donne hanno aderito fino ad ora?

    Almeno una decina di donne piano piano stanno aderendo quindi ci auguriamo che questo numero possa lentamente crescere. La modalità online ha consentito alle donne di inserirsi negli incontri, di volta in volta, anche nelle lunghe distanze (penso ad esempio ad A. che sta a Belgrado perché non è riuscita a rientrare) e la partecipazione di donne provenienti da altre realtà del quartiere (per esempio alcune donne che seguono il corso di lingua di Alfabeti), in un’ottica integrata con la rete Sansheroes. Ora c’è anche il Ramadan: le donne di religione musulmana stanno vivendo questo momento e magari fanno più fatica ad essere coinvolte. Devo dire che per molte questo momento religioso è una fase di purificazione, la stanno vivendo bene, come se le avesse aiutate anche a riconnettersi: la vivono come una possibilità di passaggio, di benessere.

    Molti ci parlavano del fatto che si siano acuiti dei bisogni primari come cibo e medicine e quindi la sensazione era che fossero passati un po’ in secondo piano altri bisogni, dalla tua percezione invece emerge una complessità di bisogni, allora mi chiedevo se le famiglie con cui siete in contatto voi magari hanno usufruito di reti?

    Mah, non lo so perché per esempio il problema della casa, relativo a uno sfratto (che teoricamente dovrebbe essere sospeso in questa fase) me lo ha portato una donna che era seguita dai servizi sociali. Lei stessa mi ha posto proprio questa domanda: perché non fosse più seguita… dal punto di vista degli assistenti sociali c’è un bel punto di domanda e avrei qualcosa da dire perché in questo periodo il vuoto l’ho sentito soprattutto da quella parte lì, un grande vuoto… Questa signora ad esempio prende un contributo minimo ma veramente esiguo, di 200 euro, quindi in realtà la problematica economica non è che non ci sia… forse magari i mariti di altre donne si sono collocati da un punto di vista lavorativo come tuttofare e quindi appena è scattata la Fase 2 si sono immediatamente attivati… Poi magari alcune fanno anche tanta fatica a nominare delle necessità… quando abbiamo fatto l’incontro con la pediatra io non mi immaginavo che venissero fuori delle cose e quindi ci vuole anche del tempo, gli strumenti perché certe cose possano emergere…

    E secondo te le misure che sono state messe in campo sono state recepite, capite, sfruttate?

    Mah, io credo di sì. Anzi, anche tanto. C’è stato l’effetto paura. La pediatra che abbiamo incontrato le ha proprio dovute invitare a fare una piccola passeggiata, con tutta la prudenza, le precauzioni. Lei ha proprio detto: “Guardate che i virus si combattono all’esterno, non all’interno delle case quindi il fatto di poter fare una piccola passeggiata, magari nei momenti meno affollati, vi può aiutare”. 
    Tutta la documentazione della Scuola Cadorna che era girata e che anche noi abbiamo diffuso [le misure di contenimento del contagio tradotte in varie lingue] ha aiutato a capire e ho visto molta responsabilità da quel punto di vista… C’è tutta la parte Rom che rimane un po’ scoperta nella mia percezione. Delle persone che forse sono state meno attente e quindi magari vedendosele in giro c’è un po’ questo timore, comprensibilissimo… anche quando dovremo ripartire con i laboratori per i bambini sul territorio ci sarà da capire come strutturarli con misure di precauzione adeguate.

    Ci sono altre attività che avete portato avanti, sul fronte educativo e creativo?

    Abbiamo fatto partire in parallelo due progetti creativi, sì.
    Uno era il contenitore Etcì si crea che è un evento Facebook che abbiamo creato e parallelamente  un canale Youtube su cui abbiamo inserito contenitori di vario tipo: narrazioni, storie per bambini da far ascoltare magari la sera, musica… Lo abbiamo costruito pensando che anche le donne e i bambini del quartiere potessero fornire dei loro contributi per costruirlo: qualcosa è arrivato. Non tantissimo perché c’era più voglia e desiderio di ricevere che non dare. Però sono arrivate delle piccole cose che poi abbiamo messo in questo contenitore.
    E poi c’è questo progetto, La casa tesoro, sempre sul canale di Youtube. Qui abbiamo immaginato la casa come un’isola del tesoro e abbiamo chiesto a ciascuno di immaginarsi un percorso per arrivare a questo tesoro e poi narrarlo, attraverso un contributo video. Ce ne sono arrivati sei, da varie parti del mondo, non solo e non tanto dal quartiere: ora li monteremo insieme, anche con le musiche. Dal quartiere è arrivato poco perché la dimensione della casa è davvero un po’ sofferta.

    Quindi secondo te c’è pudore nel mostrarla?

    Eh sì, è un po’ sofferta… Qualcuno ha osato farcela vedere, tipo un bambino che ha portato un bellissimo contributo. Ma per esempio ha creato dietro di sé un sipario, non so come ha fatto. Qualcuno invece ha fatto emergere molto la nostalgia, il ricordo di casa… infatti è stato faticoso ottenere questi filmati. Comunque questi racconti fanno bene anche a chi li ascolta, diventano nutrienti anche per gli altri…

     

  • Praticare la prossimità a distanza. Il servizio di custodia sociale

    Praticare la prossimità a distanza. Il servizio di custodia sociale

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.

    Giovanna Di Sciacca è referente del Servizio di Custodia Sociale del Comune di Milano – UOP Segesta del Municipio 7 per la Cooperativa Sociale Genera Onlus.
    Lorenzo Marasco è custode sociale ed educatore professionale per la Cooperativa Sociale Comunità Progetto

    Entrambi lavorano nel quartiere San Siro da diversi anni e ci raccontano come il servizio è stato riorganizzato “a distanza”. Le interviste sono state raccolte in momenti diversi ma si è scelto di riportarle insieme come riflessione complessiva su questo servizio territoriale di prossimità.

    Come è stato riorganizzato il servizio di Custodia Sociale nei due mesi di lockdown?

    GDS: Nel momento in cui è stato attivato il lockdown si sono dovuti chiudere sia gli sportelli di orientamento che le socialità e non è stato più possibile andare a casa delle persone per sbrigare le pratiche né fare gli accompagnamenti sul territorio, quindi abbiamo cercato di monitorare le situazioni telefonicamente. Abbiamo ricontattato tutte le persone seguite per informarle e tranquillizzarle rispetto al fatto che noi comunque c’eravamo… poi in alcuni casi erano loro che tranquillizzavano noi custodi raccomandandosi che non uscissimo e che fossimo attenti!
    Successivamente il servizio è stato inserito nel sistema di “Milano Aiuta”, dell’Assessorato Politiche Sociali. Allo 020202 alcuni operatori danno orientamento sui servizi di supporto nell’emergenza. Se la richiesta è più complessa e non viene soddisfatta solo con l’orientamento passa al C.O.C. (Centro Operativo Comunale) dove un gruppo dipendenti del Comune di Milano e a turno 2 operatori dei Custodi Sociali di tutte le zone supportano i cittadini nella gestione delle emergenze.
    Nel quartiere è rimasta operativa la sede di Piazzale Segesta dalla quale abbiamo continuato a monitorare a distanza le persone seguite e altre che ci sono state segnalate come fragili dai diversi servizi del Comune di Milano.

    Quindi il servizio di custodia si è riorganizzato più come servizio di monitoraggio?

    GDS: Noi in piazza Segesta non abbiamo possibilità di fare entrare persone in sede ma suonando al cancello possiamo incontrare le persone e dare informazioni a distanza di sicurezza. Attraverso il monitoraggio telefonico si sono attivati diversi interventi di supporto in collaborazione con moltissime realtà. Si sta cercando molto di fare lavoro di rete. Da un mese stiamo collaborando con L’Ordine di Malta per la consegna di pacchi viveri e con gli Scout Agesci per la consegna di alcune spese che abbiamo possibilità di acquistare per persone segnalate in difficoltà; tramite il Servizio Sociale Professionale Territoriale, il progetto QuBì e le Parrocchie ci siamo scambiati informazioni sui vari servizi di consegna cibo, medicine, numeri da contattare e li abbiamo fatti girare in quartiere alle organizzazioni; ci siamo confrontati con ITAMA [associazione che insegna italiano alle donne straniere] sul tema della violenza domestica. L’ambulatorio di Opera San Francesco è rimasto aperto e abbiamo inviato le persone che avevano necessità di farmaci. 

    Secondo te, come stanno le persone nel quartiere?

    GDS: Tra gli anziani c’è abbastanza timore della situazione, alcuni che avevano l’operatore SAT [servizi abitativi transitori] che veniva a fare le pulizie piuttosto che la spesa non hanno più voluto avere il servizio. Tanto fa rassicurare le persone, non farle sentire da sole… Fare sentire comunità e punto di riferimento anche via telefono.
    Sicuramente però la situazione di molte famiglie è peggiorata. I portinai degli stabili ci hanno segnalato molto viavai ad inizio quarantena, d’altra parte spesso ci sono situazioni abitative con molte persone in appartamenti piccolissimi… Poi quelli che si arrabattavano con vari lavoretti adesso non lo fanno più e sono ancora più limitati nelle possibilità. Quelli che lavoravano in nero a casa della gente non lavorano più… però sul quartiere per fortuna c’è tanto, ci sono tante risposte.

    LM: Da inizio della quarantena io mi sono occupato del monitoraggio telefonico. Nel mio elenco di persone quasi tutti più meno hanno trovato i loro equilibri. Gli anziani che mi hanno assegnato da monitorare avevano tutti delle figure familiari presenti quindi hanno “tenuto botta”.
    I miei vecchi utenti, una decina, si sono riadattati bene. Anzi alcuni adulti psichiatrici secondo me hanno attivato delle risorse che prima del Covid erano sopite… risorse interne di autonomia di auto-aiuto tra utenti. Io per esempio seguo C. che ha iniziato a frequentare assiduamente un altro utente del CPS svolgendo semplici pratiche quotidiane: ritiro ricette, acquisto di farmaci… che precedentemente facevamo insieme o mi delegava. E lo fa anche per altri utenti che sono più segregati in casa per altre patologie. Un’attivazione di risorse che prima non si era verificata.

    Questa situazione vi ha portato a perdere il contatto con alcuni?

    LM: Eh purtroppo si. Nel mio caso seguivo alcuni adulti che non hanno il telefono. Così alcuni colleghi in maniera un po’ strumentale per capire come stavano gli hanno portato dei pacchi viveri anche se il bisogno primario non era esattamente quello ma come servizio di custodia si è mantenuto un contatto anche con questi meno raggiungibili. Ovviamente non come prima.

    GDS: Si, anche se al contrario stiamo venendo in contatto con molte più famiglie Rom rispetto a prima, che facevamo più fatica. Sono arrivati al servizio un po’ in maniera spontanea, un po’ tramite gli assistenti sociali in prevalenza per un aiuto sui pacchi viveri.

    Come stai vivendo il cambiamento di relazione con gli utenti?

    LM: Forse in questa situazione abbiamo quasi patito di più noi educatori, infatti adesso stiamo aspettando un piano di rientro con le dovute cautele ma, insomma, a me ha pesato un po’… poi ti adatti, cogli anche alcuni vantaggi in termine di “economie di scala”, ottimizzi i tempi però… A me è mancato il rapporto di vicinanza, di prossimità… il contatto visivo. L’aspetto dell’incontro “vecchio stile” a me è mancato.

    GDS: Alcuni operatori l’hanno vissuta molto male, c’è stata la frustrazione di sentirsi che non stavano facendo abbastanza. Io so che anche il supporto telefonico è importantissimo in questo momento. C’è spesso la tensione a voler fare di più ma in questo momento devi stare attento, tutelare gli operatori, valutare come agire…
    Io come coordinatrice devo pensare a dare risposta alle richieste, che non sono diminuite, anzi, ma anche a tutelare gli operatori. Sono un fiume in piena in questo momento.

  • Accesso ai diritti nell’emergenza: la prospettiva della clinica legale

    Accesso ai diritti nell’emergenza: la prospettiva della clinica legale

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.

    Dall’autunno 2019 l’Università Bocconi, con il coordinamento della professoressa Melissa Miedico e il coinvolgimento di alcuni studenti impegnati nelle legal clinics, ha dato vita ad uno sportello di orientamento in ambito giuridico per la tutela dei diritti, ospitato due giorni a settimana all’interno dello Spazio Off Campus del Politecnico di Milano. A causa dell’emergenza da COVID-19 le attività dello sportello sono state sospese per essere tuttavia ri-organizzate a distanza, dando vita a importanti sinergie con il resto della rete. Abbiamo chiesto a Melissa Miedico, coordinatrice del progetto e a Maria Nicolosi, una delle studentesse coinvolte, come stia funzionando questa nuova fase.

    Quali attività state portando avanti e con quali modalità?

    M.M.  L’attività degli studenti della clinica legale che si svolgeva presso lo sportello di via Gigante è stata sospesa a causa dell’emergenza Covid, continuando però online tramite mail a cui gli utenti già si rivolgevano (legalclinics.sansiro@gmail.com). Gli studenti si stanno anche alternando nel fornire il loro supporto agli utenti che si rivolgono allo sportello telefonico del progetto QuBì attivato proprio nel quartiere e attualmente molto impegnato sul supporto ai cittadini più fragili nell’emergenza. Il gruppo della clinica legale dell’Università Bocconi si è poi impegnato in un’ulteriore attività: la redazione di documenti informativi che possano essere utili sia agli operatori e ai volontari della rete di San Siro sia  agli abitanti del quartiere. Si tratta di documenti che riassumono le disposizioni contenute nei vari DPCM, così come quelle emanate da Regione e Comune: i ragazzi hanno studiato e tentato di sistematizzare nel modo più chiaro ed accessibile possibile (anche per una utenza non italofona) le regole in materia di circolazione, le indicazioni in tema di distanziamento, i requisiti per accedere ai vari contributi assistenziali, la sospensione dei termini processuali o la proroga di validità di alcuni documenti personali. Hanno anche cercato di raccogliere i contatti delle associazioni e delle realtà su scala cittadina a cui ci si può rivolgere per le diverse necessità (viveri, pasti caldi, pannolini, vestiti, scarpe ecc.).

    Le richieste che ricevete quindi sono diverse da prima?

    M.M. Dal punto di vista quantitativo abbiamo registrato più di 70 accessi nel periodo di apertura bisettimanale dello sportello (ottobre-gennaio). Da fine marzo abbiamo potuto riprendere i contatti con le persone via mail o per via telefonica, su richiesta di alcune associazioni che ci mettevano in contatto con gli utenti che richiedevano un supporto in ambito giuridico-burocratico: ad oggi (fine maggio) abbiamo avuto più di 40 contatti.
    Sul piano qualitativo, invece, abbiamo assistito ad uno spostamento dei bisogni ad un livello assolutamente primario. Nel periodo precedente all’emergenza, le nostre attività consistevano prevalentemente nell’informare e sostenere i nostri utenti su questioni come l’iscrizione alle graduatorie per l’assegnazione di  case popolari, l’iscrizione a scuola (anche alle scuole di italiano per le mamme), iscrizioni ai nidi, il permesso di soggiorno, il ricongiungimento famigliare; capitava anche che supportassimo gli utenti nella richiesta di varie tipologie di sussidi, ma si trattava di persone che ci parevano inserite nel contesto sociale, che avevano già (almeno in parte) risolto i problemi primari e soddisfatto i bisogni essenziali. Oggi invece vediamo un quartiere in ginocchio, che ha bisogno di cibo per sfamarsi. Anche persone che, in precedenza, non ci parevano in difficoltà economica, ora ci paiono in una situazione di povertà assoluta. La disponibilità di lavori precari, accessibili – di fatto – anche a stranieri irregolari (pur potendo questo costituire – per il datore di lavoro – un vero e proprio illecito penale), ci pare consentisse alle famiglie di affrontare e sostenere le necessità della vita quotidiana, benché con alcune rinunce e difficoltà: oggi invece queste stesse famiglie sono costrette a chiedere il pacco viveri, perché magari entrambi i genitori sono stati licenziati in tronco improvvisamente o sono stati costretti a prendere un periodo di aspettativa non retribuito.
    La sensazione poi è che ci sia un’esasperazione delle situazioni: c’è il caso di una persona che seguivamo, che vive in una abitazione di edilizia popolare in un semi-interrato, in un alloggio piccolo (sotto-soglia) e totalmente insalubre, con importanti problemi di infiltrazioni: la vita per due mesi con i bambini in questo ambiente ha reso inumana la sua situazione complessiva, non solo abitativa. Sono persone che temiamo possano in qualche modo implodere.

    M.N. –  Tra coloro che si rivolgono a noi, ci sono persone che già frequentavano lo sportello, ma a queste se ne sono aggiunte di nuove. Le problematiche per cui ci contattano sono quasi sempre assistenziali, legate ai bisogni primari: cibo, un pasto caldo, cartoleria e supporti elettronici per i bambini in età scolare… Si sono rivolti a noi anche per richieste di medicinali, medicine essenziali come il paracetamolo. Le problematiche legate alla casa, per esempio, sembrano essere passate in secondo piano. Gli italiani che ci contattano, come avveniva anche prima allo sportello, sono molto pochi, potendo contare, forse, su una rete più fitta di supporto e assistenza. La fascia di età invece è un poco più alta; prima allo sportello venivano persone sui 20-40 anni; ora chiamano padri e madri di famiglia, anche di 50-60 anni.  

    Nella vostra percezione, come stanno rispondendo le istituzioni alla situazione? Le misure messe in campo riescono a raggiungere il quartiere?

    M.N. –  Alcune risposte istituzionali ci sono, ma il problema è accedere a queste risorse. La domanda per i buoni spesa del Comune per esempio era scritta in un italiano difficile, abbiamo individuato nel modulo una serie di doppie negazioni difficili da comprendere per chiunque. Le tempistiche poi sono piuttosto lunghe: ci sono persone che hanno fatto la domanda e per due settimane sono rimaste in attesa. Per accedere ad alcune misure vi sono grandissimi ostacoli: noi abbiamo fornito un supporto anche tecnologico, perché le capacità e i mezzi a disposizione di alcune persone non consentivano di compilare il modulo online o a mandare una mail. Le richieste di pacchi viveri sono tante, talvolta anche più di quelle disponibili, importante – in questo senso – è stata la collaborazione delle associazioni di volontariato e i progetti (come QuBi sostenuto da Fondazione Cariplo, Save the Children, Medici senza frontiere, le parrocchie, le varie cooperative e progetti attivi nel quartiere) che lavorano da anni sul territorio, lo conoscono bene e hanno potuto, forse un poco più celermente, intervenire nelle situazioni di maggiore emergenza.

    M.M.  C’è una grande confusione sugli aiuti e il rischio di sovrapposizioni, duplicazioni… Le persone hanno avuto tanta paura (anche legata alla scarsità di informazioni iniziali), si sono trovate sole, chiuse in casa, bombardate da notizie allarmanti che solo in parte potevano comprendere ed in grave stato di bisogno; hanno quindi chiesto aiuto in tutte le direzioni, spaventate dal timore di non ricevere nulla. Se sei in emergenza e i soldi per fare la spesa ti arrivano dopo più di 15 giorni è un problema. In larga parte, la comunità ha accettato con responsabilità e spirito di collaborazione (e talvolta rassegnazione) queste difficoltà, comprendendo la diffusa situazione di emergenza nella quale tutti si sono trovati. Certo però sarebbe stato utile un lavoro di coordinamento, organizzazione e informazione sui diversi piani di intervento. Comune, Regione e Stato stanno mettendo in campo risorse in modo piuttosto disordinato, creando filtri all’accesso a tali risorse che paiono insuperabili per le persone che vivono in condizioni di massima fragilità. Il volontariato ha fatto molto, moltissimo, ma non basta: manca un sistema di welfare che possa consentire a tutti di raggiungere minimi livelli di efficienza, lavorando su più piani integrati.  

    Ci sono quindi molte persone che restano fuori? Come descrivereste la condizione delle persone con cui siete in contatto?

    M.M. – In generale, direi che questa emergenza ha costretto TUTTI  a rinunciare a qualcosa e TUTTI, responsabilmente, hanno accettato queste rinunce per il bene di loro stessi e della comunità intera. Mi pare però anche che questa forbice, che ha tolto qualcosa a tutti, come spesso accade nelle crisi, abbia tolto di più a chi già aveva meno, anche in termini qualitativi, non solo quantitativi. Un riscontro di questo ci è arrivato anche dalle istituzioni scolastiche: la scuola è un esempio primario di disuguaglianza in questo momento. La didattica a distanza (D.A.D.) a San Siro ha comportato per almeno il 40-50% dei bambini una fatica estrema per stare al passo, vedendo in molti casi addirittura del tutto compromesso il proprio diritto allo studio. Per quanto le scuole abbiano fatto un grande sforzo (con l’aiuto dei finanziamenti statali e di privati) nell’acquisto di tablet, le distribuzioni e gli acquisti sono stati fatti con estremo ritardo (in una scuola del quartiere, la distribuzione è stata avviata ormai a fine maggio). Ma anche questo non basta: se hai il tablet, ma non hai il wifi, non hai risolto il tuo problema. Nel quartiere inoltre ci sono famiglie con 5-6 bambini in casa che contemporaneamente hanno lezione. Si pensi poi al fatto che tutto – nella D.A.D. – deve passare dal genitore e non è affatto facile se il genitore non ha le competenze (linguistiche) o lavora, se non ha una stampante e può leggere i documenti solo su un piccolo smartphone, se il figlio è in prima elementare e non ha alcuna dimestichezza con il mezzo elettronico e vive con estrema frustrazione la sua difficoltà. Non parliamo proprio poi della disabilità e dei disturbi dell’apprendimento: le famiglie spesso sono state lasciate sole in situazioni di estremo disagio.
    Insomma, l’impressione è che perda di più (anche l’essenziale) proprio chi ha già meno. In qualche caso, di fronte a situazioni come queste, gli studenti della clinica legale non si sono tirati indietro e si sono offerti di supportare alcuni bambini nella interazione con la scuola e nella assistenza ai compiti dei figli, che fanno tanta fatica a stare dietro alla didattica a distanza senza la mediazione di un adulto che possa passare i contenuti che arrivano dalla scuola, conoscendo bene la lingua: anche questa attività, pur esulando da quella che avevamo immaginato nella clinica, in fondo è stata un valido strumento per garantire l’esercizio di diritti primari riconosciuti dalla Costituzione come quello di uguaglianza e all’istruzione (art. 3 e 34 Cost.) .
    Fino a che punto queste persone potranno fare questi sacrifici? Io mi auguro che l’allentamento delle restrizioni consenta di accedere con maggiore frequenza e facilità agli aiuti, ai servizi, favorendo così il ritorno al lavoro e il soddisfacimento dei bisogni primari. Occorre non dimenticarsi però di un quartiere in cui mancano molti servizi: spazi giochi per bambini, parchi, spazi all’aperto e risorse per adolescenti, biblioteche, centri sportivi e piscine. Temiamo che queste carenze si faranno sentire ancora di più nei mesi estivi, in cui non potranno prendere avvio (o lo faranno con numeri molto più contenuti) tutte le attività sportive e ricreative accessibili gratuitamente o a prezzi molto contenuti negli anni passati (si pensi soprattutto alle attività organizzate negli oratori).

    Un contesto come San Siro, già provato in condizioni di normalità, è quindi particolarmente esposto in questa situazione…

    M.M. – L’emergenza Covid 19 si è sovrapposta a problemi preesistenti e mai risolti da anni. Non aver risolto problemi abitativi, problemi di regolarizzazione dei migranti, non aver investito in questi quartieri così bisognosi di interventi e risorse era già causa di grande disagio, l’emergenza e la crisi economica conseguente non hanno fatto che peggiorare ulteriormente la condizione di già grave marginalità dei suoi abitanti. Il rischio è che, cessato il contenimento a cui tutti ci siamo adattati, riemergano qui i vecchi problemi in forma ancora più allarmante e difficilmente contenibile.

  • La rete QuBì di fronte all’emergenza

    La rete QuBì di fronte all’emergenza

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.

    Francesca Petrillo è psicologa e lavora per Genera Onlus. A San Siro coordina QuBì Selinunte, un progetto contro la povertà infantile finanziato da Fondazione Cariplo che coinvolge diverse cooperative e associazioni in attività educative e sociali. Con l’inizio dell’emergenza da Covid-19 il progetto ha saputo reinventarsi, sostenendo in particolare l’apertura dell’Hub di zona per la distribuzione di pacchi alimentari (frutto della collaborazione tra Comune, Protezione Civile, Banco Alimentare, Caritas, Coop Lombardia, Milano Ristorazione, Amatper e la stessa Fondazione Cariplo). 

    La contattiamo telefonicamente lunedì 4 maggio 2020:

    Abbiamo mantenuto quella che era l’attività principale, lo sportello di piazzale Selinunte, aperto due volte a settimana. Era un presidio del territorio. Ci è sembrato giusto mantenerlo in questo momento in cui le persone sono ancora più sole, ancora più isolate e quindi l’abbiamo fatto diventare uno sportello telefonico. È attivo tutti i giorni per un paio d’ore. Abbiamo iniziato così a cercare di mantenere i contatti. Le richieste che sono arrivate sono state tante. Ci sono tante persone in quartiere cui prima non eravamo arrivate, persone che hanno iniziato a chiedere aiuto adesso, nell’emergenza. Ora ti trovi a intercettare delle persone che il lavoro l’hanno perso, sono in difficoltà. Tanti fanno le pulizie, lavoravano in nero. Si è imposta un’emergenza soprattutto alimentare. Su quest’aspetto c’è stato l’aiuto sia del comune che di Cariplo, con l’attivazione di questi Hub in ogni zona. Hanno creato un Hub da cui parte la distribuzione di pacchi alimentari, da metà marzo. Noi abbiamo potuto segnalare delle famiglie già conosciute dalla rete, che ricevevano il pacco tramite le parrocchie, che però non lo stavano più ricevendo, perché i centri Caritas erano stati chiusi per evitare la diffusione del virus.

    Quindi l’Hub di Municipio 7 distribuisce su tutta zona 7?

    Sì, su tutta zona 7. Non distribuiscono solo a famiglie, distribuiscono anche alle persone che prima prendevano il pacco, che potrebbero essere adulti in difficoltà, persone anziane con la pensione bassa. Le famiglie si sono trovate proprio sole. Si è organizzato questo circuito. Circa due o tre settimane fa siamo arrivati a 700 famiglie – famiglie e utenti – e quindi era stato messo anche uno stop perché le richieste erano veramente lievitate troppo. Siccome il numero delle famiglie era molto alto, tante di loro rimanevano in attesa due o tre settimane. Noi ci siamo organizzati, abbiamo fatto alcune spese. Abbiamo ricevuto alcune donazioni da privati. Una famiglia ad esempio ha visto un post su Facebook quando abbiamo distribuito il cibo e ci ha contattato. Abbiamo organizzato questa distribuzione di pacchi viveri d’emergenza. Prima con la mia collega Amelia siamo andati a casa delle persone. Parliamo di una decina di famiglie. Le facevamo scendere e davamo questo pacco. Poi abbiamo capito che consegnare casa per casa con le nostre forze era abbastanza complicato, allora abbiamo chiesto ad Aler di utilizzare lo spazio che abbiamo in via Maratta dei Custodi sociali. Tu chiami, la famiglia viene. Non li facciamo neanche entrare, così evitiamo tutti i tipi di contatto. Diamo le cose da mangiare e se ne vanno. Questo riguarda un po’ l’emergenza principale, la questione alimentare. Siamo dovuti tornare sul territorio. Non era qualcosa di gestibile a distanza. Il pacco viveri spesso non è sufficiente a coprire tutti i bisogni della famiglia e inizialmente veniva consegnato solo il secco, poi è stata aggiunta frutta e verdura. Sono capitati dei ritardi, ma tutte le famiglie in lista hanno ricevuto il pacco.

    La seconda emergenza che si è fatta più evidente è quella scolastica. Nel senso che i bambini per seguire le lezioni online hanno bisogno quantomeno di un cellulare. A volte c’è un solo cellulare in famiglia che si porta via il genitore, quindi non può usare neanche WhatsApp, figuriamoci il tablet La parte principale in questo senso l’ha avuta il progetto Sconfini. Tramite fondi del Ministero si sono iniziati a distribuire dei tablet.

    Questa relazione col progetto Sconfini e con gli altri soggetti della rete si è intensificata in qualche modo con questa emergenza?

    L’impressione che ho avuto è che si sia intensificata. Anche prima con Sconfini c’era comunque un raccordo, ad esempio sul tema centrale del doposcuola. Poi anche tramite l’Associazione Scuola Cadorna c’è stato un dialogo per capire quali fossero i bisogni delle famiglie, per capire chi non si raggiungeva, le persone più isolate. Ad esempio mi hanno contattato anche delle insegnanti per segnalare i bisogni alimentari delle famiglie. Prima, a parte degli incontri che abbiamo fatto nelle scuole, sempre tramite Sconfini, non mi era mai capitato di avere dei rapporti così diretti con gli insegnanti. Poi anche con le Staffette del Mutuo Soccorso: Amelia ha avuto dei contatti anche con loro, anche perché loro fanno delle consegne di spesa alle famiglie.

    Invece, rispetto alle istituzioni, immagino che voi comunichiate soprattutto con Comune di Milano. Da questo punto di vista come sta andando?

    Con QuBì noi abbiamo sempre l’assistente sociale di riferimento che è Franca Primavera. Quindi con lei i contatti non sono cambiati, ma adesso sono praticamente quotidiani. C’è sempre un accordo sulle modalità di lavoro della rete. Cerchiamo di mantenere l’incontro della cabina di regia tramite Skype, o tramite Zoom, per darci un aggiornamento sul lavoro. Quindi, da questo punto di vista, il rapporto con il Comune di Milano per QuBì e il rapporto con l’assistente sociale sono continuati come prima.

    M’interessa capire se avete avuto anche dei problemi o se sta filando tutto liscio. Mi viene in mente anche la questione dei buoni spesa, per cui c’è stata una certa difficoltà ad accedere al sito da parte di alcune famiglie.

    Su questo abbiamo avuto l’aiuto di questi volontari della Bocconi [sportello di tutela diritti e legalità gestito dall’Università Bocconi, attivo in quartiere dal 2019 e ospitato all’interno dello spazio Off Campus]. Anche l’aiuto di questi ragazzi ha rappresentato un intensificarsi di rapporti che prima non c’erano. Era capitato d’inviare qualche famiglia al loro sportello per la domanda alle case popolari. Però davvero c’è stata una disponibilità grandissima da parte di questi ragazzi. Anche altri ragazzi del Politecnico hanno dato disponibilità per fare il doposcuola ai ragazzini, per intrattenerli, supportarli con le videochiamate.

    Sulle altre attività ti dico solo due parole: alcune attività stanno continuando online. Stanno avendo anche un buon riscontro. Per il resto tutte le attività fatte con i bambini nei cortili chiaramente adesso sono in sospeso. Il doposcuola che avevamo in viale Mar Jonio va avanti via WhatsApp, con praticamente tutti i bambini che frequentavano, mentre le scuole di italiano hanno completamente sospeso le lezioni e si ponevano anche il problema di non poter riaprire se rimangono queste le direttive. Loro forse non potranno ricominciare neanche a settembre. Vedremo.

  • Oltre l’italiano: le voci delle scuole di lingua per stranieri

    Oltre l’italiano: le voci delle scuole di lingua per stranieri

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Circa la metà delle persone che abitano oggi il quartiere San Siro è di origine straniera. La domanda di apprendimento della lingua italiana è dunque comprensibilmente molto alta: anche per questa ragione qui hanno sede diverse realtà che si occupano di insegnamento della lingua italiana agli stranieri (Associazione Alfabeti Odv, Associazione Itama – Italiano per mamme, Associazione Mamme a scuola, Associazione Punto it). Di queste, la maggior parte si concentra in maniera specifica sull’insegnamento rivolto alle donne di origine straniera, organizzando anche forme di supporto indirizzate ai bambini in età pre-scolare, che facilitino la partecipazione delle mamme e al tempo stesso offrano un tempo di qualità educativa ai bambini. Al venir meno delle possibilità di didattica in presenza, queste realtà hanno dovuto ri-organizzare la propria offerta didattica, con le difficoltà date dalla lontananza fisica, dalle barriere linguistiche, dai diversi mezzi che i volontari stessi, oltre che gli allievi e le allieve, hanno a disposizione.

    La prima questione posta a tre di queste scuole – Alfabeti, Itama e Mamme a scuola – va proprio in questa direzione. Come avete organizzato le vostre attività a fronte dell’emergenza COVID-19?

    Alfabeti (Moreno Castelli) – Essendo una realtà di volontariato è stato difficile il passaggio alle modalità della didattica a distanza: alcune classi stanno andando avanti, altre meno… bisogna tenere conto che il grosso delle nostre classi sono di livello veramente basso: si aggiungono alle difficoltà dell’italiano che manca quelle di padroneggiare uno strumento… C’è una risorsa di Alfabeti (Alfabeti in rete ) che è stata creata circa 4 anni fa e che sembra venire molto utile recentemente: sostanzialmente sono delle pillole video di italiano, intorno al livello A1, che si possono scaricare dal nostro sito. Da quando è iniziata l’emergenza ci sono state molte iscrizioni. Alcuni volontari poi hanno deciso di aderire alla campagna del Comune di Milano che cercava insegnanti per minori non accompagnati: è stato un bel successo della rete Scuole senza permesso che ha messo a disposizione moltissimi volontari. 

    Itama (Stella Boccaccini) – Nella prima fase del lockdown eravamo un po’ sotto shock, poi gradualmente abbiamo ricominciato a fare attività da remoto. I gruppi whatsapp delle classi ci hanno permesso di restare in contatto con le nostre signore… All’inizio soprattutto per condividere le informazioni, perché nella prima fase era molto importante sia rassicurare che dare notizie e raccomandazioni. Poi, piano piano, abbiamo ricominciato a fare lezione. Ovviamente via whatsapp è molto complicato, però cerchiamo di tenere un filo, un legame con queste donne. Abbiamo comunque perso tantissimi contatti, ci rendiamo conto che i problemi sono tantissimi all’interno di queste famiglie: mille bambini chiusi in appartamenti piccolissimi, i problemi della connessione…Abbiamo cercato di trovare orari in cui collegarci che siano comodi per le donne: per esempio non la mattina, perché spesso il mezzo informatico serve ai bambini per seguire le lezioni scolastiche… Abbiamo anche capito che ogni tanto loro hanno bisogno di un momento di evasione: alla fine quel nostro momento è anche un modo per raccontarsi come vanno le cose, è anche un momento di chiacchiera tra amiche, necessario. 

    Mamme a scuola (Nancy Boktour) – Anche noi abbiamo cercato di mantenere quasi tutte le attività che facevamo, legate al corso di italiano. Per la parte didattica a marzo ogni insegnante ha mantenuto il rapporto mandando dei materiali, facendo delle chiamate talvolta anche individuali alle mamme, per capire quali sono loro le difficoltà… Per mantenere continuità anche sullo Spazio bimbi abbiamo mandato attività ludiche per i bambini, per passare il tempo e per regalare anche un momento di qualità nella relazione mamma-bambino… la risposta dipendeva da persona a persona: alcune hanno tempo e le condizioni per realizzarle, altre magari fanno più fatica e quindi ringraziavano e basta. Piano piano da metà aprile la situazione è diventata un po’ più pesante per le famiglie quindi c’è stato più un rapporto umano, di saluto… abbiamo capito che per loro la priorità era in quel momento tenere il legame umano, la didattica è passata un po’ in secondo piano rispetto ai loro bisogni. Per quanto riguarda lo sportello di mediazione, io ho continuato a tradurre comunicazioni relative ai bandi, agli aiuti dei vari enti (Regione, Comune) e aiutarli ad accedere, anche coordinandomi con il progetto QuBì. 

    Mamme a scuola (Alessandra Bonetti) – Rispetto alla didattica, anche noi abbiamo usato whatsapp: d’altronde queste famiglie hanno un problema di device e di connessione per cui era impossibile proporre altre cose. Lo proponiamo prevalentemente in maniera asincrona, con attività che loro possono fare con calma quando vogliono con una correzione che è quasi sempre poi individuale. Il materiale didattico, i tutorial, le attività per i bambini, tutto ciò che abbiamo prodotto lo abbiamo raccolto e sistematizzato sul sito, perché sia a disposizione di tutti. 

    Come vi sembra che stia funzionando questa modalità?

    Itama (Beatrice Botteon) – Non si possono guardare i numeri, certo, ma io penso che un pochino stia funzionando. Le lezioni noi proviamo a farle in maniera sincrona: c’è un orario in cui inizia la lezione su whatsapp e noi in quell’ora e mezza stiamo siamo lì a disposizione. Loro si capisce che un po’ vanno e vengono, però ecco noi quell’ora e mezza stiamo lì e questo crea anche una sorta di ritualità. Anche dopo la fine delle lezioni [29 maggio] ci siamo dette che ogni insegnante sarà libera di mantenere i rapporti come meglio crede… vogliamo continuare nel corso dei prossimi mesi a mantenere un po’ di legame con le alunne, essere un riferimento per loro…

    Le scuole di italiano sono un servizio essenziale al quartiere: in un contesto di forte difficoltà di accesso ai servizi, di monitoraggio delle domande sociali, vanno infatti ben oltre la funzione di veicolo dell’apprendimento linguistico: sono vere e proprie antenne territoriali e presidi di relazione, che accompagnano l’inserimento degli allievi e delle allieve nelle opportunità della città. Come vi ponete rispetto al venire a mancare di questo ruolo? 

    Mamme a scuola (A.B.) – La riflessione più ampia che stiamo conducendo al nostro interno è quanto, diversamente da un’altra utenza di studenti di italiano, per le mamme lo spazio fisico sia così fondamentale. La scuola di italiano per le donne non è strumentale come per un altro tipo di utente che deve imparare l’italiano per portare a termine compiti di lavoro… per le donne lo spazio fisico è quasi più uno spazio mentale che loro si concedono…  nel momento in cui questo spazio è stato tolto, perché non si poteva fare altrimenti, quelle più “motivate” o che hanno un certo background di partenza di scolarizzazione partecipano e magari anzi chiedono più compiti… per altre la motivazione dopo il primo mese si è affievolita proprio perché non si sono più concesse questo spazio: c’erano altre priorità, che erano i figli, la scuola dei figli, l’organizzazione del tempo dei figli… è molto importante fare questa riflessione sul senso di quello che tutti noi stavamo facendo prima del lockdownLa didattica a distanza va benissimo, noi ce la mettiamo tutta e abbiamo anche tante idee e tanta buona volontà, però… il problema non è quello: per quello ci si può attrezzare e inventare. Il problema è che l’insegnamento dell’italiano in questo contesto è creare una relazione tra di noi e tra di loro: la cosa difficile è mantenere la relazione di gruppo, non quella della singola allieva con l’insegnante… L’importanza delle nostre scuole era quella di aver creato per questa utenza, così fragile e invisibile uno spazio, un momento in cui c’erano loro, loro erano protagoniste di loro stesse…  Si può dire “Vabbè ma poi l’italiano in qualche maniera si fa”… Certo che si fa! C’è chi impara una lingua straniera online e va benissimo, ma quello che noi facciamo non è solo questo, penso tutte e tre le scuole: l’italiano è un mezzo per creare altro e se non ci danno lo spazio per ricreare altro il rischio della ricaduta sul territorio, in queste famiglie, per i figli, è altissimo.  

    Rispetto al futuro, che questioni vi state ponendo su tempi e spazi della didattica, su quali temi vi state interrogando rispetto alla ripresa?

    Mamme a scuola (N.B.) – Essendo ospitate all’interno dei locali della scuola Cadorna, per il futuro non abbiamo niente di certo purtroppo, perché ci sono tanti elementi che dobbiamo tenere in considerazione: non sappiamo se la scuola ci potrà o meno dare lo spazio e in quali termini, dipenderà molto dall’orario e dall’uso delle aule per la didattica dei bambini… 

    Mamme a scuola (A.B.) – C’è anche da dire che anche le stesse donne hanno molta paura: in questo momento sono tutte chiuse in casa. 

    Per chi è ospitato a scuola quindi il problema degli spazi quindi è abbastanza centrale?

    Itama (S.B.) – Sì, per noi vale la stessa cosa con l’aggiunta del fatto che attualmente non siamo a scuola e questo è un limite ulteriore… [Itama era ospitata in passato nei locali della scuola Radice, in via Paravia; a seguito della ristrutturazione dei locali, era attualmente ospitata dalla parrocchia di piazza Esquilino]  Poi c’è anche il tema che la volontaria media ha più di sessant’anni e anche questo è un grosso problema soprattutto nella fascia oraria in cui lavoriamo noi  [al mattino] sono generalmente persone di una certa età e quindi anche quello sarà un problema…

    Itama (B.B.) – Il nostro grande problema, come per Mamme a scuola e la Scuola Donne di Alfabeti, sono i bambini perché anche se si potesse immaginare per gli adulti una soluzione magari a piccoli numeri, con i bambini la cosa sicuramente è più difficile, quindi quell’aspetto non giocherà a nostro favore… Ci siamo addirittura spinte a fare delle ipotesi nel caso in cui non riuscisse proprio a ripartire per l’inverno prossimo … abbiamo ragionato su come migliorare un po’ la didattica a distanza, abbiamo provato a farci venire altre idee: gite nel quartiere… insomma qualsiasi modo alternativo per non scomparire totalmente dalle loro vite e per  tenerci vive come associazione, perché se si fa un anno di buco totale poi è dura…  

    Voi di Alfabeti che invece avete delle sedi esterne e non siete ospitati a scuola, come vi state orientando sulla ripresa?

    Alfabeti (M.C.) – Noi stiamo un po’ aspettando l’evoluzione della cosa ma siamo orientati a ripartire a settembre – ottobre… avendo a disposizione due spazi [via Abbiati 1 e 4] diamo quasi per scontato di ripartire, attrezzandoci naturalmente per la sanificazione degli spazi. Quasi sicuramente però dovremo ridurre il numero di studenti che accettiamo perché le sedi sono piccole (60 e 40 metri quadri) quindi il numero delle persone che ci possono stare è contingentato. Quello che temo è che non potremo prendere i bambini perché gli spazi che abbiamo a disposizione per loro non consentono di rispettare le distanze di sicurezza, sono molto promiscui… Per la Scuola Donne il problema dell’età avanzate delle volontarie lo abbiamo anche noi ed è difficile fare previsioni adesso perché è tutto davvero in forse… 

  • Riorganizzare un progetto educativo

    Riorganizzare un progetto educativo

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Paola Casaletti (Coop. Tuttinsieme) coordina Sconfini, un progetto triennale finanziato dalla Fondazione con i Bambini, il quale, da inizio 2019, si propone di affrontare le problematiche legate al tema della povertà educativa dei minori, lavorando con una rete di scuole milanesi collocate nel quartiere San Siro.
    Dall’inizio della pandemia i partner di progetto hanno riorganizzato le loro azioni, promuovendo la collaborazione tra soggetti locali e sostenendo alcune progettualità attive in quartiere. Paola ci spiega come.

    Come avete dovuto riorganizzare le vostre attività?
    Le attività del doposcuola – e in parte il coro – sono proseguite da remoto. Dopo una prima fase di riorganizzazione, gli educatori hanno mantenuto un contatto diretto telefonico con i ragazzini in carico e parallelamente hanno costruito un PDF interattivo, uno per ogni settimana.  Il PDF è stato messo a disposizione di tutti e tre gli istituti. La prima cosa di cui ci siamo resi conto è stata la disomogeneità della capacità delle maestre di raggiungere gli scolari. Quindi chi era attrezzato ha incominciato da subito a sentire gli studenti, a fare video lezioni, ma chi non lo era no. Ci è sembrato importante offrire uno strumento che fosse uguale per tutti e andare in soccorso a chi non aveva la fantasia di crearne uno da solo. Le attività che invece non possono essere svolte da remoto sono sospese. Il progetto prevedeva una valutazione sperimentale del servizio di doposcuola con la collaborazione di Università Cattolica. Purtroppo anche quella dovrà essere rivista profondamente.

    Rispetto ai bambini e ai ragazzi: in generale la relazione com’è cambiata?
    Per i bambini delle elementari che erano agganciati ha funzionato la relazione stabilita con gli educatori e anche il fatto che i bambini ricevano dalle loro maestre i compiti da fare. Questo è un vincolo che il bambino sente, e lo motiva a fare la telefonata con l’educatore, stare al telefono una mezz’oretta o l’ora che serve. Con i ragazzi delle medie invece abbiamo avuto più difficoltà. Ne abbiamo perso di vista qualcuno in più. L’altro dato è che è aumentato significativamente il numero delle richieste dei pacchi alimentari da parte di tante famiglie con lavori precari che si sono interrotti bruscamente.

    Da questo punto di vista voi come fate raccogliere queste informazioni dal quartiere?
    Ci arrivano attraverso canali informali.

    Vi arrivano dagli educatori? 
    Le famiglie chiamano gli educatori e soprattutto le maestre con le quali hanno stabilito una relazione di fiducia. Lo sanno le rappresentanti di classe, che quindi fanno partire delle segnalazioni e lo sa lo sportello del progetto QuBì [Progetto finanziato da Fondazione Cariplo contro la povertà infantile], che gestisce uno sportello telefonico attivo tutti i giorni e che quindi riceve tutta una serie di richieste.

    I soggetti locali in questa situazione si sono riorganizzati in maniera repentina e con molta flessibilità.
    Sì, totalmente. Soprattutto perché la rete Sansheroes e le altre reti attive sul territorio sono state da subito capaci di aggirare i vincoli burocratici che in ambiti più istituzionali – vedi il tema privacy o la questione dei documenti – non avremmo potuto aggirare. Ci sarebbe stata tutta una zona grigia di persone che non avremmo potuto raggiungere. Nel giro di una settimana si è creato un coordinamento che, di settimana in settimana, si organizza per veicolare: a) la distribuzione dei pacchi; b) la distribuzione di tablet o altro materiale scolastico. In questo è stato fondamentale anche il sostegno delle Staffette di Mutuo Soccorso, legate allo Spazio di Mutuo Soccorso di Piazza Stuparich. Quindi, a seconda di quello che c’è da consegnare, ci si organizza.

    Tra l’altro queste reti sono riuscite a intercettare diversi fondi e diverse forme di autofinanziamento. Sembra un po’ che questa emergenza abbia intensificato per certi aspetti le relazioni tra i soggetti locali.
    Le ha intensificate e ha reso più semplice e veloce il coordinamento tra di noi.

    D’altra parte, però, rispetto alla relazione tra questi soggetti e le istituzioni rimangono invece delle questioni aperte.
    C’è stato inizialmente un disorientamento nei rapporti con il Comune, relativamente alla gestione dei servizi educativi territoriali (Centri Diurni e CSE). Quando è uscito il decreto nazionale che ha imposto la chiusura dei servizi è iniziata una trattativa lunghissima perché ci riconoscessero almeno in parte il lavoro da remoto che gli educatori stanno facendo con ciascun ragazzo. Ora dovremo affrontare la complessa organizzazione dei Centri Estivi: anche in questo abbiamo deciso di creare sinergia tra gran parte dei progetti attivi sul quartiere, per non parcellizzare le risorse e offrire alle famiglie che rientreranno al lavoro una parziale soluzione.  

  • A un metro di distanza: osservatorio sul presente del quartiere

    A un metro di distanza: osservatorio sul presente del quartiere

    L’emergenza sanitaria legata al Covid-19 ha determinato, come comprensibile, la chiusura temporanea del nostro spazio di lavoro e presidio territoriale Off Campus a partire dalla fine di febbraio. Questo evento rappresenta una grande sfida per il nostro gruppo di ricerca, che da sempre a fatto dello “stare” in quartiere il punto cardinale della propria metodologia di ricerca e azione. La distanza fisica sollecita nel profondo i termini della nostra relazione con il quartiere e il senso del nostro operare.

    Una prima reazione di smarrimento e di difficoltà ha lasciato presto spazio all’aprirsi e al sedimentarsi di domande su come procedere. Abbiamo quindi iniziato a immaginare come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere, soprattutto attingendo al patrimonio immateriale di relazioni costruite in questi anni, alla collaborazione e al lavoro condiviso con i soggetti locali, ma anche a interazioni più “destrutturate” e spontanee con alcuni abitanti.

    Da loro ci sono arrivate le prime testimonianze, racconti. Pur arrivando da persone diverse, convergevano sulla drammaticità del quadro attuale: il quartiere San Siro, come molti altri contesti periferici e marginalizzati, sta risentendo in maniera fortissima degli effetti della crisi sanitaria, sociale ed economica che si è aperta da ormai alcuni mesi. Si parla poco di questi luoghi, già segnati da forte disuguaglianze, che stanno subendo un contraccolpo maggiore di altri territori. 

    A fronte di un quadro certamente complesso e poco rappresentato, la relazione costruita in questi anni con il territorio, la possibilità di raccogliere e dare spazio alle voci locali, ci ha sollecitato a riorganizzare le nostre attività di ricerca intorno a un osservatorio del tempo presente; reinventando, per necessità, le forme di questa osservazione, seppure in continuità con la metodologia portata avanti in questi anni. L’idea alla base dell’osservatorio è quella che caratterizza dal principio il nostro operato nel quartiere: portare l’università all’interno del quartiere San Siro e, al contempo, portare il quartiere fuori, fare da cassa di risonanza per le voci locali; lavorare su livelli diversi della narrazione, assumendo il valore di forme diverse di conoscenza: testimonianze locali, prospettive “esperte”, interpretazioni di ricerca, ecc.

    Il blog che state leggendo va in questa direzione: farsi tramite di un’immagine in divenire del quartiere, provando a costruire un ponte con il resto della città.

    Per iniziare, a partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo un contributo della rubrica: Voci dalla rete locale Sansheroes. Nelle settimane passate abbiamo infatti raccolto alcune prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere. Pubblicheremo contributi scritti, in forma di intervista o di piccoli testi, con l’obiettivo di restituire alcune riflessioni in itinere sul ruolo del terzo settore, dei servizi territoriali e delle reti locali, sulle difficoltà che questi ultimi stanno affrontando e sulle forme di innovazione che stanno mettendo in campo.

    Ove non specificato espressamente, le interviste e i testi del blog sono curati da: Paolo Grassi, Elena Maranghi, Alice Ranzini.