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  • Una lettura critica del processo in corso sullo stadio San Siro. Farsi buone domande!

    Una lettura critica del processo in corso sullo stadio San Siro. Farsi buone domande!

    L’ipotesi di abbattimento dello stadio Meazza e di ricostruzione di uno nuovo stadio nel medesimo sito costituisce la trasformazione più importante in atto nell’area in cui lavoriamo da ormai un decennio come membri del gruppo di ricerca-azione Mapping San Siro (DAStU – Politecnico di Milano). Il progetto nel suo insieme, un ingente investimento privato su area pubblica, se verrà realizzato rivoluzionerà certamente il quartiere modificandone flussi, ritmi, valori e relazioni con il contesto metropolitano. Per questo motivo abbiamo deciso di approfondire le ragioni di questo progetto e le sue implicazioni, proponendoci di restituire una rassegna di punti di vista a partire dalle molte relazioni intrecciate durante le nostre ricerche.

    Mentre scriviamo (giugno 2023), si susseguono notizie e cambi di direzione. A seguito delle nuove richieste, in risposta agli esiti del Dibattito Pubblico, avanzate a fine gennaio 2023 da parte del Comune di Milano sul progetto proposto dalle squadre, si parla di diverse ipotesi su siti alternativi, della separazione degli investimenti di Inter e Milan e dunque del raddoppio degli stadi, tutte dichiarazioni non suffragate da documentazione pubblica e che fanno parte di una dialettica negoziale sull’idea progettuale in campo, che al momento rimane l’ipotesi di abbattimento e ricostruzione dello stadio di San Siro. Qualora questo scenario dovesse realmente mutare, ci sembra comunque significativa la lettura che emerge dall’osservazione e analisi del processo, perché lo riteniamo esemplare rispetto ad alcune macro dinamiche che stanno interessando trasversalmente il territorio della metropoli milanese in trasformazione.

    In questo testo proponiamo un resoconto delle operazioni di ricerca, domande e questioni che sono emerse negli ultimi mesi di riflessioni sul progetto di abbattimento e ricostruzione dello stadio.

    A partire da settembre 2022, in concomitanza con l’avvio del Dibattito Pubblico, abbiamo ricevuto diverse sollecitazioni, da parte di diversi comitati attivi nel quartiere di San Siro, nonché dagli organizzatori del Dibattito Pubblico, a esprimere un parere sul progetto. Come tanti altri attori locali, la “questione stadio” è sempre apparsa molto distante dai problemi quotidiani della vita nel quartiere, nonostante la vicinanza fisica e gli impatti diretti siano evidenti. Per affrontare il tema, sono state organizzate alcune discussioni interne al gruppo di ricerca, momenti di analisi e informazione condivisa e sono state coinvolte due tirocinanti.

    Il 18 gennaio 2023 abbiamo proposto un seminario pubblico presso il Politecnico di Milano con l’obiettivo di mettere a confronto diversi pareri esperti interni al Dipartimento di Architettura e Studi Urbani. Il seminario è stato occasione di confronto sulla fattibilità del progetto, i suoi impatti sociali e ambientali, nonché su contenuti e modalità del Dibattito Pubblico che lo ha accompagnato, a cui hanno partecipato animatamente diversi urbanisti e architetti del Dipartimento, insieme a studenti e cittadini milanesi.

    Parallelamente abbiamo inaugurato sulla nostra pagina web un osservatorio critico, chiamato Osservatorio Multidisciplinare Grandi trasformazioni Milano (OMG – Milano!) raccogliendo vari materiali di approfondimento, tra cui una analisi de Lo stato della proposta, gli interventi del seminario, delle interviste a interlocutori privilegiati e delle note etnografiche, proponendo alcune interpretazioni sul processo in atto. Riteniamo che le voci raccolte, nel loro insieme, abbiano il merito di rappresentare diversi punti di vista sulla vicenda, che evidenziano le principali problematicità legate agli interessi degli attori coinvolti o esclusi dal progetto stesso.

    Ci preme sottolineare che l’ipotesi di abbattimento e ricostruzione dello stadio Meazza non costituisce per noi un esercizio di investigazione fine a se stesso, ma un caso studio tramite cui mettere a punto e testare una modalità replicabile di osservazione delle grandi trasformazioni urbane che stanno oggi investendo la capitale lombarda, a partire da alcune domande e questioni che ci appaiono cruciali e che spesso non trovano riscontro nei grandi progetti di trasformazione urbana. Ciò ci slega in parte dall’urgenza di elaborare posizionamenti immediati rispetto ai singoli progetti, rimandando piuttosto a un orizzonte più ampio che cerchi di tenere insieme un’analisi complessa delle contemporanee politiche milanesi di sviluppo urbano. Ciò, inoltre, non ci preclude la possibilità di restituire una prospettiva critica sulla “vicenda stadio”, quanto piuttosto di dischiuderla, a partire da una postura investigativa che caratterizza il nostro agire, in grado sia di entrare davvero nel merito del progetto per come fino ad oggi è stato formulato, sia di stimolare una riflessione sul senso di questa operazione, ricollocandola all’interno di un dibattito su come e per chi stia cambiando la città di Milano.

    Offriamo tale prospettiva critica a chi voglia farne uso, sia essa l’Amministrazione comunale o gruppi di cittadini, in un confronto che però tenga conto di alcune questioni nodali che proviamo qui di seguito a riassumere. Restituiamo il nostro punto di vista attraverso delle domande, che sono domande aperte e segnano la strada del nostro ricercare. Su queste domande ci piacerebbe continuare a riflettere su Milano, con quanti lo vorranno fare con noi.

    1. Qual è l’interesse pubblico dell’intervento?

    Il progetto dello stadio è stato dichiarato di interesse pubblico per la città. Quali strumenti e criteri di valutazione sono stati adottati per valutare l’opportunità della trasformazione? A quali bisogni della città o dell’Area Metropolitana si propone di rispondere? Quali sono i vantaggi per la collettività nel trasformare attraverso il coinvolgimento dei privati un bene attualmente pubblico?

    Il progetto di abbattimento e ricostruzione è stato presentato come una grande opportunità per la città, che trarrebbe vantaggi prevalentemente economici e in termini di attrattività nel panorama internazionale. Ci chiediamo tuttavia a quali bisogni pubblici risponda, in particolare se ci mettiamo dalla parte di chi abita la città. Anche nel report finale esito del Dibattito Pubblico l’impatto sociale atteso, per quanto più volte nominato e centrale per la riflessione, ci sembra affrontato in modo superficiale. Sebbene venga ribadito a più riprese l’interesse delle squadre, meno delineati appaiono i benefici per la città. Considerando il grande intervento di rigenerazione urbana presentato nel progetto, non è chiaro ad oggi come sia stato recepito lo studio d’area denominato Mosaico San Siro, che evidenzia in particolare l’eterogeneità e la complessità territoriale e sociale dei Municipi 7 e 8. Dallo studio d’area le criticità principali che emergono sono una limitata accessibilità a esercizi commerciali e servizi di vicinato e a forme di trasporto pubblico. Dal punto di vista commerciale, in prossimità dell’area di progetto sono già presenti grandi poli commerciali (Bonola, Via Novara, Portello, City Life), che rendono la proposta di creare una grande struttura commerciale ingiustificata e non necessaria. Per quanto l’Amministrazione – recependo in parte gli esiti del Dibattito Pubblico – abbia richiesto nel dossier conclusivo delle risorse economiche aggiuntive da destinare ai quartieri limitrofi, la valutazione relativa all’interesse pubblico dell’intervento necessita a nostro avviso di essere maggiormente argomentata, mettendo in relazione i contenuti e le ragioni del progetto con lo scenario urbano contemporaneo e le tendenze di sviluppo futuro. Quali sono la visione e le priorità che orientano il progetto?

    2. Quale rapporto pubblico-privato?

    Quali sono i reciproci vantaggi per l’Amministrazione comunale e per le società sportive? Più nello specifico, perché le squadre individuano una mancanza di adeguatezza dell’attuale impianto? Tali motivazioni sono sufficienti per considerare l’ipotesi di abbattimento e ricostruzione come unica possibile?

    L’urbanistica prevede un rapporto dialogico e di contrattazione tra pubblico e privato, nella tutela degli interessi individuali e collettivi. In questo caso, quello che caratterizza il rapporto tra l’Amministrazione e le squadre promotrici del progetto è uno sbilanciamento nei ruoli a favore delle seconde. Le squadre, tutelando i loro privati interessi, hanno esplicitato che non sono disposte ad una mediazione e non hanno dato spazio ad alternative: o si fa lo stadio nuovo, o loro se ne andranno. D’altro canto, l’Amministrazione non ha autonomia finanziaria per sostenere interventi di questa portata sul territorio; anzi, si troverebbe in difficoltà a dover gestire una struttura come il Meazza senza il contributo delle società sportive. Inoltre, elemento che non è stato risolto in sede di Dibattito Pubblico, è la definizione delle concessioni. È emerso come la concessione prevista (la cessione dell’area alle squadre in diritto di superficie per 90 anni) appare eccessivamente lunga. È fondamentale che l’Amministrazione Pubblica non abdichi alle sue funzioni di regia, programmazione, pianificazione e controllo, avviando processi multi-attoriali, coniugando costi e benefici in una logica d’interesse pubblico.

    3. Quale accessibilità del progetto? Quale idea di spazio pubblico e inclusività?

    A chi si rivolge il progetto, le sue attrezzature e i suoi servizi? Quale tipo di accessibilità è stata preventivata? Quanto costerà accedere allo stadio con posti ridotti rispetto alla capienza attuale? Chi potrà permettersi di fruire delle nuove dotazioni del comparto plurivalente?

    Per quanto riguarda i temi dell’inclusione e della sostenibilità sociale dell’intervento, i contenuti messi a fuoco dai proponenti privati e dal Comune in fase di presentazione del progetto durante il Dibattito Pubblico si sono concentrati quasi unicamente sul tema dell’inclusione in termini di accessibilità fisica. È stato infatti sottolineato come il nuovo progetto consentirà l’abbattimento di attuali barriere architettoniche, assicurando una piena accessibilità e promuovendo l’attraversabilità e le connessioni pedonali. In termini di inclusione sociale nel suo significato più ampio, tuttavia, sono state spese poche parole: per quanto lo studio d’area Mosaico San Siro metta in evidenza la presenza di certe necessità e problematiche nell’intero quartiere, nel progetto non è spiegato come la sostenibilità sociale venga effettivamente perseguita e raggiunta. Emerge l’idea che il semplice consentire l’accesso fisico agli spazi e l’offerta di nuovi servizi e attività commerciali possa determinare una conseguente integrazione sociale tra le varie componenti del quartiere. Sappiamo bene quanto questa idea sia lontana dalla realtà: molti progetti lodevoli, che pure si sono impegnati per portare servizi pubblici attrattori in quartieri marginali, hanno spesso finito per non essere utilizzati realmente dalla popolazione locale, confermando barriere all’accesso, oppure confini invisibili. Temi difficili da trattare, ma di cui è necessario tenere conto.

    4. Quale sostenibilità ambientale?

    Qual è l’impronta ecologica di questo intervento, considerando nel loro insieme l’abbattimento, la realizzazione del nuovo impianto, ma anche il suo utilizzo e la mobilità annessa? Quali studi sono stati fatti a riguardo?

    I proponenti sostengono che il progetto raddoppierà le aree verdi oggi esistenti, tenderà alla neutralità carbonica, seguirà i principi dell’economia circolare e mitigherà gli effetti della demolizione dello stadio Meazza tramite un processo di decostruzione (abbattimento graduale che preserva gli elementi di valore per un successivo riutilizzo). Tuttavia, alcuni studi presentati da professionisti e interventi di privati cittadini hanno messo in dubbio tali affermazioni. Nella relazione conclusiva del Dibattito Pubblico si legge che il Comune affiderà a un ente terzo uno studio ambientale che verifichi la coerenza del progetto con il suddetto piano. Si conferma, inoltre, l’eventuale ricorso a crediti carbonici certificati e compensazioni per raggiungere la neutralità: una tale soluzione è stata definita da molti come una scelta anti ambientalista. Il rapporto dell’Ordine degli Agronomi e la posizione di Legambiente sottolineano come il verde previsto sia spesso superficiale e a manutenzione intensiva, con scarso valore ecosistemico e di tutela della biodiversità, anche perché nelle aree considerate a verde rientrano anche gli spazi sportivi all’aperto e la copertura del centro commerciale. Le integrazioni apportate dall’Amministrazione comunale in risposta agli esiti del Dibattito Pubblico lasciano parzialmente irrisolte alcune di queste questioni che ci sembrano centrali per un progetto urbano contemporaneo.

    5. Quale casa vogliamo?

    In che modo il progetto del nuovo stadio di San Siro si interseca con le politiche abitative della città di Milano? Quale idea di città, e di cittadini, viene veicolata? Sono stati introdotti strumenti per valutare l’effetto della trasformazione sui valori immobiliari della zona? Come si pone l’Amministrazione comunale rispetto al probabile effetto spillover che si produrrà coi prevedibili aumenti di valore?

    Il progetto di abbattimento del Meazza sembra aderire ad una visione condizionata maggiormente da aspettative sovralocali. Sembra cioè favorire un processo di messa a valore del quartiere non pensato realmente per i suoi abitanti ma più per l’attrazione di turisti, consumatori e investitori. Nel progetto non viene aperta una riflessione più ampia sugli impatti che una grande trasformazione come quella del nuovo stadio avrebbe sul tema dell’abitare. Verosimilmente, come messo in luce anche da diversi attori locali, il valore dell’area aumenterà, con conseguente crescita dei prezzi degli immobili. La gestione del rischio di espulsione dei gruppi sociali più fragili è un tema che non è stato affrontato a sufficienza.

    6. Quale idea di città?

    Quali immaginari produce il progetto e quanto sono rappresentativi di un’idea di città condivisa? Soprattutto, quali effetti reali comporta la promozione di determinati immaginari?

    La presentazione del nuovo progetto fa leva su una retorica dell’inclusione, dell’innovazione e della sostenibilità ambientale ed enfatizza le potenzialità di una cittadella dello sport dalla valenza sociale, culturale e aggregativa. Questa narrativa è funzionale a rafforzare la posizione delle economie metropolitane, in un contesto globale competitivo e in rapida crescita. Questo piano narrativo sembra infatti particolarmente rivolto verso potenziali nuovi investitori e fruitori, ma, al contempo, agisce anche su un piano interno, rafforzando valori e diventando l’occasione per proporre una visione di sviluppo della città. Viene proposta una narrazione che si muove in due direzioni opposte. Da un lato, questa narrazione sottolinea la vocazione sportiva dell’area e il legame identitario e simbolico che i cittadini hanno con lo stadio. Dall’altro, si rappresenta l’area come una landa desolata (parco dei Capitani, ad esempio, viene descritto come una distesa d’erba), una zona problematica nei suoi aspetti sociali e bisognosa di interventi di riqualificazione. La posizione di cittadini e residenti rimane schiacciata in questa visione dicotomica, per cui chi non è allineato con l’idea di quartiere e l’intervento proposto, è automaticamente per il mantenimento dello status quo. Con il risultato che le voci (e le proposte) degli abitanti vengono velocemente declassate a lamentele da sindrome Nimby.

    7. Quale dibattito pubblico?

    Il processo del Dibattito Pubblico, per come si è svolto, solleva una serie di questioni che minano in parte la validità dello stesso strumento. Come è possibile garantire una partecipazione ampia e reale – al di là di una funzione informativa – dei cittadini su tematiche anche complesse?

    Il Dibattito Pubblico è uno strumento che è stato introdotto per legge e il Comune di Milano, nel corso dell’intera vicenda, ha ripetutamente sottolineato gli sforzi compiuti per offrire un’occasione di dialogo che coinvolgesse il maggior numero di persone possibile. Nella relazione finale molto spazio è dedicato a questo aspetto, con dati che rendono il dibattito sul nuovo stadio uno dei più partecipati a livello italiano. Tuttavia, l’organizzazione degli incontri sembra mettere in discussione queste parole, soprattutto in merito alla gestione dell’informazione dei cittadini ai tempi delle comunicazioni. Un’ulteriore questione spesso sollevata è stata la ridotta estensione del calendario degli incontri, che non ha consentito tempi sufficienti a discutere del progetto, oltre al fatto che di frequente il pubblico, spesso privo di una sufficiente conoscenza del progetto (per motivi di tempo e per l’assenza di una controparte), si è trovato in difficoltà a seguire incontri molto tecnici. Un aspetto più volte criticato è il fatto che il dibattito non abbia mai contemplato l’opzione zero (il respingimento del progetto) e che l’intera procedura sia apparsa fin dall’inizio come un dibattito su un progetto già approvato e fortemente voluto dall’Amministrazione (si veda il punto seguente). I contributi sono stati raccolti principalmente attraverso la scrittura dei quaderni, una forma di partecipazione impegnativa, che richiede ai cittadini tempo e competenze. Il Dibattito Pubblico attribuisce importanza al ruolo dei cittadini come singoli (nessun particolare ruolo è stato attribuito a rappresentanze politiche e/o associative come portatori di interessi più ampi). Non orienta, infine, posizioni collettive e loro riarticolazione nel corso del processo (la partecipazione è fatta di «interventi» pubblici individuali). Al termine del Dibattito Pubblico, espletata la procedura, non sono state proposti nuovi momenti di condivisione del processo, che nel frattempo sembra prendere altri corsi.

    8. Si possono valutare delle alternative sulla stessa area?

    Sono state valutate delle opzioni alternative che non prevedano l’abbattimento dello stadio Meazza? Perché non si è presa in considerazione che il Dibattito Pubblico potesse portare ad un’opzione zero?

    Il Dibattito Pubblico è stato organizzato sul Piano di Fattibilità Tecnica ed Economica del progetto e non sul documento di fattibilità delle alternative progettuali. Nel documento ufficiale, la sezione dedicata alle alternative è molto limitata e priva di dati progettuali, facendo intendere che la ristrutturazione dello stadio non merita di essere contemplata. Nel corso del Dibattito Pubblico, sono stati presentati dai cittadini due progetti di ristrutturazione dello stadio Meazza, che ne evitano la demolizione soprattutto per ragioni di valore storico e sostenibilità ambientale (ma anche con la contestazione puntuale del fatto che il nuovo stadio, così come è stato progettato, si troverà a una distanza troppo ravvicinata alle esistenti case su via Tesio).

    Un intervento serio su un’area cosi importante per la città deve mettersi (e mettere la cittadinanza) nella condizione di valutare degli scenari alternativi, come modalità per adottare scelte consapevoli, discusse pubblicamente e di regia pubblica.

    In conclusione, le grandi trasformazioni che stanno investendo la città di Milano, incluso il progetto di abbattimento e ricostruzione dello stadio di San Siro, acquisiscono un’importanza fondamentale come parte di un più ampio processo di sviluppo urbano. Nonostante l’immaginario utopico di una città verde e sostenibile più volte richiamato all’interno delle narrazioni, questi progetti celano strategie urbane opposte – o almeno complementari – basate sulla privatizzazione dello spazio pubblico e sulla rendita fondiaria. Le grandi trasformazioni che stanno investendo Milano ci parlano di una città che sta cercando la propria identità e una propria posizione a livello nazionale e internazionale. Resta da domandarci quali margini di negoziazione esistono – o è possibile ritagliare – tra le pieghe di tale processo.

  • Dialogo con il Laboratorio Politico Off Topic

    Dialogo con il Laboratorio Politico Off Topic

    A cura di Alice Alessandri e Rossella Ferro
    Con Gianluca e Luca del Laboratorio
    19 aprile 2023, Piano Terra (sede di Off Topic in via Confalonieri a Milano)

    Parte I – Il soggetto

    Intervistatrice: Puoi descrivere brevemente il Laboratorio Politico Off Topic?

    Gianluca: Il laboratorio Off Topic nasce dieci anni fa, inizialmente come collettivo quasi tradizionale, per portare avanti una piattaforma che avesse come punti cardine quello delle questioni ambientali, da un lato, e delle questioni sociali, dall’altro. Nel 2011 era iniziato il lungo cammino che poi ci ha portati ad Expo: c’era già il comitato No Expo e, fino al 2015, il tema portante è stato il mega evento e le questioni a esso relative, ovvero la città in cui si insinua un modello di sviluppo collegato a fenomeni estemporanei ma di forte impatto a lungo termine. Nel 2013 Milano aveva già assunto le dinamiche di sviluppo che adesso sono note, ma che fino a qualche anno prima erano molto differenti. Il primo lavoro del collettivo Off Topic è stato ridefinire i nuovi caratteri delle trasformazioni urbane, che vedevano attori differenti rispetto al passato che ne curavano la direzione a livello finanziario e politico. Dopo vent’anni di centrodestra, nel 2011, si insediò una giunta comunale di centrosinistra che promosse una guida della città che poteva somigliare, soprattutto per come si presentava, a quella precedente ma che in realtà aveva anche dei punti di divergenza. Le questioni collegate alla partecipazione della giunta Pisapia sono state uno degli argomenti dei primi anni, in relazione anche alla questione degli spazi sociali, dei bandi, dei “vuoti”. A partire da questi assi di ragionamento, e dal tema di Expo, si è aperta una riflessione sugli eventi in genere: l’attrazione e la forza che riescono a mettere in campo nella città, con energie che la trasformano e che determinano anche effetti collaterali, principalmente in termini di precarizzazione e turistificazione. Per turistificazione intendiamo il tema del proliferare dell’affitto breve, con un effetto sul costo delle abitazioni al metro quadro. Dopo il 2015, il collettivo decide di darsi una veste ancora più laboratoriale, cercando di mobilitare e allo stesso tempo di produrre prodotti editoriali “seducenti” ma che riescano a fornire una sintesi politica approfondita [Ndr: Gianluca ci mostra una copia di Pieghevole]. Negli ultimi due anni e mezzo, il laboratorio si è allargato anche ad altri soggetti (ricercatori, sindacati, inquilini, altri collettivi, comitati per la casa), con l’obiettivo quello di mettere su mappa quanto si diceva inizialmente:  Milano, luogo della trasformazione, in cui agiscono nuovi attori a cui dare una definizione, tra cui emergono soggetti come Coima, Covivio e Hines – che hanno un potere di attrattività nei confronti dell’amministrazione molto importante perché possono ridisegnare interi quartieri in cambio di oneri di urbanizzazione molto bassi – e gli effetti collaterali di queste nuove dinamiche.

    Intervistatrice: Perché vi siete ritrovati a lavorare così frequentemente sulla zona dell’Ovest milanese? Come i cittadini di quella fetta di città vivono l’esposizione ai diversi grandi progetti di trasformazione urbana?

    Gianluca: Un po’ è stato il caso, perché alcuni compagni abitano in zona e hanno fatto attività in passato, in particolare rispetto ai parchi urbani che poi si sono consolidati negli anni ’80. Il Parco Pertini era stata una delle vertenze più partecipate, animata dai più “vecchi” che per la prima volta portavano la questione ambientale in ambiente urbano. In generale, l’ovest e, in particolare, i Municipi 7 e 8 sono le zone di Milano con la maggior percentuale di verde. Oggi qualsiasi tipo di attore che partecipi alle trasformazioni urbane si rende conto che, a differenza della logica del passato, tutti i nuovi insediamenti realizzano una parte del valore immobiliare in base ai parchi e agli spazi urbani che offrono nell’intorno. Nella città di Milano questo è più evidente che altrove, anche per via del fatto che Milano era effettivamente una città industriale e pertanto ha grandi spazi in abbandono dal manifatturiero e, di conseguenza, in tali contesti c’è il bisogno di inserire qualcos’altro. Già prima di Expo, si era ragionato sul percorso delle Vie d’Acqua che, nell’idea dell’amministrazione e dei progettisti dovevano arrivare da Expo alla Darsena attraversando i parchi urbani dell’ovest, che sono aree verdi molto importanti riconosciute da chi abita in zona. Sulle Vie d’Acqua si fece una campagna di informazione e mobilitazione che portò all’annullamento dell’opera. Questo è stato il primo passo del collettivo nel territorio dell’ovest, ridefinito proprio in quella sede “Far West”. Da lì, dopo la fine di Expo, è continuata l’onda lunga della nostra ricerca su quel tipo di sviluppo e sono emerse altre questioni, tra cui la Piazza d’Armi e le Scuderie del Trotto, davanti allo stadio di San Siro. Su entrambe le vertenze abbiamo cercato di fare rete con le associazioni locali, prevalentemente ambientaliste, che hanno dato forza e radicamento. In questo contesto, abbiamo iniziato a ragionare sul quartiere San Siro come uno dei due quartieri su cui la mappatura si vuole concentrare. San Siro è periferia, ma in realtà è anche centro a tutti gli effetti, anche prima di City Life, perché c’è in zona una densità di mezzi pubblici importante, un valore del mattone, in alcuni punti, simile a quello centrale e una serie di servizi che in qualsiasi città sono riferibili a una zona centrale. La zona di San Siro è un centro, ma allo stesso tempo al suo interno ha delle zone che sono ovviamente periferiche, nel senso più sociale del termine. Ci sono delle mappe su cui abbiamo provato a fare delle analisi e che mostrano nel raggio di 200 metri si pagano anche 2000 / 2.500€ di differenza al metro quadro. Proprio per questo, tutto quello che adesso vale di meno molto facilmente può vedere impennare il suo valore e quindi può essere un facile investimento da parte di chi ne vuole approfittare.

    Intervistatrice: Voi tracciate un legame tra il progetto del nuovo stadio e altre grandi trasformazioni urbane, con particolare riferimento al tema degli ex scali ferroviari. Cos’è che mettete in relazione, cosa vi spinge a tracciare un fil rouge fra queste proposte di trasformazioni?

    Gianluca: Noi non pensiamo che ci sia un disegno da parte di alcuni, volto a imporre, attraverso una pianificazione così ragionata, un nuovo modello di città. Noi pensiamo che sia il mercato che può portare facilmente a questo tipo di orizzonte. Il Piano di Governo del Territorio, rispetto al Piano Regolatore, è uno strumento di pianificazione che pianifica molto poco e che lascia molto spazio agli attori immobiliari, permette il mercato dei diritti edificatori e che fa sì che non sia così semplice ragionare su una pianificazione organica e organizzata. Di sicuro, se alcuni grandi progetti prendono piede e vengono realizzati, c’è un effetto domino su tutte le zone limitrofe, soprattutto nel caso in cui commercialmente l’operazione funziona. Per questo insieme a San Siro stiamo mappando il Corvetto, che presenta una questione simile legata allo Scalo Romana e più in generale alla trasformazione degli ex scali ferroviari, grosse aree non edificate alcune delle quali hanno una posizione ormai centrale e su cui gli appetiti della finanza e degli immobiliari da tempo si sono espressi. Appetiti che allo Scalo Romana significano il villaggio olimpico e tutta l’edificazione che adesso è in corso attraverso il progetto di Symbiosis di Covivio, circondando e assediando la parte di quartiere popolare. Vediamo un problema molto simile intorno al quartiere popolare di San Siro con il progetto del nuovo stadio. Per come ragiona il mercato, nella probabilità che ci sia una nuova realizzazione in un luogo, è un dato di fatto che le aree limitrofe si valorizzino: c’è un’attrattività e, nel momento in cui in città sono insediati dei soggetti finanziariamente molto potenti, questa può diventare facilmente un qualcosa di reale. Dieci anni fa, quando siamo arrivati qui [Ndr: La sede di Off Topic è Piano Terra, in via Confalonieri], in Isola c’era un tipo di abitante differente: le abitazioni in quartiere sono col tempo aumentate di costo e chi abitava qui ha pensato bene di vendere a un prezzo alto e di andare ad abitare in Farini, in Maciachini, in Dergano, comprando una casa più grande. Alcuni processi derivano non tanto dalla pianificazione, quanto dal mercato che permette questo tipo di sviluppo. L’altro tema è quello del pubblico, del soggetto che dovrebbe curare la pianificazione. Un po’ è per via dello strumento di pianificazione oggi esistente che pianifica molto poco, un po’ anche per una questione di volontà. E un po’ è perché, se da una parte c’è chi vuole costruire e ha degli scopi e uno spirito ben precisi, dall’altra la controparte oggi è carente di mordente, di rappresentatività. Nel nostro ragionamento, non ci sembra che in Consiglio Comunale o negli ambiti istituzionali ci siano soggetti in grado oggi di rappresentare le istanze di chi vive nei quartieri e di chi viene investito da questi grandi progetti. L’auspicio però non è quello della rappresentanza, ma è quello dell’attivazione sociale, dell’attivazione dei soggetti che sono sul posto, che possiedono le conoscenze e il vissuto che, maggiormente rispetto a quello che è stato fatto negli ultimi anni, devono essere parte della pianificazione, una pianificazione che non deve semplicemente inseguire quali sono i bisogni dei grandi soggetti di Coima, di Covivio, non deve seguire il ciclo della valorizzazione, ma deve creare dei quartieri che siano vivibili, nati dalla collaborazione e non da spinte che vengono dall’esterno della città.


    Parte II – Il progetto del nuovo stadio San Siro

    Intervistatrice: Quali sono le principali ragioni che identificate come problematiche? Cosa vi ha spinto a mobilitarvi contro la proposta del nuovo stadio?

    Gianluca: Rispetto ai tanti progetti che sono stati presentati su Milano, quello del nuovo stadio ha creato malumori e conflitti sin dall’inizio, anche nell’ambito delle istituzioni e delle rappresentanze, perché è un progetto che solleva una serie di problemi che non sono certo sottovalutabili. C’è l’ambito più simbolico dello stadio di San Siro, che va a toccare gli umori di chi vive in maniera nostalgica la città e ci vede un elemento della tradizione cittadina. Quello non è il nostro piano, però è qualcosa con cui fare i conti, ed effettivamente è una delle una delle ragioni per cui i comitati si stanno muovendo. Un altro aspetto è relativo al progetto che è stato presentato inizialmente, un progetto che va a cementificare una grossa parte di un territorio che invece era abbondantemente a verde. Lo stadio di San Siro, poi, è un edificio di proprietà pubblica, parte della città pubblica, su cui non ci sono solo dei costi di manutenzione, ma anche dei profitti. Con questi profitti, il Comune di Milano riesce a finanziare una buona parte dell’impianto sportivo che ha con Milanosport e i suoi diversi centri. A Milano si fa sport a prezzi contenuti grazie alla partecipata del Comune che a febbraio 2023 ha alzato di 1€ i biglietti, ma che comunque continua a consentire di fare sport a un prezzo accessibile. Non è un dato naturale, non è detto che sia sempre così. Poi, nella privatizzazione dello stadio in questo caso c’è anche un abbattimento, che apre ad una questione ambientale, un raddoppio del problema. Però il ragionamento sulla svendita della città pubblica su San Siro è tutto da farsi ed è uno dei motivi che ci spinge a pensare che sia una lotta da portare avanti. Su San Siro ci sono almeno due o tre comitati, fra cui quello referendario, con cui ci sono un importante numero di punti in comune. Noi non crediamo che si possa arrivare ad una soluzione soddisfacente attraverso lo sbocco referendario. Il dibattito sullo stadio c’è stato, molto di più che su altri progetti di trasformazione urbana, però probabilmente non è ancora sufficiente e deve comunque essere ampliato e soprattutto amplificato fuori da San Siro, dove c’è un minor livello di consapevolezza.

    Intervistatrice: Dopo la conclusione del dibattito pubblico e le nuove richieste avanzate dal Comune si sono succedute dichiarazioni e proposte, tra cui la proposta dell’area de La Maura del Milan che ha tenuto banco per un po’ di tempo. Adesso sembra che la proposta sul tavolo resti quella dell’abbattimento e ricostruzione di San Siro. Rispetto a queste proposte alternative di cui si è sentito parlare cosa ne pensate?

    Gianluca: Dopo che si è infossato il dibattito su San Siro, rimbalzavano voci a proposito nuove evoluzioni che portavano un nuovo stadio da una parte all’altra della città. Questi non sono dei piani B, ma sono dei metodi che le società di Inter e Milan stanno utilizzando per forzare il Comune su San Siro. Il valore immobiliare di un’operazione su San Siro non è comparabile ad un’operazione a La Maura, a Sesto o a San Donato. Il brand San Siro funziona se esiste quantomeno una prossimità. E se, come è dai progetti, si vuole fare una cittadella commerciale di fianco più che lo stadio, non è detto che altrove renda lo stesso valore. Su La Maura c’è stata da subito un’importante presa di posizione da una parte della città che conosce bene la zona e la vuole salvaguardare, con un forte protagonismo del consigliere Enrico Fedrighini, che in zona mira ancora a rappresentare i cittadini a livello delle assemblee. Comunque, è rilevante il fatto che in pochi giorni ci sia stata tutta quella opposizione: questo ci porta a pensare che in quel territorio la tutela del verde sia un tema progressivo e che porta gli abitanti ad attivarsi. È chiaro che ci sono delle lotte che si devono fare, anche se non possono avere degli sbocchi positivi. Però ce ne sono altre che, a maggior ragione, visto che c’è quel livello di reazione, occorre portare avanti. C’è poi l’ipotesi della ristrutturazione dello stadio, non tenuta in considerazione nel dibattito pubblico, che sembra a noi – che non siamo architetti o urbanisti – un qualcosa di fattibile, che non porterebbe sconvolgimenti a livello ambientale e che conserverebbe l’aura dello stadio di San Siro. Ma purtroppo secondo noi le due società di Inter e Milan hanno delle proprietà che sono molto più attente alla realizzazione del nuovo stadio finalizzata alla creazione di patrimonio e di ricchezza piuttosto che all’attività sportiva. Questa non è una peculiarità di Milano, è una tendenza a livello mondiale con cui però bisogna fare i conti a livello locale.

    Intervistatrice: Più nello specifico quali sono le vostre istanze? Avete avanzato delle richieste e/o avete in mente uno scenario alternativo che secondo voi il Comune dovrebbe perseguire?

    Gianluca: Purtroppo il tema è molto complesso. Le società di calcio sono di proprietà di due soggetti privati e un nuovo stadio deve per forza nascere dall’accordo fra il soggetto pubblico e i due soggetti privati. Il Comune potrebbe anche mantenere pubblico lo stadio così com’è, con la ristrutturazione. Nelle nostre idee ci piacerebbe che San Siro rimanesse pubblico, accessibile. Oggi non è esattamente accessibile, nonostante sia pubblico: i prezzi dei biglietti, sia per i concerti che anche per le partite, non sono proprio alla portata di tutti. Però il Comune può potenzialmente – sebbene non lo faccia – fare da calmiere, da moderatore rispetto a una tendenza sul prezzo dei biglietti. San Siro deve rimanere pubblico perché sono delle entrate, perché è un’attività che non va in perdita, ma incassa. Tutti questi nuovi progetti, al netto degli oneri di urbanizzazione molto bassi, impongono poi all’ente pubblico, a latere, delle modifiche infrastrutturali e viarie che non rientrano nel progetto ma rappresentano ulteriori costi. Quindi, mantenere San Siro pubblico significa non stravolgere tutta la zona, che al contrario comporta una spesa economica, sociale e ambientale. Può sembrare un po’ conservativa – e lo è – questo tipo di posizione, però non ci vengono in mente modi per riuscire a portare nei quartieri delle operazioni immobiliari che riescano ad essere attente alle questioni sociali e ambientali, che non siano di piccoli passi. L’inondare le zone di soldi, di progetti, di cemento e di novità per gli abitanti difficilmente potrebbe essere sostenibile: anche gli abitanti della parte bene di San Siro non sono favorevoli a quel tipo di progetto, perché sono arrivati in zona nell’idea di un quartiere centrale ma tranquillo. Non c’è un’ipotesi di nuovo stadio che sia un’ipotesi soft, che abbia un impatto ragionevole, che permetta alla pianificazione di ragionare con gli abitanti, non di andare da loro e di dire “dobbiamo fare queste cose”. Qui, però, ci si rende conto che esiste un trade-off fra i bisogni della città e i bisogni della finanza. La finanza non può ragionare nei tempi che a noi piacerebbero e noi non possiamo ragionare nei tempi invece utili agli sviluppatori. Certo, alcune trasformazioni sono necessarie, perché ci sono delle aree che sono effettivamente abbandonate, come nel caso delle Scuderie del Trotto. Su di esse avevamo cercato di stimolare un processo partecipativo che immaginava nell’area dei servizi e delle soluzioni utili e leggere, ad uso e consumo del quartiere, e non ad uso e consumo di Hines o di chi vuole fare un investimento.

    Intervistatrice: Qual è la vostra idea di città a questo punto? Se e come confligge con l’idea di città che sta dietro un progetto come quello dello stadio?

    Luca: Sicuramente immaginiamo una città molto ricca di spazi, con una gestione ed erogazione dei servizi pubblici non per forza fatto dal pubblico, ma anche realizzato in maniera autogestita, volontaristica, del basso, mutualistica, per tutti. Una città dove, al centro dello scambio, della relazione, di qualsiasi sia il motivo per cui si vive la città, non ci sia necessariamente una logica di profitto. Vale anche per l’abitare, perché una città più pubblica vuol dire innanzitutto che la casa è un bene pubblico, a prescindere da chi ne sia il proprietario, perché l’abitare è un diritto. Se l’abitare si concretizza nella casa, allora la casa deve rispondere ad un concetto pubblico di bene e quindi chi non può accedere alla casa in altri modi deve necessariamente ricevere una risposta pubblica popolare, non appaltata al privato. L’edilizia convenzionata deve essere veramente tale, non deve essere un modo per mascherare interventi privati calmierati con fantomatici benefici che poi sono 4 o 5 appartamenti lasciati a 600/700€ al mese di affitto! Deve richiamarsi al concetto dell’edilizia cooperativistica e mutualistica, per permettere anche a cooperative costituitesi dal basso – e non solamente ai grandi conglomerati immobiliari finanziari – di condividere la realizzazione e la costruzione di case che poi restano una proprietà indivisa. La proprietà indivisa non genera consumo di suolo, rompe il meccanismo della procreazione finanziaria legata alla rendita immobiliare che c’è dietro allo sviluppo che sta vivendo oggi la città, dove tutto ciò che ha a che fare con l’abitare – che sia il lusso, lo studentato, il commerciale inteso come sedi di uffici, ma anche uffici pubblici – e la risposta ai bisogni di chi non può permettersi una casa a 3.000 / 6.000€ al metro quadro sono lasciati al privato con l’housing sociale, che ha criteri di accesso che non sono quelli della casa popolare e pubblica. La nostra è un’idea di città dove lo spazio pubblico permetterebbe anche una mobilità veramente dolce, sostenibile, lenta, e una città dove il trasporto pubblico è gratuito.

    Gianluca: Da qui la necessità di opporsi a questo tipo di grandi progetti sui quartieri, perché tutta questa città desiderata nei masterplan non compare, se non in maniera molto limitata. C’è sempre una componente di business sociale su nuovi progetti – al di là del progetto del nuovo stadio di San Siro che sull’abitativo non introduce nulla – ma ovunque c’è una porzione di housing sociale che viene usata per ottenere lo scomputo degli oneri di urbanizzazione. Non incide assolutamente sul mercato immobiliare e non offre una soluzione a chi ne ha bisogno. Perciò dal 2011 ogni volta che vengono presentati questi progetti li vediamo di cattivo occhio, perché sono il sintomo di una tendenza che porta la città altrove.


    Parte III – Partecipazione e conflitto

    Intervistatrice: Volevamo analizzare con voi il tema della partecipazione e del conflitto. C’è stata partecipazione e si è prodotto conflitto intorno alla vicenda dello stadio, secondo voi?

    Gianluca: Dal punto di vista della partecipazione, si pone il tema dello strumento del dibattito pubblico. La traduzione italiana del dibattito pubblico è molto particolare. Siamo intervenuti solo dall’esterno nell’appuntamento sulla sostenibilità ambientale, perché l’intero impianto del dibattito pubblico ci è piaciuto poco. Era sostanzialmente un dibattito per individuare possibili compensazioni su un intervento che comunque era da fare. Non era un dibattito che concedeva la possibilità di rimettere in discussione il progetto presentato dalle squadre e quindi di non farlo. Nella versione francese del dibattito pubblico – che pure non funziona tantissimo ed è molto criticato – sugli ultimi 100 dibattiti pubblici, in 6 casi il progetto è stato respinto, in una sessantina di casi ci sono state modifiche, in una trentina di casi il progetto è andato avanti così come è stato presentato. Quindi un minimo di impatto l’ha avuto. Per come è stato strutturato qui, invece, ci è sembrata più una serie di appuntamenti per illustrare il progetto e convincere i partecipanti della sua bontà. Per questo abbiamo girato un po’ alla larga dal dibattito. Dopodiché, già il fatto che ci sia stato è un segno che anche la testa dell’amministrazione comunale non sia molto convinta del progetto. Di conseguenza ha dovuto cercare uno strumento per legittimarlo. Questa legittimazione non è avvenuta, probabilmente più per un livello quantitativo di partecipazione o forse per come è stato promosso. A latere, si è svolto un altro dibattito pubblico sui giornali sportivi in cui prendevano parola le società e il Comune. Questo non ha fatto bene al dibattito pubblico, il progetto ne è uscito indebolito, probabilmente anche per via di problemi che sono collegati alla situazione finanziaria delle due società, che è un tema che non ci tange direttamente.

    Luca: Sul tema della conflittualità, i quartieri dell’ovest, vuoi per la loro tradizione storica, vuoi per la loro connotazione di periferia popolare, hanno sviluppato già negli anni ‘70 forti conflittualità, prima per avere servizi e per essere collegati alla città con una mobilità efficace, e poi per avere realizzate quelle compensazioni – le Leggi Parchi – che erano il contrappeso alla forte urbanizzazione che quelle zone avevano avuto negli anni ’60 / ‘70. Dalla fine degli anni ‘80 in poi le lotte in zona hanno avuto al centro proprio il voler preservare la fortuna e la particolarità di avere un territorio urbano con delle forti caratteristiche di verde storico, profondo, con alberature e sistemi boschivi endemici, con vaste zone ancora agricole, con cascine, ma anche con parchi – delle Cave, di Trenno, del Monte Stella – che sono frutto invece del recupero urbanistico della città dei boschi. Ovviamente, difendere questo vuol dire difendere la qualità della vita di quelle zone, ma anche il 30% del patrimonio verde della città. Per cui, si è sviluppata negli anni una forte conflittualità quando ci sono stati a vario titolo, dagli anni ‘90 in poi, piccoli e medio-grandi progetti o minacce – l’ultimo appunto è l’idea dello stadio a La Maura – che potessero alterare quelle caratteristiche. Non appena è uscita la proposta de La Maura, c’è stata la capacità dei quartieri intorno di produrre assemblee partecipate, presidi, cortei. C’è un’attenzione alta rispetto a questi temi, esemplare è la vicenda del bosco di via Falck, una vicenda più piccola che riguarda una speculazione su un’area che oggi è un bosco. In poche settimane si è creato il comitato e si sono fatte assemblee più che partecipate, con centinaia di persone, ma soprattutto si è fermata la macchina amministrativa che stava andando avanti. A quasi un anno da queste prime mobilitazioni, tutto è stato bloccato. È chiaro che è una situazione sospesa, si può vincere e si può perdere, però intanto quel progetto è fermo. Nell’ovest ogni tanto si vince. E quindi la speranza, anche rispetto alla vicenda del quartiere San Siro, che è l’altra vittima potenziale oltre alle aree verdi, è di poter creare un fronte forte di lotta che dica questo è patrimonio pubblico, che queste case devono rimanere pubbliche, vanno ristrutturate, vanno messe in condizione di rendere degna la vita di chi ci vive e non date in pasto all’immobiliare di turno, che fa l’accordo con Cassa Depositi e Prestiti, e le trasforma da case popolari a case a 600 / 800€ al mese di affitto, come se fossero case del libero mercato.

  • Note a margine di un colloquio con Emilio Faroldi

    Note a margine di un colloquio con Emilio Faroldi

    A cura di Francesca Cognetti e Paolo Grassi
    28 marzo 2023, Politecnico di Milano

    Emilio Faroldi, professore ordinario e prorettore al Politecnico di Milano, oltre che direttore del Master in Sport Design and Management presso la stessa università, è sicuramente un esperto a cui chiedere un’opinione informata sulle vicende riguardanti l’ipotesi di abbattimento e ricostruzione dello stadio di San Siro.

    Propone di incontrarci nel suo ampio ufficio presso il Rettorato. Dietro la sua scrivania una gigantografia di Brasilia, sulla parete a destra alcuni manifesti legati ad eventi del Politecnico sono custoditi da cornici bianche. Sull’altro lato della stanza una libreria di legno scuro accoglie volumi, riviste e alcune foto di famiglia. Ci sediamo intorno a un tavolo e iniziamo a conversare:

    – Qual è il vostro punto di vista sullo stadio? – ci chiede per iniziare.

    – In questo momento vorremmo analizzare il processo trasformativo che lo riguarda – dichiariamo, ponendoci in ascolto e smarcandoci da posizionamenti assolutisti in modo da instaurare un dialogo costruttivo.

    Il suo punto di vista sul progetto aderisce in parte a quello dell’Inter e del Milan, dato che ha seguito queste vicende da lungo tempo, quando nel 2016 si parlava di un nuovo stadio del Milan presso l’area della Fiera di Milano (mentre l’Inter sarebbe rimasto al Meazza). Spiega che l’eccezionalità della proposta discussa con il Dibattito Pubblico stava nella collaborazione tra i due club. Faroldi utilizza spesso esempi tratti da altri paesi europei per sostenere le sue argomentazioni. Cita nomi di club e di stadi, dati quantitativi e normative. Non esistono altri casi in cui due squadre avversarie abbiano proposto di costruire uno stadio insieme. Secondo Faroldi tale elemento costituisce un punto di forza che l’amministrazione non dovrebbe sottostimare, a maggior ragione considerando l’importanza delle due squadre, a livello nazionale e internazionale.

    Per Faroldi la costruzione di uno stadio è innanzitutto un’opportunità, un modo per creare un’infrastruttura urbana capace di trasformare e rigenerare un pezzo intero di città. I mondiali di calcio del ’90 hanno da questo punto di vista rappresentato un’occasione perduta: non si è colta l’opportunità di fare dei maggiori stadi italiani delle infrastrutture capaci di innervare il territorio, con funzioni pubbliche importanti. Lo stadio è “la punta dell’iceberg” di un universo che collega i ragazzi dei vivai ai calciatori più affermati, passando per attività economiche, culturali e sociali e il fenomeno del “tifo”. Lo stadio è un edificio attrattore e attrattivo, certo difficile da gestire per i grandi flussi che mobilita, paragonato da Faroldi a grandi edifici quali San Pietro, o la Mecca. Questa gestione ha dei costi molto alti che non vengono coperti dai biglietti di ingresso. Oggi i proventi del calcio sono legati ad altro e comunque l’investimento ha bisogno di altre funzioni per essere remunerativo.

    Lo stadio Meazza è una struttura obsoleta, forse ristrutturabile, ma di certo vecchia e non più efficiente. Su questo punto Faroldi è categorico: troppo cemento, poca sicurezza, troppi posti a sedere. Non è neanche possibile installare una rete wi-fi efficiente, che in questo momento non è presente. Lo stadio Meazza non ha valore storico. La sua importanza è piuttosto legata a una dimensione simbolica, alle emozioni che è in grado di produrre:

    – Prendete il vecchio Wembley. Lo hanno completamente rifatto, ma conserva la sua rilevanza, anche per la storia che incarna, a prescindere dalla sua forma architettonica.

    Ciò detto, la demolizione non sembra una strada realmente percorribile: si parla di 450 milioni di euro contro i 200 che servirebbero per la costruzione di uno nuovo. Le altre due opzioni riguardano l’abbattimento e la ricostruzione di un nuovo stadio o la costruzione di un secondo stadio, adibendo il Meazza ad altri usi. Faroldi, tuttavia, non da cenno all’impatto ambientale di simili operazioni.

    Inoltre, a suo parere, lo Stadio andrebbe mantenuto lì: su quel territorio ha contribuito a costruire e consolidare la “vocazione sportiva” di San Siro. Il quartiere ha costruito negli anni quella sua connotazione, anche attraverso la presenza degli ippodromi e dei parchi, che non può essere spazzata via, pena uno stravolgimento dell’attuale assetto urbano dell’area. Il rischio è quello di avere uno stadio vuoto, un abbandono che trainerebbe degrado e che potrebbe sfociare in una nuova speculazione edilizia. Gli stadi, se pensati in modo complesso, costituiscono una funziona urbana: devono quindi rimanere in città, al pari dei campus universitari.

    La questione critica sollevata da Faroldi riguarda il ruolo degli attori istituzionali e la mancanza di una regia forte, di una visione e di chiare linee di azione, unite a una marcata indecisione nell’orientare la proposta. Non si tratta quindi di negare la necessità del progetto, ma di coglierne le opportunità di sviluppo. Faroldi critica inoltre i tempi del Dibattito Pubblico, arrivato in ritardo rispetto al processo in atto.

    Proviamo a problematizzare la sua posizione. Gli chiediamo se sia davvero possibile sganciare totalmente la disposizione sportiva dell’area dalle architetture che oggi la caratterizzano. Faroldi è convinto di sì: gli spazi si scrivono e si riscrivono da sempre. Non dobbiamo averne paura.

    Ci chiediamo se tale affermazione valga sempre e comunque e a quali condizioni. Emerge qui nuovamente la centralità della dimensione politica e di chi è chiamato a garantire l’interesse pubblico.

  • Intervista a Federico Bottelli sul tema stadio San Siro

    Intervista a Federico Bottelli sul tema stadio San Siro

    Intervista a cura di Alice Alessandri e Rebecca Migliarini
    8 marzo 2023, Off Campus San Siro

    Il Consigliere Federico Bottelli arriva in via Giacinto Gigante puntualissimo, sul suo monopattino elettrico. Conosce lo spazio Off Campus e il quartiere, che frequenta regolarmente per la sua attività sul territorio. Con fare cordiale ci chiede subito di dargli del tu…

    La prima domanda che volevamo farti, vista la tua esperienza nell’Amministrazione Comunale, è che cosa ne pensi delle grandi trasformazioni e del processo di sviluppo urbano della città di Milano.

    Io credo che sicuramente la città, in questi ultimi dieci, quindici, vent’anni – anche a fronte di alcuni Piani di Governo del Territorio sicuramente all’avanguardia rispetto alla media italiana – ha saputo intercettare alcuni investimenti privati, incanalandoli però in una visione strategica pubblica sicuramente importante. Questo ha fatto sì di avere la possibilità di rigenerare alcuni spazi in maniera molto importante. Quindi sicuramente la capacità di intercettare gli investimenti c’è. Però noi oggi ci troviamo ad un punto in cui non è più sufficiente intercettare gli investimenti, ma il pubblico deve svolgere il suo ruolo di difesa dell’interesse pubblico e comune, e quindi evitare che il mercato, penso a quello immobiliare, ma in generale il costo della vita, prendano strade che non permettano più a questa città di essere inclusiva e accogliente come è stata in questi anni. Faccio un esempio su tutti: Milano accoglie un numero di studenti fuori sede decisamente importante e il fatto che la città possa raggiungere dei livelli – ad esempio per il costo degli affitti – tali da non permettere più agli studenti di poter venire, studiare e rimanere a lavorare in questa città, è un tema che preoccupa moltissimo l’Amministrazione oggi e su cui stiamo cercando di lavorare tutti i giorni da un paio d’anni a questa parte. Il pubblico deve fare il pubblico, su tanti progetti, investimenti e anche sul tema stadio. Quello che abbiamo visto che funziona e che stiamo cercando di sperimentare sono, ad esempio, dei percorsi partecipativi, dove in fase progettuale non c’è solo la realizzazione e la riqualificazione di uno spazio urbano, ma anche un pensiero alla base su poi come quello spazio può essere co-gestito, preso in carico, curato, da parte delle associazioni e dai cittadini che in qualche modo vengono coinvolti e che si fanno carico anche di quel pezzettino di città. È chiaro che è un tema molto complesso, perché ci siamo resi conto in maniera molto interessante che anche la riqualificazione di una semplice piazza porta a un aumento del costo della vita in quel quartiere. Un semplice investimento che andrebbe teoricamente a migliorare la qualità della vita in moltissimi casi, in realtà, porta gentrificazione. E questo lo si vede benissimo in un quartiere su tutti: Via Padova – viale Monza, che è sempre stato caratterizzato in maniera molto forte da una presenza multietnica importante. Una buona quota di cittadini nati e cresciuti in quel quartiere oggi non si può più permettere di vivere lì: e questa cosa per me è devastante, devono scegliere di andare a Segrate, a Sesto o a Cesano Boscone perché il costo della vita è troppo alto. 

    In questo la visione dell’Amministrazione non più Milano-centrica, ma aperta su Milano Città Metropolitana, ci permette magari di indirizzare alcuni investimenti non solo a Milano città, alleggerendo il carico di Milano città, e permettendo intanto di efficientare e portare il trasporto pubblico locale anche dove oggi non c’è.

    Hai citato il ruolo importante dei percorsi partecipativi… in particolare sul progetto dello stadio, è stato portato avanti un dibattito pubblico. Rispetto a questo, volevamo chiederti la tua opinione su come è stato utilizzato questo strumento, che bilancio ne trai e se, secondo te, è stato effettivamente capace di attivare e coinvolgere la cittadinanza. 

    I percorsi di partecipazione, voi lo sapete meglio di me, sono sempre molto complessi e difficili da mettere in pratica: magari uno ha una visione molto bella sulla carta, poi nel concreto si perde nei dettagli e nel fattore umano delle singole persone. Questo è stato il primo vero grande dibattito pubblico in città, quindi, come tutte le prime volte, è un po’ difficile avere un giudizio negativo.  Sicuramente è stato un momento di confronto con la città abbastanza ampio, perché se leggiamo i numeri di coinvolgimento delle persone non ci possiamo lamentare. Forse c’è stato un disallineamento rispetto alle aspettative, nel senso che la legge nazionale, che prevede il dibattito pubblico per gli investimenti superiori ai 300-350 milioni su suolo pubblico, non mette in discussione il progetto nella sua totalità, ma ne va a evidenziare alcuni aspetti – evidentemente critici per la cittadinanza – e cerca di andare a migliorare la proposta con alcune fasi di presentazione e racconto del progetto. Ecco, forse nella fase di spiegazione nel dettaglio, in alcuni casi è stato troppo superficiale, in alcuni casi davvero troppo specifico e senza dare gli strumenti adeguati ai cittadini per poterlo comprendere nel profondo. Si può sicuramente fare meglio: ad avere più tempo e risorse economiche, sicuramente ci si aspettava un coinvolgimento un pochino più profondo rispetto alle reti locali, alle associazioni e alle realtà che lavorano e ci sono sul territorio. Quello che secondo me è successo è che è stato un dibattito pubblico un po’ asettico. 

    Tornando sul tema delle grandi trasformazioni, vedi delle delle opportunità per i territori fragili? Se sì, come sarebbe declinata questa possibilità nel contesto di San Siro? Il progetto per lo stadio avrebbe o avrebbe avuto, a tuo parere, delle ricadute positive sul quartiere di San Siro? 

    Secondo me sì. Quello che abbiamo cercato di fare nei passati quattro anni di lavoro intenso, faticoso, di confronto – anche in alcuni momenti difficile – con le squadre è proprio questo, cioè cercare in un investimento privato importante di tutelare l’interesse pubblico e di far sì che questo investimento abbia una ricaduta concreta nel migliorare la qualità della vita dei quartieri circostanti. Come? Il Consiglio Comunale si è espresso due volte, con due ordini del giorno, uno che dava sostanzialmente mandato alla giunta di esprimere parere favorevole sull’interesse pubblico e un altro, il 22 dicembre 2022, a valle del dibattito pubblico. I “paletti” che il Consiglio Comunale ha individuato nel merito del progetto sono tutti elementi che poi hanno una ricaduta concreta sui quartieri e sulla cittadinanza che li vive: l’aumento del verde dal 25 al 50%; la dimensione delle volumetrie; l’aumento delle funzioni pubbliche;, l’aumento del numero di posti nel nuovo stadio. Questi elementi – che presi singolarmente sembrano sicuramente un po’ limitati e piccoli – sommati, secondo me, danno una visione abbastanza chiara sull’area stadio. E poi c’è un elemento che per me è determinante: in una contrattazione forte con le squadre si è raggiunto l’obiettivo di avere un ammontare di oneri ed extra oneri importante, con la possibilità di utilizzare queste risorse sul quartiere popolare di San Siro, che vorrebbe dire un investimento sulla qualità dell’abitare, sulla riqualificazione dello spazio pubblico. Poi sono oneri di urbanizzazione, quindi devono essere lavori pubblici. È chiaro che se avessimo la possibilità di poterli utilizzare in servizi sarebbe forse ancora più utile. In Consiglio Comunale abbiamo dovuto trovare una mediazione al nostro interno – perché poi è bene dirlo, non è che eravamo tutti completamente favorevoli –  e una mediazione con le squadre per tramite del sindaco, alla ricerca di un equilibrio che potesse dare una sostenibilità sociale e ambientale all’investimento. Ora la situazione ad oggi è un po’ diversa e vediamo cosa succederà. 

    Volevamo chiederti, anche alla luce del del tuo ruolo di Presidente nella Commissione consiliare Casa e Piano Quartieri, se si possono invece evidenziare dei rischi rispetto alla qualità dell’abitare in quest’area, soprattutto guardando all’accessibilità economica in termini di prezzi.

    Eh sì, quello che vi dicevo all’inizio. Anche quando tu hai semplicemente riqualificato una piazza che è evidente che vada riqualificata, il rischio di gentrificazione c’è. Credo che però a San Siro ci siano degli elementi inediti o molto unici rispetto a tutta la città, che è la conformazione popolare, le caratteristiche di edilizia residenziale pubblica, che in qualche modo fanno sì che quel pezzettino di città non è sul mercato, è fuori mercato. È un quartiere popolare con 12.000 cittadini, 6000 alloggi Erp o comunque di proprietà Aler. Sicuramente l’attività commerciale accanto al quartiere popolare o sotto le case popolari può essere che possa portare ad un aumento del costo della vita. In questo la progettazione in maniera partecipata, che coinvolga le realtà, le associazioni dei cittadini, può può aiutare ad alleggerire. Comunque è un tema, sicuramente. 

    Di fronte alla possibilità che tutto il progetto Stadio San Siro tramonti, cosa sarà di questa urgenza di rivitalizzare il quartiere e le aree circostanti? 

    Urgenza è il termine giusto, è un’urgenza molto sentita all’interno dell’Amministrazione, dal lato del pubblico. Le società private che hanno come obiettivo – giustamente o meno – l’aumentare i profitti e far sì che il loro investimento abbia un ritorno economico importante, non sentono questa urgenza. Quindi, se le squadre decideranno di andare a investire su un’altra area – si trattasse anche banalmente dell’ipotesi sorta nell’ultima settimana dell’ippodromo La Maura, un’area privata un po’ più distante rispetto al quartiere popolare di San Siro – è evidente che quella capacità economica che siamo riusciti a raggiungere con il progetto sull’area stadio non ci sarà più. Rimane, però, l’urgenza che il Comune di Milano ha sul quartiere popolare di San Siro, e in generale sui quartieri fragili: quindi metteremo in campo tutto quello che riusciremo, a partire dai progetti del PINQuA, dagli investimenti con i fondi Cipe e in generale tutto il lavoro che stiamo portando avanti da un anno e mezzo a questa parte che penso passi soprattutto dal Mosaico San Siro, che è uno strumento, intermedio, urbanistico, molto interessante, perché dà una visione chiara di quella che è la conformazione socio economica dei cittadini, però poi pondera questi elementi con che cosa manca di concreto in quartiere. Ed è un elenco di 80 milioni di interventi che noi speravamo di poter finanziare con l’investimento delle società Inter e Milan sullo stadio. Se così non sarà, comunque ci sarà un impegno importante da parte del Comune, anche perché, fortunatamente, in Consiglio Comunale di persone che hanno a cuore il quartiere popolare di San Siro c’è ne sono e insieme facciamo squadra e battagliamo tutti i giorni su questo. Magari esternamente non si vede, ma è una fatica davvero quotidiana per cercare di tenere sul pezzo gli assessori, portarli qui, confrontarsi con le associazioni, con le realtà. Abbiamo firmato il protocollo San Siro in prefettura, che è stato un’ottima base per darci delle linee di intervento: politiche sociali, ambiente e sicurezza e, in parte, abitare e casa. Quindi continueremo comunque a lavorare; è chiaro che con l’investimento sullo stadio sarebbe un po’ più facile

    A proposito del futuro: come si può leggere il cambiamento nelle intenzioni delle due squadre, e come sarebbe possibile arrivare ad una soluzione diversa rispetto a quelle che negli ultimi giorni, con molta confusione e velocità, stanno emergendo?

    E’ chiaro che il tema ha una serie di elementi articolati, complessissimi, ed è un po’ difficile riportarli tutti. Cerco di toccare due, tre punti che per me sono importantissimi. Il Milan, in maniera abbastanza inaspettata, decide di abbandonare l’area stadio e investire su La Maura. Accettiamo questa ipotesi e andiamo a valutare l’area La Maura, che è un’area privata, all’interno del Parco Agricolo Sud, che quindi è un’area vincolata. Ci sono alcuni impedimenti tecnici, alcune criticità che dovrebbero essere superate e non è scontato che si possano superare, perché vorrebbe dire fare due passaggi al Parco Agricolo Sud, che si è già espresso o si esprimerà presto in maniera contraria rispetto all’investimento. Dobbiamo fare una variante al Piano di Governo del Territorio in Consiglio Comunale. Sono passaggi complessi e per niente brevi. Se diciamo che è la velocità di investimento che interessa alle squadre, non credo che quella possa essere un’area adatta. C’è comunque la Sovrintendenza che si deve esprimere anche su quell’area, quindi non è un’area più semplice dell’area stadio. Secondo elemento: anche nel caso in cui riuscissimo a tornare sull’ipotesi principale dell’area stadio, Inter e Milan non hanno dei bilanci particolarmente positivi, soprattutto l’Inter. E il Milan credo che sia preoccupato in questa fase della leva economica che l’Inter può utilizzare rispetto alle banche. Se devi chiudere un accordo con un partner e questo partner non è solido dal punto di vista economico almeno quanto te, questo è un problema. Noi potremmo sì ritornare sull’ipotesi stadio, ma comunque con delle criticità da parte del Milan nei confronti dell’Inter. Terzo elemento, che secondo me può essere la chiave per far sì che si torni all’ipotesi che il Consiglio Comunale ha votato due volte, è questo: io credo che le due società abbiano deciso di fare una valutazione di aree alternative soprattutto per l’elemento Sovrintendenza. Sullo stadio può essere richiesto tra due anni un vincolo extra settantennale. Preso atto che lo stadio da oggi ai prossimi 2, 3 anni immagino che non cambierà, può essere una leva -e questa è una domanda che mi pongo, ma Io credo proprio di sì- chiudere un accordo con governo, Sovrintendenza (quindi ministero dei beni culturali), e squadre perché dicano che su quel monumento non può essere dato un vincolo extra settantennale? Possiamo anticipare la scadenza dei settant’anni ad oggi, perché tanto in questi due anni non cambierà assolutamente nulla? Certificare che quella cosa lì non può essere e non sarà vincolata, e quindi velocizzare l’iter di investimento delle squadre. Questo elemento può essere determinante per convincere le squadre a tornare sul progetto sull’area stadio. Non è facilissimo, perché bisogna avere un’interlocuzione con il governo che ha posizioni molto diverse nella loro conformazione. Però credo che questo possa essere l’elemento decisivo per poter tornare, perché altrimenti vorrebbe dire che il Milan va da qualche altra parte. Noi ci troveremmo con uno stadio da 88.000 posti senza le società da dover gestire, e vi assicuro che per la situazione economica del Comune oggi è impensabile. Non non abbiamo le forze economiche per poter gestire uno stadio con risorse del comune. Dobbiamo tagliare 50 milioni di euro quest’anno. Tra l’altro in questi giorni siamo in fase di approvazione del bilancio, tagliare 50 milioni vuol dire tagliare servizi. Servizi per gli anziani, servizi per le politiche giovanili, servizi dei centri di aggregazione multifunzionali, cioè cose vere e concrete per 50 milioni. Oggi. L’anno prossimo sarà peggio, e l’anno dopo peggio ancora. Il rischio di trovarci con una struttura immensa da non poter gestire è un rischio che dobbiamo evitare in tutti i modi.

  • Vicino ma lontano – Nota di campo del 22/02/23 (Paolo Grassi)

    Vicino ma lontano – Nota di campo del 22/02/23 (Paolo Grassi)

    Il Comitato di Quartiere è un soggetto storico del quadrilatero di edilizia popolare di San Siro. Fondato negli anni Novanta, nel corso dei decenni ha visto cambiare più volte la sua composizione. Oggi è formato da un nucleo stabile di residenti anziani, più un gruppo variabile di volontari.

    Il Comitato di Quartiere funge da interfaccia con il territorio per le istituzioni e in particolare per ALER, l’Azienda Lombarda Edilizia Residenziale Milano, che a San Siro gestisce la totalità del patrimonio immobiliare rimasto ancora pubblico. Settimanalmente, i membri del Comitato riportano ai funzionari ALER problematiche puntuali e questioni da affrontare relative innanzitutto alla manutenzione degli stabili.

    Torno alla riunione settimanale del gruppo dopo mesi di assenza. La sua sede è rimasta invariata, ma i poster alle pareti – due in particolare catturano la mia attenzione, uno sull’analisi logica, l’altro su quella grammaticale – e la disposizione dei tavoli parlano di nuove collaborazioni avviate con volontari e scuole di italiano per stranieri.

    Provo a sondare le opinioni dei presenti in merito all’ipotesi di demolizione dello stadio. Il Comitato non ha elaborato una posizione collettiva, ma i punti di vista dei singoli membri sembrano comunque coincidere. C’è chi propone un ammodernamento, chi la demolizione del terzo anello, chi il trasferimento delle attività sportive altrove. Di base però il Meazza costituisce innanzitutto un luogo della memoria, più che della “rigenerazione”. Gianni mi racconta di quando da ragazzo la domenica scavalcava i cancelli per intrufolarsi a vedere le partite di pallone. Ida ha un figlio che ha fatto parte degli ultrà del Milan, negli anni in cui il tifo estremo e i movimenti sociali avevano trovato una curiosa comunione. 

    Il progetto di rifacimento viene descritto come inutile. Di nuovo, percepisco la lontananza relativa di un mega intervento di cui non si conoscono tempi e modalità di realizzazione. Ida, ad esempio, è convinta che i lavori di rifacimento potrebbero riqualificare anche una delle vie che attraversano il quadrilatero di edilizia residenziale pubblica, cosa in realtà poco probabile. Gianni si lamenta del fatto che le case in costruzione inserite nel progetto di riqualificazione dell’ex trotto avranno prezzi al metro quadro insostenibili per giovani coppie o anziani. Del Dibattito Pubblico i membri del Comitato non sanno nulla e nessuno ha chiesto la loro opinione.

    La discussione si sposta in fretta su altre tematiche. Un residente si lamenta della presenza di rifiuti nel proprio cortile. Gianni condivide la difficoltà di trovare un muratore in grado di fare una fattura per un lavoro di ristrutturazione di un piccolo magazzino che verrà utilizzato per raccogliere vestiti usati e beni alimentari da distribuire in quartiere. Spiega che molti residenti impiegati nel settore edile guadagnano intorno alle 7 euro in nero.

    Un giornalista di un quotidiano nazionale fa il suo ingresso armato di telecamera. Vuole conoscere l’opinione dei membri del Comitato sulle primarie del Partito Democratico. Le interviste si trasformano in elenchi di problematiche che si accumulano le une sulle altre, si intersecano in una matassa non sbrogliabile. Individuano wicked problems, direbbero gli urbanisti, difficili addirittura da riconoscere e illustrare. Raccontare San Siro è un’impresa faticosa a chi ha solamente un’ora a disposizione. Così’ impostato, il dispositivo narrativo del giornalismo non riesce a cogliere la complessità delle questioni. Ne conseguono servizi video di tre minuti in cui immagini di edifici sgarrupati si alternano a quelle che sembrano solo lamentele, il tutto accompagnato da colonne sonore drammatiche che costruiscono un immaginario fatto di povertà e privazione che non ne indaga le cause e le responsabilità collettive. 

    Lo stadio e il suo progetto di abbattimento stanno altrove, al di là di un confine simbolico che si affaccia su futurismi urbani troppo distanti. Il Meazza è luogo della memoria, ma la materialità dei bisogni primari spingono in un’altra direzione. Le connessioni tra un uno dei più importanti progetti trasformativi di Milano e le case popolari di San Siro qui sembrano paradossalmente deboli. Si fa fatica a preoccuparsene, se non a latere di azioni considerate prioritarie e basilari.

    Nota: I nomi propri citati sono fittizi

  • Dibattito in aula consiliare: l’intervento del Consigiere Rabaiotti

    Dibattito in aula consiliare: l’intervento del Consigiere Rabaiotti

    Questo contributo è una trascrizione dell’intervento tenuto durante il Consiglio Comunale del 22 dicembre 2022 dal Consigliere Gabriele Rabaiotti, capogruppo della lista “Sala Sindaco”, già Assessore ai Lavori pubblici e alla Casa nella precedente consiliatura.

    La sensazione, che è più di una sensazione (per quanto mi riguarda assomiglia ormai ad una convinzione), è che abbiamo continuato come Consiglio e più complessivamente come amministrazione ad ascoltare molto, forse troppo, le società che hanno la proprietà delle squadre Milan e Inter e ad ascoltare poco, troppo poco, la città. Talmente le abbiamo ascoltate che abbiano assunto lo schema che usano loro come se fosse il nostro. Faccio fatica a vedere dei benefattori dietro a questa operazione.

    Diversi di noi hanno seguito con attenzione il dibattito pubblico che, anche se non si è tradotto in un processo così significativo di partecipazione, ha evidenziato punti di debolezza, di forte perplessità e di palese contraddizione presenti nella proposta delle due società da un lato ma anche evidenziato la possibilità e insieme la necessità di lavorare al progetto di rifunzionalizzazione del Meazza. Ricordo che il Meazza è in uso. Non è un immobile pubblico dismesso. Milano ha uno stadio. Uno stadio riconosciuto nel mondo, che ha visto una serie di interventi di sistemazione e di adeguamento (l’ultimo di 16 milioni nel 2016) e ospiterà l’inaugurazione delle Olimpiadi nel 2026 (con un ulteriore intervento pubblico di ulteriori 10 milioni – questo è quanto ci è stato riferito dall’assessore qui in aula).

    La rifunzionalizzazione, che è l’operazione più veloce, guarda al Meazza come ad un impianto sportivo che può ospitare altre funzioni, altre piastre per funzioni sportive, culturali, di intrattenimento. Un suo ammodernamento è possibile ridisegnando i volumi panoramici del terzo anello e recuperando in modo intelligente almeno un piano interrato. Quanto costerebbe? Permetterebbe alle squadre di continuare a giocare al livello a cui stanno giocando in una struttura contemporanea e innovativa? Eviterebbe alla città di dover sacrificare altre aree pubbliche oggi libere, di costruire uffici e centri commerciali su aree di proprietà del comune in una zona già molto delicata? Ci permetterebbe di non compromettere gli sforzi fatti in questi anni per ridurre l’inquinamento e allinearci agli standard richiesti dai numerosi accordi presi tra le grandi città a cui anche Milano ha preso parte e aderito?

    Questo passaggio, che rappresenta l’esplorazione dell’interesse pubblico e che rinuncia ad accontentarsi delle sola valutazione della proposta, assolutamente legittima, avanzata da una parte (privata) e cioè dalle società, questo passaggio non lo abbiamo fatto fino in fondo. Lo abbiamo desiderato, immaginato, proposto (anche attraverso il dibattito pubblico, ma anche prima e anche ora, ma non lo abbiamo perseguito. Non abbiamo portato al tavolo della trattativa con le società e i club una proposta seria, approfondita, risultato di uno studio di fattibilità tecnica ed economica per spostare il fuoco dell’attenzione, rendere evidente la posta in gioco, articolare, diversificare ed estendere il campo delle possibilità. Rifunzionalizzare il Meazza è possibile ed è anche utile. Alla città. La rifunzionalizzazione non è il piano B. E’ il piano A.

    Nella sequenza del processo di decisione, che è indubbiamente complicato, per noi, pubblica amministrazione, viene prima. Non possiamo aspettarci questo dalle squadre ma non possiamo fare a meno di esprimere in modo chiaro, forte e sostanziato da dati, stime e valutazioni tecniche che cosa sia l’interesse pubblico, in che cosa consiste concretamente.

    L’ordine del giorno non dice cose sbagliate ma sotto intende una tesi di fondo: il Meazza viene demolito (50 milioni di euro per abbattere una struttura carica di valore simbolico e identitario, ancora pienamente funzionante su cui abbiamo speso e spenderemo in dieci anni 26 milioni e che è valutata poco più di 70), si costruisce uno stadio nuovo sull’area pubblica accanto. Intorno a questa decisione è giusto limitare i danni, recuperare tutto il recuperabile migliorare tutto il migliorabile. Ma trovo questo passaggio prematuro e questo mosaico mancante di un tassello. Importante e primo, il nostro tassello.

    Credo che torneremo in un altro momento a discutere insieme della procedura del partenariato pubblico privato e che l’odg richiama. Procedura che sarà utilizzata per il nuovo stadio e per il suo intorno (uffici e terziario, che è il vero piatto di portata). Procedura che comporta controlli sulla natura e sulla affidabilità dei proponenti, verifiche di conformità e di coerenza sui conti e sui piani di investimento e di rientro e da cui deriverà l’estensione congrua della concessione in termini di durata.

    Non credo che il nostro compito sia quello di essere l’ennesima istituzione pubblica chiamata a salvare i bilanci delle società che hanno trovato interessante, da qualche anno a questa parte, occuparsi anche delle squadre di calcio.

  • Lo stato della proposta

    Lo stato della proposta

    La presentazione riportata qui di seguito intende restituire sinteticamente il quadro e lo stato di avanzamento del progetto per lo Stadio San Siro. La tipologia di accordo pubblico-privata tra il Comune di Milano e le due società di Inter e Milan, il contesto territoriale in trasformazione e l’intorno del quartiere San Siro, le ragioni del progetto e il Progetto di Fattibilità Tecnico-Economica, l’iter della proposta. La presentazione è stata elaborata da Alice Alessandri nell’ambito del suo tirocinio presso il gruppo di ricerca Mapping San Siro, in un percorso di riflessione e analisi sul tema condiviso in particolare con Francesca Cognetti, Paolo Grassi, Rossella Ferro e Rebecca Migliarini.

    Per approfondire, consulta direttamente le fonti ai seguenti link: 

    Sito Dibattito Pubblico Stadio Milano

    Comune di Milano

    PGT Milano2030  

    Piano Aria Clima (PAC)  

    Piano Urbano della Mobilità Sostenibile (PUMS) 

    Mosaico San Siro

    Dossier conclusivo Comune di Milano

  • Partecipazione e ingaggio territoriale

    Partecipazione e ingaggio territoriale

    Il gruppo di ricerca Mapping San Siro ha osservato il processo di ingaggio territoriale che si è innescato intorno al progetto per lo Stadio San Siro da un punto di vista privilegiato: dentro al quartiere e a fianco di una rete di attori e abitanti con cui da anni intesse relazioni di ascolto e fiducia reciproca. Le riflessioni proposte nella presentazione riportata qui di seguito sono esito del percorso di osservazione di queste dinamiche sviluppato in particolare da Francesca Cognetti, Paolo Grassi, Rossella Ferro, Rebecca Migliarini e Alice Alessandri tra settembre 2022 e gennaio 2023.

  • Stadio San Siro: Alimentare il dibattito pubblico

    Stadio San Siro: Alimentare il dibattito pubblico

    Un incontro tra i docenti, ricercatori e studenti del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano per discutere di una delle più grandi trasformazioni in atto nella città di Milano.

    Introduce
    Massimo Bricocoli, Direttore del DAStU Politecnico di Milano

    Relatore
    Alice Alessandri, studentessa in Urban Planning e Policy Design e tirocinante presso Mapping San Siro (PoliMi) – Stadio San Siro: lo stato della proposta

    Intervengono
    Francesca Cognetti
    , urbanista – Partecipazione e ingaggio territoriale
    Antonio Longo, urbanista – Considerazioni urbanistiche per lo stadio e la cittàAnna Delera, architetta – Valorizzazione dell’abitarePaolo Pileri, urbanista – Suolo e impronta CO

    Discussione aperta e interventi dei partecipanti

    Riflessioni finali
    a cura di Gabriele Pasqui, urbanista

    Modera
    Paolo Grassi, antropologo, ricercatore presso l’Università di Milano Bicocca e membro del gruppo Mapping San Siro (PoliMi)

    A cura di
    Mapping San Siro, DAStU, Politecnico di Milano

  • Sostenibilità ambientale: suolo e impronta CO2 (Paolo Pileri)

    Sostenibilità ambientale: suolo e impronta CO2 (Paolo Pileri)

    Questo contributo è una trascrizione dell’intervento fatto dal professor Paolo Pileri nel contesto dell’incontro Stadio San Siro: Alimentare il dibattito pubblico, tenutosi il 18 gennaio 2023 presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani (Politecnico di Milano).

    Partiamo da una premessa: il progetto del nuovo stadio San Siro è debolissimo, se non addirittura mancante, sulla/delle parte di analisi ambientale ed ecologica. Poiché si tratta di un intervento di forte impatto per la città e i cittadini, per l’ambiente milanese e per quello da dove giungeranno i materiali e dove si produrranno i residui e i rifiuti del processo di realizzazione, ho provato a fare un primo semplicissimo esercizio, uno di quelli che facciamo fare ai nostri studenti, ma che non era presente nel progetto del nuovo stadio: stimare l’impronta emissiva potenziale di CO2 relativa ai processi di decostruzione e costruzione del nuovo stadio. Calcoli del genere sono un passaggio oggi ineludibile per qualsiasi progetto, ancor più se il committente è pubblico o l’opera di interesse pubblico. La domanda pertanto è: qual è il peso ambientale ed ecologico di una grande opera di questo tipo nel bilancio complessivo e anche nella strategia ambientale – ammesso che ci sia una strategia ambientale – di un Comune, di una regione, di un’area di questo tipo? 

    L’ipotesi di partenza è che ogni atto costruttivo e decostruttivo implica un’emissione climalterante potenziale che va a modificare la composizione dell’atmosfera e ad aggravare, nel tempo, il quadro climatico complessivo. Vi è quindi una responsabilità dell’amministrazione e del proponente da un lato e una legittima domanda di conoscenza da parte dei cittadini che, correttamente, vogliono vigilare per capire bene come questa proposta progettuale influenzi il bilancio climatico generale e la qualità ambientale della città dove vivono. Una questione pubblica. 

    Per fare i calcoli, mi sono basato su un inventario abbastanza accreditato e utilizzato anche qui al Politecnico di Milano per fare questo tipo di operazioni: Inventory of carbon&energy, Università di Bath. Tutti i calcoli sono stati pubblicati in un articolo che trovate su Altreconomia.it.
    Premetto che la mancanza di conoscenza esatta sulle masse dei materiali che compongono l’attuale e futuro stadio hanno reso molto difficile il calcolo che, inevitabilmente, soffre di approssimazione. Ma non ha importanza in questa fase il cui scopo era quello di fornire al dibattito cittadino un nuovo e strategico spunto per riflettere sulla opportunità di tale intervento. Ancor meno nota è la massa dello stadio di progetto. Ho fatto quindi delle ipotesi, confrontandomi anche con i colleghi di scienza e tecnica delle costruzioni del Politecnico (ringrazio al proposito l’ing. Riccardo Aceti che mi ha anche ricordato che vi sono dei pronunciamenti tecnici che hanno già ampiamente dichiarato che non c’è pericolo strutturale per l’attuale stadio San Siro). Tornando alla massa del cemento dell’attuale stadio San Siro, questa è di 375 milioni di chili per 150.000 m3; stessa massa ho ipotizzato per il nuovo stadio A partire da queste ipotesi è stato possibile calcolare l’emissione probabile tra la fase di decostruzione e quella di nuova costruzione. L’emissione probabile, solo considerando il calcestruzzo e le relative fasi di lavorazione e trasporto, è di 190.778 tonnellate di anidride carbonica equivalente (CO2e). A questo valore ho poi aggiunto un arrotondamento del 10%, per includere una serie di azioni e di imprevisti, si arriva a 210.500 tonnellate di CO2e. Si tratta del solo contributo emissivo del cemento, poi ci sono tutti i materiali ferrosi, la carpenteria, gli allestimenti, gli asfalti, gli impianti. Una cosa gigantesca che, ripeto di nuovo, è difficile stimare e di cui non c’è traccia di stima all’interno delle analisi di progetto pubblicate. 

    In un secondo momento sono arrivato anche ad avere notizie sulla carpenteria della copertura pari a circa 20.000 tonnellate di acciaio, travi incluse. Questo contributo va sommato all’interno del calcolo di impronta emissiva di CO2e

    Una volta stimata l’impronta emissiva della componente cementizia, il passo successivo è stato quello di capire come si rapporta tale impronta con le iniziative di mitigazione o compensazione ambientale operanti nel Comune di Milano. Il Piano Aria Clima (PAC) del Comune, ad esempio, si propone una serie di azioni per ridurre l’emissione carbonica in atmosfera. La sola impronta carbonica della componente cementizia rappresenta figurativamente il 3,8% del totale delle emissioni annue dell’intera città, così come riportate nel PAC: un peso importante. Se aggiungiamo la componente ‘carpenteria di copertura’, il peso di quell’unica opera arriva a sfiorare il 5% dell’intera emissione di urbana di CO2. Se ora andiamo a vedere di quanto negli anni si è ridotta l’emissione di CO2 grazie ai vari pacchetti di azioni messe in campo dal Comune di Milano, si osserva che, tra il 2017 e il 2020, il potenziale emissivo è stato ridotto più o meno del 4,5%. Un valore confrontabile con l’impronta emissiva della costruzione/decostruzione di San Siro (cemento e copertura). Questo significa che la sola ‘operazione San Siro’ riporterebbe Milano ai valori emissivi di CO2 del 2017 annullando in un colpo solo i risultati di cinque anni di PAC del Comune di Milano. 

    Dopo il confronto con il PAC, sono passato alla verifica delle compensazioni ‘green’ proposte dai due club. La soluzione del futuro stadio si accompagna, infatti, a un progetto di verde che coinvolge circa 11 ettari e che i club ipotizzano sia ampiamente in grado di compensare l’impatto ambientale (pur senza portare alcun calcolo a conforto). Per capire l’adeguatezza di tale proposta, ho lavorato usando i soli dati pubblicati dai club e accessibili a tutti i cittadini (vedi sito web la cattedrale di Populous). Premetto che sono stato più generoso nel calcolo del numero di alberi che sarà messo a dimora rispetto a quanto successivamente riferito nel dibattito pubblico. Inoltre, non ho considerato che la metà del verde previsto non è verde profondo ovvero meno capace di assolvere alle funzioni di ecologiche di un verde profondo e meno abili a stoccare carbonio. Nei miei calcoli un albero in città è mediamente capace di assorbire meno di un albero fuori città. Ho quindi ipotizzato che nella sua vita un albero urbano assorba circa una tonnellata di CO2. Conteggiando il possibile assorbimento complessivo, il grande progetto di verde proposto dai club arriverebbe più o meno a compensare appena il 5% delle emissioni di CO2 che il processo di decostruzione/costruzione genererebbe per i materiali considerati. Il 5% è cosa da poco se non addirittura cosa nulla. 

    Ho provato allora a vedere se il grande progetto di forestazione urbano in atto a Milano, Forestami, era in grado di compensare l’emissione potenziale di decostruzione/costruzione. Al 10 febbraio 2022 erano state messe a dimora 284.000 piante, in parte a Milano in parte nella città metropolitana. Nella migliore delle ipotesi, per compensare l’emissione della sola frazione di cemento dovremmo opzionare il 74% di tutta l’operazione Forestami. Questo significa che i benefici attesi da Forestami per compensare altre fonti emissive si annullerebbero di colpo.

    È chiaro che non sono d’accordo con la demolizione di San Siro e che oggi sulla scacchiera delle decisioni urbane non possiamo prescindere dall’idea di cambiare paradigma e decidere in merito ai progetti urbani introducendo ben altri riferimenti valutativi. 

    Non basta dire che il funzionamento del prossimo stadio sarà carbon-free fintanto che l’impatto del processo decostruttivo/costruttivo avrà quel mostruoso potenziale emissivo che va a pesare come un macigno nel futuro clima milanese e non solo milanese e sulla buona vita di tutti. 

  • Partecipazione e ingaggio territoriale (Francesca Cognetti)

    Partecipazione e ingaggio territoriale (Francesca Cognetti)

    Questo contributo è una trascrizione dell’intervento fatto dalla professoressa Francesca Cognetti nel contesto dell’incontro Stadio San Siro: Alimentare il dibattito pubblico, tenutosi il 18 gennaio 2023 presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani (Politecnico di Milano).


    Vorrei in questo intervento provare a dire qualcosa sul tema della partecipazione e dell’ingaggio territoriale e, in particolare, sul dibattito pubblico che è stato promosso in questi ultimi mesi e che abbiamo avuto modo di osservare da vicino come gruppo di ricerca Mapping San Siro. In questo contesto è stato impiegato uno strumento previsto a livello ministeriale, quello del dibattito pubblico, che è uno strumento applicato alle grandi opere e disciplinato dal Codice dei contratti pubblici. Con decreto attuativo, dal 2018 è obbligatorio su grandi opere infrastrutturali architettoniche a livello nazionale. Il dibattito pubblico, per come è proposto a livello nazionale anche sulla scorta di altre esperienze internazionali, dovrebbe essere un importante processo partecipativo di discussione delle grandi opere, volto a discutere se e come realizzare il progetto.

    In questo caso, il dibattito pubblico è stato gestito da Avventura Urbana ed è stato progettato tra luglio e settembre 2022 e gestito nei mesi di settembre – novembre 2022, circa un mese e mezzo/due mesi di dibattito pubblico. 

    L’oggetto e gli obiettivi del dibattito pubblico sono la discussione del progetto di fattibilità tecnico economica per la realizzazione del complesso sportivo presentato dalle società Milan e Inter S.p.A. all’Amministrazione comunale di Milano. Di fatto l’oggetto è la discussione di questo progetto, volta a valutare il progetto e proporre soluzioni migliorative. 

    L’iter del dibattito pubblico ha visto la sua apertura il 27 settembre 2022 e si è chiuso il 18 novembre 2022, attraverso la presentazione di una relazione conclusiva con consegna all’Amministrazione comunale e alla Commissione nazionale del dibattito pubblico. Dopo questa relazione conclusiva, entro e non oltre 60 giorni, l’Amministrazione comunale elabora un proprio dossier conclusivo in risposta a delle questioni che vengono sollevate all’interno della relazione. 

    Il dibattito è stato organizzato attraverso sei incontri pubblici, cinque incontri di approfondimento e tre attività nel quartiere San Siro. Attraverso questi 16 eventi si è vista la partecipazione di circa 3000 presenze, fisiche e online. Sono state raccolte 457 domande raccolte 83 interventi dal pubblico (cioè cinque/sei interventi per ogni incontro). Altre forme di comunicazione e interazione sono state: un sito web; una pagina Facebook; dei quaderni degli attori che sono previsti all’interno della relazione, ovvero la possibilità di scrivere dei documenti; una importante relazione con i media, perché c’è stata una parte mediatica importante durante il dibattito.

    Seguendo i diversi incontri e studiando le relazioni degli attori, sottolineo le principali criticità sollevate durante il dibattito pubblico dai partecipanti: 1. L’interesse pubblico, cioè se e come questo progetto è di interesse pubblico; 2. La demolizione dello stadio, cioè l’opportunità oppure no della demolizione; 3. Gli aspetti di sostenibilità ambientale e di inclusione sociale; 4. Le stesse modalità di svolgimento del dibattito pubblico, che spesso sono state un punto critico all’interno del dibattito 5. Alcune posizioni puntuali dei residenti che abitano nei comparti limitrofi all’area dello stadio. 

    Mi soffermo ora su alcune criticità sul processo di confronto avviato, che ci sentiamo di sollevare noi, avendo osservato questo processo partecipativo.

    Da una parte c’è un tema di quali sono stati i contenuti del dibattito pubblico, nel senso che il dibattito è stato organizzato sulla sola proposta presentata da Inter e Milan, senza discutere di possibili alternative. E’ stato un dibattito tutto costruito sull’apportare eventuali piccole modifiche al progetto, considerato l’unico progetto possibile, da implementare.

    Inoltre, c’è stato, a nostro avviso, qualche problema dal punto di vista delle tempistiche della campagna di informazione. Il dibattito pubblico ha avuto una durata di 40 giorni a fronte di quattro mesi concessi dal regolamento, che forse avrebbero permesso un allargamento dell’arena, della platea e delle forme del dibattito. La comunicazione dell’avvio del dibattito ci è sembrata scarsa, e anche la gestione del dibattito pubblico è stata difficoltosa: la programmazione ha visto cambi di orario e modalità di incontro in presenza e online gestiti malamente; anche lo stesso sito web, ad esempio, che contiene tutta la documentazione progettuale, è stato pubblicato molto a ridosso dell’inizio degli incontri, sostanzialmente il giorno prima. Quindi è stato molto difficile documentarsi prima di arrivare a questi incontri pubblici. 

    Come è stata quindi intesa la partecipazione? Forse è stata intesa principalmente come una sorta di informazione ampia sul progetto. Lo spazio dedicato a un reale dibattito e agli interventi dei cittadini è stato uno spazio molto compresso. Lunghe presentazioni tecniche, poche domande alla fine, a cui non c’era poi modo di fare seguire una discussione. Inoltre, in un periodo molto contratto di tempo, di fatto questo processo richiede molta disponibilità di tempo per partecipare a più incontri, magari 2 o 3 incontri durante la settimana. Spesso il pubblico, privo di una sufficiente conoscenza pregressa del progetto, si è trovato in difficoltà a seguire incontri che avevano una natura molto tecnica. Quindi anche il bilanciamento del tipo di comunicazione che è stato fatto e delle informazioni tecniche che necessariamente andavano erogate è stato un altro tema secondo noi un po’ difficile, un po’ delicato. I contributi da parte dei cittadini sono stati raccolti principalmente attraverso i 49 quaderni degli attori. La scrittura dei quaderni sappiamo essere una forma di partecipazione piuttosto impegnativa, perché richiede ai cittadini tempo e competenze nella scrittura di un documento che è un documento tecnico. E questa è stata comunque la forma principale per aprire alla partecipazione e alla espressione di posizioni specifiche.

    Per finire, altre questioni che vorremmo porre alla discussione riguardano le forme della partecipazione. Sicuramente in questi mesi del dibattito pubblico sono emerse grandi firme contro l’abbattimento dello stadio sulla stampa a livello nazionale, forse in parte anche esito indiretto del dibattito pubblico. Ad esempio, un importante editoriale sul Corriere della Sera (di Aldo Cazzullo che aveva scritto un pezzo contro l’abbattimento, con uno spirito un po’ nostalgico), poi la posizione di Vittorio Sgarbi. In generale, si è alimentato questo dibattito anche sulla stampa e ci è sembrata una forma di partecipazione interessante.
    Un altro tema è che attraverso questo formato, sembra che partecipi chi è già informato prima e sa farlo. Riprendendo la questione sollevata da Massimo Bricocoli, si ha l’impressione che sia stato un dibattito dove partecipano sempre le stesse persone, che sono delle persone che hanno la capacità di partecipare a questo tipo di arene. Nessuna partecipazione di profili fragili, stranieri, giovani, ma neanche di tutto il mondo dei tifosi e dello sport più in generale. Quindi è diventata un’arena molto politica ad accesso per persone competenti.

    Inoltre, il dibattito pubblico ha attribuito importanza al ruolo dei cittadini come singoli, senza porre particolare attenzione al ruolo di rappresentanze, sia politiche che associative, come portatrici di interessi più ampi. Quindi, sostanzialmente ci sembra che tutte le persone che intervengono al dibattito lo facciano come singoli, non come rappresentanti di associazioni piuttosto che rappresentanti politici. A proposito di rappresentanze politiche, anche il tema molto rilecante degli otto consiglieri comunali della maggioranza che si sono schierati contro lo stadio non è stato canalizzato all’interno del dibattito pubblico. Ma ricordiamoci che il progetto è passato in consiglio comunale con una maggioranza spaccata, e sostanzialmente con i voti della minoranza.

    Quindi ci sembra che questo dibattito non abbia orientato posizioni collettive e loro articolazione nel corso del processo. Di fatto, i cittadini hanno espresso delle posizioni, ma queste posizioni non si sono articolate in un processo di apprendimento durante il dibattito pubblico e tantomeno il dibattito non ha contribuito ad articolare la posta. Sostanzialmente la prospettiva è solo migliorativa rispetto al progetto, cioè il dibattito è stato organizzato sul piano di fattibilità tecnica economica del progetto e non su un documento di fattibilità delle alternative progettuali. Quindi non era contemplata una riarticolazione della posta in gioco.

    Sullo sfondo, ci sono poi altre questioni che attengono alla partecipazione nella città di Milano, in particolare la questione del conflitto: è quello dello Stadio un progetto che solleva conflitti urbani? Sicuramente prima del dibattito pubblico c’è stato un tentativo pregresso di promuovere un referendum da parte di alcuni comitati sul “sì” o “no” allo stadio, e quindi ci sono delle tracce di conflitto rispetto a questo tema, anche se non è un conflitto così evidente, così esplicito e che fa un po’ fatica ad emergere. Sicuramente sono emerse delle posizioni da sindrome Nimby da parte di alcuni residenti in particolare, che lamentano tutto il tema della vicinanza al cantiere, del disagio di questi probabili dieci anni di una grande opera pubblica. E sono emersi diversi comitati di cittadini legati alla dimensione ambientale dei beni comuni, con una capacità di mobilitazione e di coinvolgimento che però ci è sembrata un po’ limitata. Nel senso che forse Milano non è una città dove la dimensione del conflitto, anche da un punto di vista dei movimenti, è una dimensione così presente oggi, così rilevante. Di fatto, però, la gran parte degli interventi dei cittadini durante il dibattito pubblico e anche dei quaderni allegati alla relazione finale sono degli interventi che hanno contribuito ad articolare una “voce contro”. Forse un effetto non intenzionale dello stesso dibattito pubblico!




  • Valorizzazione dell’abitare (Anna Delera)

    Valorizzazione dell’abitare (Anna Delera)

    Questo contributo è la trascrizione dell’intervento fatto dalla professoressa Anna Delera nel contesto dell’incontro Stadio San Siro: Alimentare il dibattito pubblico, tenutosi il 18 gennaio 2023 presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani (Politecnico di Milano).


    Vorrei iniziare con il titolo che è stato dato a questo mio intervento.

    VALORIZZAZIONE può volere dire:

    • Riconoscere i pregi di un luogo che solitamente non sono considerati

    oppure

    • Rendere fruttifero un bene che oggi fruttifero non è.

    Il mio ragionamento partirà naturalmente dalla considerazione sul primo significato attribuibile al termine VALORIZZAZIONE: Riconoscere i pregi di un luogo che solitamente non sono considerati e cercare di individuare come attuare il percorso – lungo e complesso – nella direzione della valorizzazione dell’abitare del quartiere ERP di San Siro

    Nell’ipotesi che i progetti descritti e ipotizzati fino ad ora siano/possano essere realizzati il mio punto di vista cercherà di trattare il rapporto e le opportunità che tali interventi potrebbero/dovrebbero portare sul/per il quartiere popolare più grande di Milano e presente in zona, deficitario, come tutta l’erp nel nostro paese, di urgenti e importanti interventi, appunto, di VALORIZZAZIONE.

    MOSAICO SAN SIRO 

    Nel documento Mosaico San Siro elaborato dall’assessore alla Rigenerazione Urbana Giancarlo Tancredi in collaborazione con il Centro Studi PIM e AMAT (Agenzia Mobilità Ambiente Territorio) sono riportati alcuni dati interessanti riferiti agli 8 ambiti di studio/quartieri in cui è stato suddiviso l’eterogeneo  territorio amministrativo del Municipio 7 al quale appartiene anche l’area dello Stadio calcistico di cui stiamo trattando in questo pomeriggio.

    Uno di questi ambiti è appunto il quartiere erp di San Siro che vede, all’interno dei temi descritti, ma in qualche caso anche in rapporto alla città intera:

    • la più alta percentuale di giovani (0-18 anni) = 23,2% (media dell’area considerata = 18%)
    • tra le più basse percentuali di over 75 = 8,2% (quasi 1.000 persone di nazionalità prevalentemente italiana) come nell’area tra gli ippodromi e lo stadio
    • un numero elevato di famiglie = 5.762 con 11.094 residenti complessivi;  la percentuale più alta di stranieri (56,2%) di 84 diverse nazionalità; il 9% di nuclei composti da più di 5 componenti e il 60,3% di persone sole (solo nell’area ben più vasta chiamata INTORNO A SAN SIRO (posta a sud del quartiere popolare) il numero di famiglie è superiore = 8.581 con 15.224 residenti ma diminuiscono sensibilmente le famiglie numerose (2,5%) e di poco le persone sole (57,2%) ma aumentano gli over 75 (13,8%)

    Gli interventi previsti dallo studio, che comportano importanti trasformazioni, sono tutti prevalentemente concentrati nella parte nord delle vie Rospigliosi e Harar con i progetti sull’area dello Stadio, del Trotto – con 700 nuovi alloggi SOPRATTUTTO in affitto convenzionato – (si parla di 600 euro/mese per un bilocale + negozi, attrezzature sportive, servizi – Hines Italy) CON BUONA PACE DEL NON CONSUMO DI SUOLO, delle Scuderie de Montel con il progetto del Centro Termale; della riqualificazione degli ippodromi.

    Per il quartiere ERP si individuano interventi:

    • lungo la Via Paravia – asse di collegamento tra MM Segesta e il futuro parco della Piazza d’Armi ex Caserma di Baggio Santa Barbara (al di là della via Novara) – per mettere in collegamento la riqualificazione della Cascina Case Nuove da parte della Fondazione Terzoluogo per farne uno spazio educativo, biblioteca multimediale pubblica, laboratori per bambini e non con la cascina gestita da Mare Culturale Urbano; interventi su alcuni spazi pubblici in prossimità degli edifici scolastici e su alcuni edifici pubblici dismessi
    • sulla via Aretusa con la rifunzionalizzazione dell’ex Mercato Comunale
    • e sono auspicati interventi di supporto economico alle associazioni esistenti perché si facciano carico di presidiare e gestire al meglio la riqualificazione dello spazio pubblico
    • UN PO’ POCO!!!!!

    Poi c’è lo strumento del PINQUA (che in parte interviene sugli stessi oggetti), già approvato e in corso di definizione da parte del Comune, che prevedeva: 15 + 6 milioni per emergenza abitativa (la ristrutturazione della ex sede di Aler in via Newton e altro – progetti parzialmente naufragati); 3 milioni per le parti comuni di alcuni edifici aler; 6 milioni sedi stradali = 30 milioni complessivi!!!! 

    Dico PREVEDEVA perché tutto tace su questo fronte! Come gruppo abbiamo lavorato ad indicare alcune strategie d’interventi ma dalla fine di novembre non siamo più riusciti a parlare con i responsabili, ad avere informazioni, a capire come si intende procedere!

    E COMUNQUE, NULLA E’ STATO PREVISTO SU UN RIPENSAMENTO DEL QUARTIERE! SULLA NECESSARIA RIQUALIFICAZIONE DEGLI EDIFICI, SUL LORO EFFICIENTAMENTO ENERGETICO! Tema ambientale importante! di riqualificazione energetica di un patrimonio pubblico particolarmente deficitario! e di attenzione alla POVERTA’ ENERGETICA degli abitanti che ormai, nella migliore delle ipotesi, devono scegliere se pagare l’affitto o le bollette!!!! 

    Non voglio entrare nel merito della drammaticità della precarietà abitativa e dei dati allarmanti sulle famiglie in lista d’attesa nelle graduatorie comunali! Ma, con le ridotte e insufficienti risorse di cui risente ormai da decenni il sistema dell’erp, gli investimenti previsti nelle aree limitrofe al quartiere popolare di San Siro avrebbero dovuto cercare delle ricadute visibili sulla valorizzazione dell’abitare di questa porzione di città!

    Le scelte del Comune dovrebbero avere sempre come priorità l’interesse pubblico mentre sembra che chi detta le regole non sia il Comune ma siano piuttosto gli interessi immobiliari e la pratica, ormai diffusa, sia quella di svendere il patrimonio pubblico.

    Infatti, nonostante i grandi cambiamenti avvenuti nella città negli ultimi anni – che ne sta sempre più facendo UNA CITTA’ SOLO PER RICCHI -, il tema dei quartieri di edilizia residenziale pubblica continua a essere un argomento mai affrontato se non con interventi sporadici, senza mai una visione complessiva di riqualificazione, anche se proiettata in tempi lunghi, e con investimenti irrisori. Le risorse derivate dai grandi interventi dovrebbero trovare un naturale reinvestimento in quelle realtà PUBBLICHE che necessitano d’interventi.

    Per affrontare la questione della VALORIZZAZIONE DELL’ABITARE proverò, per concludere, a elencare alcuni PROBLEMI e alcune POTENZIALITA’ presenti nel quartiere di San Siro ma, in alcuni casi trasferibili anche ad altre realtà

    PROBLEMI DEL QUARTIERE ERP. Il quartiere risente di:

    • omogeneità dell’offerta abitativa che ormai determina condizioni di concentrazione delle povertà e delle fragilità
    • assenza di attività ai piani terra – e dunque nessun controllo sociale sulle strade – (gli edifici sono pensati con alloggi già dai piani rialzati che oggi si proteggono verso strada con serrande/grate/inferriate per questioni di sicurezza)
    • isolati anche di grandi dimensioni chiusi in recinti non attraversabili (i civici definiscono strani confini “invalicabili” che in alcuni casi, nei progetti originari, non erano stati previsti)
    • alloggi molto piccoli spesso per questo non più assegnabili (più di 600 alloggi tra sfitti e in manutenzione e circa 700 occupati abusivamente)
    • episodi di delinquenza e violenza che aumentano il senso di insicurezza tra gli abitanti
    • necessità di importanti interventi manutentivi sugli edifici e sullo spazio pubblico MA DA REALIZZARE ALL’INTERNO DI UNA VISIONE STRATEGICA COMPLESSIVA DI LUNGO PERIODO
    • mancanza di dialogo e dunque di definizione di strategie condivise sul futuro del quartiere tra le istituzioni (ALER e Comune) – a questo proposito continua a preoccupare la proposta di Massimo Roy/Gianni Verga che, utilizzando appunto il termine VALORIZZAZIONE DELLE AREE DI EDILIZIA PUBBLICA (ma ovviamente in questo contesto il termine VALORIZZAZIONE è inteso RENDERE FRUTTIFERO UN BENE CHE OGGI NON LO E’) prevede, per San Siro, la progressiva demolizione del quartiere esistente e la sua ricostruzione e densificazione con il coinvolgimento di operatori privati per costruire 1/3 di erp+ers + 1/3 ed. libera + 1/3 servizi-terziario

    POTENZIALITA’ DEL QUARTIERE ERP:

    • più di 6.000 alloggi di cui oggi poco meno di 5.000 sono ancora pubblici
    • presenza di contenitori grandi e meno grandi, vuoti, che potrebbero rappresentare occasioni per attivare nuovi servizi 
    • accessibilità elevata per la presenza di diverse linee del trasporto pubblico (M5, M1, Tram)
    • presenza di reti territoriali di base e di un protagonismo sociale diffuso che offrono molti servizi e progettualità oltre ad avere grande conoscenza del quartiere
    • vivacità multiculturale e giovanile
    • possibile disponibilità di attori sociali ed economici a investire sul territorio
    • presenza consolidata del Politecnico con lo spazio di Off Campus
    • alcuni edifici di pregio e rappresentativi di parte della storia architettonica della città

    Si tratta complessivamente di un patrimonio storico, edilizio e sociale che meriterebbe una vera VALORIZZAZIONE RICONOSCENDONE I PREGI SOLITAMENTE POCO CONSIDERATI.

  • Alcune riflessioni conclusive (Gabriele Pasqui)

    Alcune riflessioni conclusive (Gabriele Pasqui)

    Questo contributo è una trascrizione dell’intervento fatto dal professor Gabriele Pasqui nel contesto dell’incontro Stadio San Siro: Alimentare il dibattito pubblico, tenutosi il 18 gennaio 2023 presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani (Politecnico di Milano).


    Mi è stato dato il ruolo non tanto di tirare le conclusioni, ma di provare a riflettere a partire dalle cose che sono state dette oggi. Lo farò con due premesse. La prima è che non sono un esperto di questo specifico processo decisionale; la seconda è che quello che proverò a dire è una posizione personale, ma che riprende molto delle cose dette negli interventi precedenti.

    Innanzitutto, partirei dall’osservazione per la quale non è difficile discutere solo dello stadio di San Siro, è difficile discutere di tutti i progetti urbanistici oggi a Milano e anche in altri contesti, in Italia e in Europa. Perché? Per tante ragioni: innanzitutto, perché nel corso degli ultimi venti, trent’anni, l’asse delle decisioni urbanistiche è molto banalmente passato dal pubblico al privato, e ha ridefinito natura e forme della discussione collettiva sulle trasformazioni della città. Questo è a mio avviso un punto molto importante, che spiega anche tante cose, compresa l’opacità del processo relativo allo Stadio. Faccio un esempio, ci sono processi almeno altrettanto importanti rispetto a quello dello stadio a Milano, su cui si discute poco e male: di recente per lo scalo ferroviario di Porta Romana è stato bandito un concorso gestito dal privato e non dal pubblico, del quale abbiamo visto solo il progetto vincitore, senza poter apprezzare gli altri progetti né capire motivazioni e ragioni della scelta. Però dobbiamo sapere che stiamo in questa congiuntura, in questo contesto. Quindi non mi stupisce che questa opacità si sia rivelata anche sul tema dello stadio di San Siro. Seconda cosa che direi è che bisogna anche riuscire, dal nostro punto di vista di osservatori e analisti, a guardare il problema di cui trattiamo scomponendolo nelle sue diverse dimensioni e osservandolo da più punti di vista. 

    Primo punto, qual è il problema? Ed è un problema solo? Dalla discussione di oggi emerge che i problemi e le poste in gioco sono differenti. Il primo per me è: bisogna demolire lo stadio sì o no? Capisco che ci possano essere delle motivazioni tecniche per dire non bisogna demolire San Siro, questo è un argomento ma non è l’unico. Non credo che sia l’argomento del Sottosegretario Sgarbi, per esempio, che pure ha manifestato un parere contrario alla demolizione. Secondo punto: ammesso che lo stadio possa essere demolito, bisogna ricostruire un nuovo stadio sì o no? E dove? E da questo punto di vista provo a rispondere mettendomi dal lato di dell’amministrazione comunale. E il mio argomento è: su che cosa il Comune ha interesse in quanto Comune? Senza entrare nel merito del concetto di interesse pubblico, si tratta di comprendere se e in che misura, ma anche a quali condizioni, la presenza delle società di calcio sul territorio comunale sia un valore. Allora, come primo punto, sottolineerei il fatto che le due squadre pagano, per utilizzare una infrastruttura di proprietà pubblica, anche se meno del passato (e infatti, la capacità di contrattazione del pubblico nei confronti del privato è mediamente bassa). Però non possiamo ignorare che quei soldi arrivano al Comune di Milano e sono un introito significativo. Le società però non vogliono ristrutturare lo stadio e non possono essere obbligate a farlo. Ovviamente le società vogliono realizzare uno stadio come quelli di Monaco, di Amsterdam o di Londra, sulla base di argomenti che possiamo anche definire speculativi, ma che sono legittimi. Cosa dovrebbe fare dunque il Comune di Milano? E’ facile dire, e io forse sottoscriverei, “benissimo, care società calcistiche, fate il nuovo lo stadio dove volete”. Però capite che questa non è una decisione indifferente per il Comune di Milano. Perché ci sono delle ragioni economiche, simboliche, di varia natura, per tenere le squadre a Milano. Il punto è, secondo me, che l’argomento del Comune di Milano è: “vorremmo che le squadre Inter e Milan rimanessero a Milano”. Io penso che sia un argomento delicato, perché per me Sesto San Giovanni è come Milano, ma per il Comune di Milano no. Non è la prima volta, ci sono stati miriadi di esempi di questo tipo in cui grandi funzioni urbane venivano proposte appena fuori dal comune di Milano e il Comune di Milano si è preoccupato e si è opposto. Per me il Comune ragiona così e non sono neanche tanti i soldi che interessano al Comune, quanto il fatto che simbolicamente ritiene che la presenza delle società sia rilevante all’interno dello spazio perimetrato dai confini amministrativi. 

    Poi ci sono tutti gli aspetti ambientali, discussi dal prof. Pileri, ci sono anche gli aspetti che ha richiamato la professoressa Delera e quelli posti dal prof. Longo. Però a tal proposito, io penso che il problema del quartiere San Siro deve avere una sua soluzione dentro il quartiere San Siro e con soldi, tanti, molti di più, messi sul quartiere San Siro. Perché oggi il rapporto fra il quartiere San Siro, per così com’è, e quello che succede allo stadio mi sembra limitato.  Troverei grave, anche politicamente, che le uniche possibili risorse per il quartiere di edilizia pubblica di San Siro dovessero venire esclusivamente dall’operazione sullo stadio.

    Vado velocemente a concludere. Non si tratta solo di capire la natura plurale del problema, ma anche di rispondere alla domanda: «per chi è un problema?». La prof. Cognetti, nella sua analisi del percorso partecipativo, ha mostrato che quello dello stadio è un problema in modo molto diverso a seconda di chi lo definisce. I rendering dei progetti, per esempio, sono ridicoli perché sembra che lo stadio di San Siro sia in mezzo a una prateria, cosa che ovviamente non è. C’è gente che abita a 300 metri dallo stadio. L’interesse di questi ultimi è legittimo, è un interesse molto particolare. Però non c’è solo quello, perché chiaramente San Siro e anche tutte le funzioni che gli stanno intorno non è che siano del quartiere San Siro, ma sono funzioni di Milano e dell’area metropolitana. Poi ci sono gli attivisti, gli attivisti esperti, gli architetti, gli urbanisti, gli esperti di restauro. Ognuno di loro ha un modo di definire il problema che è un po’ differente.

    Alcune associazioni locali propongono il referendum. Chissà se è la modalità più trasparente e più corretta: per esempio, se fossero esattamente vere le cose che dice il prof. Pileri, non si dovrebbe fare nessun referendum perché vi sono ragioni tecniche e oggettive che sconsigliano la demolizione. È ancora: è il referendum lo strumento per potenziare la democrazia locale? Questo io non lo so. Quello che abbiamo capito è che non lo è il dibattito pubblico per come è stato gestito. Il dibattito pubblico non serve se non hai delle alternative, eccetera. Francesca Cognetti ha detto una cosa molto precisa: la natura del conflitto oggi dimostra che gli attori locali, per quanto attivi, non sono in grado di mobilitare sufficientemente un conflitto che sia in grado di spostare il rapporto di forze. 

    Detto questo, parlando un po’ più da urbanista, quello che a me sembra manchi totalmente è che quello schema che è tentato fatto dal Comune di Milano nello Studio d’Area denominato “Mosaico San Siro”, è una cosa di cui ci sarebbe tanto bisogno, ma è debolissimo. Però quella tecnica-urbanistica non è l’unica argomentazione che può essere portata, perché, ripeto, anche una dimensione di discussione su quali sono i processi e i meccanismi della democrazia per me fa parte di una dimensione su cui noi dobbiamo ragionare. 

    In sintesi, teniamo conto che si tratta di un tema complicato, a più facce. Forse più complicato di quel che ci immaginiamo, semplicemente anche rispetto agli interessi degli attori e ai modi in cui si determinano le modalità di decisione. Perché le modalità di decisione, compresi i processi e le procedure di cui parlava l’avvocata Veronica Dini, naturalmente devono essere tenute in considerazione. E quindi penso che tutte le cose che sono state dette dai colleghi a partire dalle loro competenze tecniche vadano tenute insieme a quest’altro pezzo di ragionamento, relativo ai processi decisionali e alle forme di discussione democratica. 

  • Orizzonte Stadio – Nota di campo del 10/01/23 (Paolo Grassi)

    Orizzonte Stadio – Nota di campo del 10/01/23 (Paolo Grassi)

    Nelle giornate più limpide, all’incrocio tra via Preneste e via Civitali, il Meazza sembra molto vicino. La rossa struttura metallica che lo ricopre, insieme a una delle torri d’angolo, appaiono appena sopra i palazzoni di edilizia residenziale pubblica.

    Eppure, se si inizia a camminare verso lo stadio, quella sensazione viene meno. La distanza non è tanta, circa un chilometro e mezzo, ma appare quasi incolmabile. La rossa struttura metallica e la torre d’angolo rimangono all’orizzonte, mentre il paesaggio intorno si modifica progressivamente, senza soluzione di continuità: i palazzoni lasciano spazio prima ad alcuni esercizi commerciali, lungo via Paravia, poi a edifici privati contornati da giardini curati, infine a uno slargo che sfocia nel piazzale Angelo Moratti. Solo allora lo stadio si palesa completamente, in tutta la sua imponenza, lasciandosi abbracciare dallo sguardo libero da ostacoli.

    La relazione tra quartiere di edilizia popolare e stadio mi sembra rispecchiare questa descrizione. Il Meazza è là, così vicino e allo stesso tempo così lontano: un simbolo identitario per i residenti dell’area, ma anche un gigante silenzioso parte di uno sfondo percettivo.

    Oggi la temperatura è stranamente mite. Sul piazzale antistante allo stadio diverse persone stanno allestendo bancarelle di cibo e merchandising in vista di un’imminente partita. Provo a scambiare due parole con un ragazzo intento a disporre file di panini. Chiedo con fare ingenuo se abbatteranno il Meazza. Mi risponde che il Comune lo sta ripetendo da dieci anni, ma secondo lui nessuno lo farà davvero.

    Salgo su un tram per tornare indietro. Anche l’autista sembra sapere poco del progetto, del dibattito pubblico avviato, del futuro di quella zona. Si chiede che senso abbia demolire per ricostruire “dieci metri più in là”. Poi passa a commentare il tempo atmosferico. Lo stadio diviene sfondo anche della nostra interazione.

    Mi colpisce constatare come, a discapito della narrativa dominante, le grandi trasformazioni che stanno interessando Milano avvengono e basta. Molte persone non ne conoscono i tempi e le modalità, figuriamoci i margini di negoziazione. La partecipazione è relegata a pochi soggetti organizzati, o a singoli individui la cui quotidianità è investita con forza, più di altri, da quelle progettualità, vuoi perché residenti in zone limitrofe, vuoi perché portatori di specifici interessi. Per tutti gli altri la città cambia sotto i loro occhi, grazie a una regia considerata spesso occulta. 

    Nel quartiere di edilizia popolare il nuovo stadio per molti interlocutori “non fa problema”. E il progetto d’altronde considera minimamente quella porzione di città pubblica, nonostante i suoi effetti potrebbero modificarne flussi, ritmi e connessioni con il contesto metropolitano. Tuttavia, il Meazza continua a fare capolino, all’incrocio tra via Preneste e via Civitali, così come in altri angoli del quartiere. Il fantasma della sua trasformazione aleggia sui suoi residenti, così imminente e contemporaneamente così distante, così lontano e così vicino.

    Paolo Grassi

  • Grandi trasformazioni urbane. Un osservatorio multidisciplinare sui progetti che stanno cambiando Milano

    Grandi trasformazioni urbane. Un osservatorio multidisciplinare sui progetti che stanno cambiando Milano

    Da Expo 2015 in poi Milano ha vissuto una serie di grandi trasformazioni che ne hanno cambiato profondamente l’assetto urbano. La rigenerazione degli scali ferroviari, il programma Reinventing Cities, il rifacimento dello stadio di San Siro sono solo alcuni degli interventi tramite cui ampie porzioni di territorio sono state ripensate e ridisegnate. Tali spinte trasformative raccolgono intorno a sé interessi e immaginari contrastanti. Mobilitano punti di vista alternativi sul futuro di una città in bilico tra un passato industriale e un futuro post-fordista non ancora del tutto realizzato. Mettono in luce inoltre le contraddizioni di un modello di sviluppo che rischia di lasciare indietro pezzi di città e gruppi di cittadini e cittadine.

    L’Osservatorio Multidisciplinare sulle Grandi trasformazioni urbane (OMG – Milano!) si propone di scavare dentro tali dinamiche. Si prefigge un’analisi lenta e multidisciplinare di alcuni casi studio, combinando metodologie di ricerca proprie del campo disciplinare degli studi urbani. Verranno elaborati diversi materiali che contribuiranno alla definizione di una rappresentazione complessa della città di Milano.

    IL PRIMO CASO STUDIO è il più vicino alla nostra esperienza in quanto membri del gruppo di ricerca-azione Mapping San Siro. L’ipotesi di abbattimento del Meazza e di ricostruzione di uno nuovo stadio costituisce la trasformazione più importante in atto nell’area in cui lavoriamo da ormai un decennio. Se approvato, il progetto nel suo insieme – che prevede lo sviluppo di una “cittadella dello sport”, nuovi esercizi commerciali e complessi residenziali – definirà certamente una nuova centralità urbana per il quartiere, modificandone flussi, ritmi e relazioni con il contesto metropolitano. 

    Per questo sentiamo l’esigenza di approfondire le ragioni del progetto e le sue implicazioni, proponendoci di restituire una rassegna di punti di vista a partire dalle molte relazioni, locali e non, intrecciate nel decennio di ricerca sul territorio interessato dall’intervento. Le voci raccolte, nel loro insieme, saranno in grado di ampliare gli strumenti per ricostruire e interpretare le problematicità degli interessi e degli attori coinvolti (o esclusi) nel processo.

    Con questo primo caso studio vorremmo quindi mettere a punto e testare una modalità di osservazione delle grandi trasformazioni urbane che coinvolga una molteplicità di saperi, assumendo il valore di forme diverse di conoscenza: testimonianze locali, prospettive “esperte” e narrazioni  pubbliche. Vorremmo in seguito replicare questo approccio per analizzare altri casi studio, con l’intento di amplificare le voci che non trovano spazio di espressione e di migliorare la qualità e partecipazione al dibattito sul futuro sviluppo della città di Milano.

    Rispetto al primo caso studio, l’Osservatorio Multidisciplinare sulle Grandi trasformazioni sarà strutturato nelle  seguenti sezioni:

    Presentazione del progetto della nuova cittadella dello sport
    Una sintesi dei progetti presentati per l’intervento di rigenerazione che investirà il quartiere, rimandando al Piano d’area Mosaico San Siro e ai moltissimi documenti specifici che sono stati pubblicati sul sito del Dibattito Pubblico.

    Riflessioni e punti di vista esperti
    Una restituzione del dibattito organizzato dal gruppo di ricerca Mapping San Siro presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani. Verrà eventualmente arricchita da note di singoli professionisti e tratterà prevalentemente degli aspetti tecnici legati alla pianificazione urbana e architettonica.

    Note di campo/attori locali e immaginari
    Note di campo, interviste e riflessioni di soggetti che abitano, in modi diversi, il quartiere. Pubblicheremo dei contributi volti a far emergere i punti di vista e gli immaginari dei residenti e dei soggetti delle reti locali che saranno investiti in primis dal cambiamento.

    Lettura critica del dibattito pubblico
    Una serie di questioni a partire dalle domande e dalle riflessioni che sono emerse all’interno del gruppo di ricerca rispetto alla gestione del processo e ai contenuti del Dibattito Pubblico promosso dall’Amministrazione. In particolare, si affronteranno temi come l’interesse pubblico, la sostenibilità ambientale e sociale della proposta di progetto; verranno inoltre riportate riflessioni sugli effetti che le grandi trasformazioni urbanistiche hanno sul tema dell’abitare, e il rapporto che intercorre tra pubblico e privato nella progettazione della città.

  • Una relazione che cura: le studentesse volontarie ci raccontano Calling San Siro

    Una relazione che cura: le studentesse volontarie ci raccontano Calling San Siro

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. Il 14 e il 21 di luglio pubblicheremo i contributi della rubrica “Calling San Siro”: racconteremo l’omonimo progetto di volontariato che ha coinvolto alcuni studenti del Politecnico e alcune famiglie del quartiere, in un percorso di ascolto e prossimità “a distanza”. 

    Rossella, Chiara Leen, Elena, Chiara, Francesca, Beatrice, Lucia e Maria Stella sono le studentesse che hanno partecipato come volontarie al progetto Calling San Siro, lo sportello telefonico attivato in sinergia con il progetto QuBi Selinunte con l’intento di alleviare le condizioni di alcune famiglie di San Siro, in grande maggioranza con un background migratorio, durante il periodo di lockdown conseguente all’emergenza Covid-19.

    A conclusione di questa attività, abbiamo pensato di chiedere alle partecipanti di raccontarci la loro esperienza e darci il loro punto di vista sull’efficacia dello sportello, sui temi che sono emersi dalle conversazioni, sulle riflessioni che hanno preso forma nel confronto con le famiglie di San Siro.

    Alcune studentesse hanno intrattenuto un rapporto individuale con i ragazzi, altre hanno lavorato in coppia alternandosi durante gli appuntamenti e svolgendo attività differenziate. Questo ha permesso di approfondire la conoscenza degli abitanti di San Siro coinvolti nel progetto e di avere punti di vista differenti sulla medesima situazione. Non tutte sono riuscite ad instaurare una relazione telefonica e si sono confrontate con la difficoltà inaspettata di riuscire ad essere ascoltate e considerate.

    Proponiamo qui di seguito un estratto di quanto ci hanno raccontato, riportando le loro stesse parole che ci parlano di una realtà spesso non ascoltata, svelano le emozioni provate durante il lavoro e mostrano il senso di una relazione che ha portato sollievo e compagnia a tutte le persone coinvolte, volontarie comprese.

    Quali sono le motivazioni alla base della vostra decisione di partecipare all’iniziativa Calling San Siro?
    C.L.: Nelle prime settimane del corso di Laboratorio di Urbanistica 3, la prof.sa Cognetti ci ha comunicato l’inizio di questa attività di volontariato all’interno del quartiere di San Siro, ovvero l’area di studio/lavoro individuata per il Laboratorio di quest’anno. Ho voluto partecipare a Calling San Siro principalmente perché, visto il lockdown e l’impossibilità di fare sopralluoghi nel quartiere, interagire direttamente con le famiglie e i bambini che abitano la zona mi sembrava la soluzione più vicina a visitare San Siro di persona. Il fatto di poter aiutare e tenere compagnia agli abitanti che ne avessero bisogno è sicuramente un motivo in più che mi ha spinta a partecipare. Prima di iniziare mi aspettavo di trovare e dare un po’ di quello che in quarantena si è perso, ovvero il contatto e l’interazione umana nonostante fosse tutto costretto dietro uno schermo.

    L.: Data la particolare situazione e il maggior tempo a disposizione, ho sentito il bisogno di impiegarlo in qualcosa di utile per gli altri; ho pensato che la solitudine in quel periodo fosse un sentimento condiviso da molti. Ero sicura che sarebbe stata una bella esperienza, di accrescimento per me e per le persone con cui sarei entrata in contatto.

    Come è avvenuto il primo contatto con la persona che siete state incaricate di seguire?
    M.S.: Per metterci in contatto con la famiglia con cui abbiamo lavorato, abbiamo creato un gruppo WhatsApp e abbiamo registrato un breve vocale per presentarci. La famiglia ha risposto poco dopo e abbiamo concordato la data e l’orario dell’incontro. Inizialmente avevamo qualche dubbio sul fatto che ci avrebbero risposto, soprattutto così velocemente, perché in precedenza avevamo già provato a metterci d’accordo con un’altra famiglia ma nessuno aveva mai risposto. Siamo state piacevolmente sorprese dalla velocità delle risposte della famiglia del ragazzo, soprattutto della madre, che non manca mai di ringraziarci.

    F.: Il primo incontro è stato importante. Ci siamo presentate, abbiamo visto il ragazzo e la sorella, che abbiamo aiutato a fare i compiti: i ragazzi avevano inteso che questo era lo scopo principale della chiamata. Dopo un’ora abbiamo concluso. La famiglia è originaria dell’Egitto, vive in Italia da sei anni, ma le persone non parlano e non comprendono molto bene l’italiano.

    Che tipo di attività svolgevate? Avete notato particolari interessi nei minori?
    E.: Io e la ragazzina con cui ero in contatto abbiamo svolto diverse attività, tutte improntate sulla creatività, che abbiamo scoperto essere un’attitudine in comune. Abbiamo disegnato e colorato; l’ho sempre vista partecipe e propositiva, tanto da propormi lei stessa un’attività. In una videochiamata infatti mi ha insegnato passo passo a fare un origami, un piccolo svago che so che ha iniziato ad interessarla anche grazie alle attività con Lucia. D’aiuto per tutto il percorso è stato sicuramente il carattere della bambina, così solare, vitale, curioso… Mi ha raccontato, per esempio, di come durante la quarantena abbia coltivato l’interesse per la musica guardando dei video tutorial su YouTube, iniziando a suonare il piano.

    B.: Chiara e io abbiamo conosciuto un bambino italiano che deve iniziare la seconda elementare a settembre; è figlio unico e abita in un piccolo appartamento. Insieme a lui abbiamo suddiviso gli incontri, tre alla settimana, in ore di gioco e ore di compiti. Durante le ore di compiti le materie che svolgevamo insieme erano matematica e italiano. Durante le ore di gioco c’era più libertà nelle attività, quindi alcuni giorni ci siamo dedicati al disegno, in altri lui ci ha mostrato le sue collezioni. Abbiamo cercato di sfruttare le ore di gioco principalmente per creare dialogo e scoprire cosa gli piacesse fare, le sue preferenze o il suo pensiero in merito a certe cose.

    Ci sono temi che avete notato essere più presenti durante le vostre chiacchierate?
    R.: Il tema del futuro è stato particolarmente presente nelle videochiamate. La ragazzina con cui ho lavorato mi parlava di un futuro prossimo, nei confronti del quale lei si approcciava con un misto di curiosità e preoccupazione. Mi chiedeva quando saremmo potuti tornare a uscire in quartiere con gli amici, o se quest’estate il bagno in piscina al Lido si dovrà fare con la mascherina. C’era anche un orizzonte temporale più ampio, fatto di sogni e progetti già molto definiti per una ragazza di quattordici anni: dopo la fine della scuola media, il liceo linguistico per consolidare una già ampia conoscenza delle lingue (ne parla ben quattro!) e l’università in Francia. Infine, una carriera da hostess di volo per girare il mondo.

    Come i minori hanno vissuto lo spazio della casa e del quartiere durante lo svolgimento delle attività? Avete notato cambiamenti nel corso del tempo?
    L.: Quando abbiamo iniziato a conoscerci, ad inizio maggio, la bambina con cui parlavamo aveva paura ad uscire, si sentiva al sicuro a casa insieme alla mamma e al papà. Ha trascorso la quarantena da sola con loro, la sorella maggiore lavora fuori Milano, ed ha trovato la compagnia che le mancava nella musica, suonando la pianola nella sua cameretta durante i lunghi pomeriggi senza lezioni. Nelle settimane successive ha iniziato a fare delle passeggiate quotidiane in bicicletta al Parco delle Cave, ed è stato interessante quando mi ha raccontato di come fosse rimasta stupita dalla limpidezza del lago dove era solita andare al pomeriggio con gli amici. Chiedendosi perché l’acqua potesse essere così diversa, si è resa conto che il lago non era l’unica cosa ad essere cambiata; la natura, lasciata all’incuria, aveva pervaso il Parco delle Cave, creando uno scenario fatto di erba alta, fiori colorati e acqua limpida, facendole scordare di trovarsi a Milano.

    C.: Il bambino con cui Beatrice e io abbiamo lavorato ci ha raccontato che casa sua è molto piccola, e quando erano andati ad abitare lì, aveva aiutato suo padre a ridipingere le pareti, probabilmente annerite a causa della muffa. Dato che non ha molto spazio per giocare, il bambino sicuramente trova svago quando va a casa dei nonni, che hanno un giardino. I suoi genitori cercano di coinvolgerlo in qualche attività. Ad esempio, con suo padre hanno seminato una piantina di meloni sul davanzale della finestra. Inoltre, a volte durante il weekend si esercita con sua madre a contare; durante una delle nostre chiacchierate ci ha raccontato che aveva intenzione di arrivare a contare fino a 300.

    Che bilancio fate di questa esperienza? Che cosa vi ha lasciato?
    E.: Ho avuto l’opportunità di fare quest’esperienza rapportandomi con una collega estremamente in gamba e con una bambina speciale, che ad ogni chiamata, messaggio, è stata in grado di stupirmi. È stata una scoperta continua, la mia e la sua, nel conoscerci l’un l’altra e nel conoscere le nostre passioni e attitudini; siamo riuscite a creare uno spazio di condivisione lontano dal disordine del mondo esterno, uno spazio solo nostro che per un’oretta al giorno ci faceva sentire meno sole. Spero di averle alleviato questo strano periodo almeno tanto quanto lei lo ha alleviato a me, e spero di poterla incontrare un giorno non troppo lontano, magari organizzando una di quelle passeggiate al Parco delle Cave di cui tanto mi ha raccontato.

    R.: L’esperienza, seppur breve nel mio caso, è stata positiva e penso che l’obiettivo sia stato raggiunto. Gli appuntamenti sono stati interessanti e utili nelle prime settimane, ma all’allentamento delle misure è corrisposto un crescente disinteresse per le videochiamate che si sono “naturalmente” esaurite, probabilmente in favore di una ritrovata quotidianità di relazioni e interessi che si erano interrotti con il lockdown. Quello che mi ha più colpito e piacevolmente sorpreso è stata la capacità di un corso universitario e di un gruppo di ricerca di re-inventarsi creativamente di fronte agli ostacoli posti dalla quarantena, introducendo una modalità inedita e non scontata di confronto, indagine e mutuo aiuto con il quartiere.

  • Calling San Siro, un’esperienza di volontariato per il quartiere in sinergia tra studenti e attori locali

    Calling San Siro, un’esperienza di volontariato per il quartiere in sinergia tra studenti e attori locali

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. Il 14 e il 21 di luglio pubblicheremo i contributi della rubrica “Calling San Siro”: racconteremo l’omonimo progetto di volontariato che ha coinvolto alcuni studenti del Politecnico e alcune famiglie del quartiere, in un percorso di ascolto e prossimità “a distanza”. 

    Per il gruppo di ricerca Mapping San Siro – e tutta la rete di soggetti locali con cui l’equipe collabora – la pandemia ha sortito un forte effetto di spaesamento. Da alcuni anni lavoriamo a stretto contatto con comitati, gruppi informali e singoli cittadine e cittadini in un’ottica che fa della prossimità (fisica, ma anche esperienziale) il perno attorno a cui ruota il lavoro che viene condotto nel quartiere.

    Sin dall’apertura dello spazio 30metriquadri, nel 2013, l’equipe di ricerca ha costantemente esplorato forme di sperimentazione didattica e di ricerca che si allontanassero dai metodi più consueti generalmente applicati in accademia e che coinvolgessero anche gli studenti nel processo di conoscenza del quartiere. Nello spirito di Mapping San Siro la ricerca-azione, la co-progettazione e la sperimentazione didattica sono i perni attorno a cui il mondo dell’università si apre alla collaborazione con le realtà del quartiere. In quest’ottica, assumono fondamentale importanza la creazione di legami e la costruzione di una rete di soggetti locali con cui collaborare non solo per favorire e diffondere modalità attive e situate di conoscenza, ma anche per co-progettare interventi architettonici e sociali.

    Il lockdown e la chiusura di Off Campus, luogo in cui Mapping San Siro svolge attualmente le sue attività all’interno del programma di responsabilità sociale del Politecnico di Milano, ci ha quindi privato della possibilità stessa di proseguire nelle modalità che per anni erano state la norma. Per un momento abbiamo avuto la sensazione di aver perso completamente il polso della situazione su quanto avveniva nel quartiere.

    Ci siamo chiesti, e con noi le reti locali, come fosse possibile rimodulare le nostre attività in una condizione che di fatto ci impediva di coltivare direttamente quelle relazioni necessarie a conoscere le condizioni degli abitanti, specialmente delle componenti più fragili, e intervenire per alleviarne le difficoltà.

    Una domanda pressante, conoscendo la realtà edilizia di San Siro, aveva a che fare con le condizioni di vita all’interno del quartiere ma soprattutto degli spazi abitativi. San Siro è un contesto caratterizzato da una forte presenza di popolazioni fragili, spesso con un background migratorio, che già in una condizione di “normalità” si confrontano con situazioni abitative precarie e spesso inadeguate in termini di dimensione e comfort. È stato perciò facile immaginare come la reclusione forzata all’interno di questi spazi domestici possa aver amplificato le difficoltà di molti, riflettendosi sulle diverse dimensioni di vita.

    Mentre ci ponevamo queste domande, altri soggetti locali stavano interrogandosi in termini molto simili ai nostri. In quartiere le nuove condizioni e le regole dettate dall’emergenza sanitaria hanno infatti portato diversi soggetti locali a ripensare o talvolta implementare nuovi servizi a supporto del quartiere e dei suoi abitanti. È quanto accaduto al progetto QuBì Selinunte, un’esperienza di contrasto alla povertà minorile che durante il lockdown, per non sospendere l’attività, ha attivato un nuovo servizio ”a distanza” che ha consentito il prosieguo del lavoro di “San Siro Informa”, sportello che sino a febbraio era attivo in piazzale Selinunte. A partire da marzo e ancora oggi, un numero telefonico attivo tutti i giorni fornisce informazioni e orientamento alle famiglie di San Siro.

    In sinergia con questo nuovo servizio promosso da Qubì Selinunte si inserisce l’attività di volontariato Calling San Siro, avviata a maggio 2020 in collaborazione tra il gruppo di ricerca Mapping San Siro e il programma Polisocial del Politecnico di Milano e che si sostanzia nella realizzazione di un servizio telefonico che mette in relazione gli studenti con alcune famiglie del quartiere, per sostenerle nella loro quotidianità. L’esperienza è diretta conseguenza di una richiesta giunta dal quartiere, e in particolare da Amelia Priano, operatrice di una cooperativa partner della rete locale.

    Dal nostro punto di vista, Calling San Siro ci ha fornito l’occasione per mantenere una presenza nel quartiere pur in una fase in cui Off Campus non era operativo e per proseguire nella linea di un continuo dialogo tra ricerca e intervento. In un momento in cui le attività dell’Ateneo erano state forzatamente riorganizzate in remoto, l’attivazione di questo intervento aveva lo scopo di consentire all’equipe di ricerca non solo di mantenere uno sguardo sul quartiere, ma anche di cogliere aspetti più intimi della vita dei suoi abitanti senza perdere la vocazione operativa che la caratterizza.

    Sulla scorta di esperienze di collaborazione già avviate nel quartiere, che vedono coinvolti gli studenti in attività a supporto degli attori locali, si è sin da subito ipotizzato di coinvolgere un gruppo misto di nove studenti del Politecnico che studiano architettura e urbanistica, i quali hanno aderito in modo volontario all’iniziativa. Gli iscritti al Politecnico sono parte integrante del processo di ricerca-azione di Mapping San Siro, ragion per cui abbiamo sin dall’inizio pensato a un loro coinvolgimento. Le motivazioni e le esperienze pregresse alla base della loro scelta di partecipare a questa esperienza erano variegate, ma tutti e tutte i volontari hanno risposto con genuino entusiasmo e grande disponibilità.

    Attraverso le conversazioni telefoniche, che si sono protratte sino a fine giugno, gli studenti avevano come compito iniziale quello di monitorare il benessere delle famiglie coinvolte, di ascoltarle e fare emergere, là dove possibile, i loro bisogni, le loro condizioni abitative e le loro attività quotidiane. Nella pratica si è osservato come questo servizio abbia intercettato giovani di età compresa tra i 10 e i 15 anni, prevalentemente di origine straniera e con esperienze famigliari e scolastiche molto diverse tra loro.

    Il primo contatto telefonico è avvenuto con i genitori e poi, a seguire, gli studenti si sono interfacciati direttamente con i ragazzi e i bambini. Le attività proposte durate le telefonate sono state delineate in base alle esigenze che le stesse famiglie esprimevano: da un lato si è manifestata l’esigenza di un accompagnamento e un supporto nello svolgimento dei compiti a casa; dall’altro è emerso un bisogno molto più “semplice”, quello di alleggerire una quotidianità difficile e al tempo stesso potersi raccontare, anche fantasticando sul futuro.

    Il tempo, infatti, è stata una delle dimensioni emergenti e argomento trattato durante le conversazioni, specialmente quando i minori con cui si era stabilita una relazione erano adolescenti o preadolescenti. In una situazione in cui il tempo presente subisce una brusca frenata, dilatandosi, la dimensione del futuro può irrompere nei pensieri e assumere un’importanza inedita e decisiva anche per la sua capacità di farci immaginare un “dopo”, un tempo alla fine della clausura.

    Il progetto Calling San Siro ha consentito agli studenti volontari, e di converso agli operatori e ricercatori coinvolti, di avere uno sguardo privilegiato, seppur parziale, sulla vita delle famiglie e sulle condizioni delle persone con cui si era attivato il contatto. È stato, dunque, necessario un approccio discreto, responsabile e sensibile, per evitare di invadere la privacy di una quotidianità spesso faticosa.

    Con grande sensibilità, gli studenti hanno affiancato i loro interlocutori in un dialogo costante e mantenuto un atteggiamento riflessivo verso il loro ruolo, condiviso durante i momenti settimanali di confronto e orientamento che hanno accompagnato l’attività lungo tutto il suo svolgimento.  Il tema della costruzione di una relazione il più possibile paritaria e dialogica è stato spesso sollevato, così come sono state descritte le difficoltà intercorse nell’intrecciarsi di queste relazioni. Questa riflessività è stata favorita anche dal ricorso a due strumenti che gli strumenti avevano a disposizione: una scheda di rilevazione con cui segnalare, al termine di ogni colloquio, fatti salienti e una breve descrizione del contenuto della telefonata; e un diario di bordo, strumento più narrativo utilizzato per descrivere stati d’animo, sensazioni, emozioni e riflessioni sul lavoro in corso.

    Gli studenti volontari hanno affrontato questa esperienza non solo come una forma di sostegno a persone in situazioni di difficoltà, ma hanno anche colto l’occasione per porsi (e porre, anche in forma indiretta) alcune domande circa la quotidianità delle famiglie da loro contattate: come queste famiglie hanno affrontato l’emergenza sanitaria? Quali conoscenze e quali strumenti hanno messo in campo in relazione ai comportamenti che era necessario tenere in quella situazione? Come hanno vissuto lo spazio (spesso ristretto) della casa, del cortile o del quartiere? Quali nuove pratiche e abitudini hanno messo in atto? Come le famiglie coinvolte hanno gestito i tempi della loro giornata? Quali attività hanno svolto in casa, sia genitori che ragazzi?

    Sono domande che, dopo essere partite per l’esplorazione di dimensioni diverse, sono “tornate a casa”, stimolandoli a riflettere sulle loro vite, le loro case, le loro relazioni durante le stesse settimane di sosta forzata. Sono domande che, ricorsivamente, hanno messo in dialogo esperienze diverse, arricchendole entrambe.

    Testo a cura di: Margherita Bernardi, Ida Castelnuovo, Stefano Pontiggia.

  • Dal gruppo al singolo: il doposcuola Qubì durante il lockdown

    Dal gruppo al singolo: il doposcuola Qubì durante il lockdown

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Lorenzo Marasco è educatore presso la Cooperativa Sociale Comunità Progetto e coordina le attività educative del progetto QuBì Selinunte, promosso da Fondazione Cariplo. Valentina Santoro è educatrice presso la Cooperativa Sociale Nuovi Orizzonti e segue con l’attività di doposcuola alcuni studenti e studentesse delle scuole elementari del quartiere.

    Come funzionava il servizio di doposcuola?
    V.S.: Inizialmente l’attività educativa del progetto QuBì era stata pensata come “educativa di strada”, ma con l’avvio del progetto abbiamo riscontrato che il sostegno scolastico era un’esigenza molto forte che emergeva dalle famiglie del quartiere.

    L.M.: Prima dell’emergenza l’attività di doposcuola si svolgeva in uno spazio in via Mar Jonio 3 e ha accolto bambini sia delle elementari che delle medie, tutti i venerdì. Quando abbiamo iniziato la lista di attesa era molto ampia e abbiamo dovuto fare una selezione.
    L’attività era organizzata su due turni, il primo con i ragazzi delle medie e il secondo con le quelli delle elementari ed era scandito da una pausa per la merenda per facilitare la relazione nel gruppo e da giochi quando capitava che qualcuno finisse prima i compiti.

    Quando non è stato più possibile condurre l’attività in presenza, come vi siete riorganizzati?
    L.M.: In generale la rete di QuBì ha fatto molta fatica a riconnettersi di fronte all’emergenza. Le azioni che facevano riferimento allo sportello sociale di orientamento QuBì sono state un po’ travolte dall’urgenza alimentare e quindi l’assetto organizzativo del progetto ha dovuto riadattarsi alla nuova situazione.
    Le attività educativo-sportive di box e danza del progetto sono state temporaneamente sospese mentre il doposcuola è stato trasformato in doposcuola individuale online usando prevalentemente WhatsApp. Abbiamo ricontattato tutti i bambini iscritti al doposcuola: circa la metà non ha aderito al servizio online mentre l’altra metà li abbiamo abbinati alle educatrici e ai volontari.

    V.S.: Ad oggi sono 28 minori, 16 delle medie e 12 delle elementari che gestiamo io e la mia collega insieme ad alcuni volontari Scout e altri volontari che fanno parte del Laboratorio di Quartiere.

    Tutti i bambini avevano già un dispostivi adatto a fare doposcuola online?
     V.S.: All’inizio eravamo molto preoccupati che non avessero dispositivi e connessioni, invece abbiamo riscontrato che loro per quanto riguarda il cellulare, WhatsApp erano autonomi, qualcuno aveva anche il pc o il tablet.

    E voi attraverso il doposcuola avete avuto modo anche di parlare anche con i genitori?
    L.M.: Si e inizialmente si è cercato di capire se rilevavamo altri bisogni ma a parte una richiesta di tablet o pc non sono emerse altre richieste. Sono nuclei fragili ma che non hanno patito subito una condizione di crisi. Noi abbiamo dato disponibilità ad orientarli ai servizi presenti sul territorio.
    V.S.: In generale le famiglie hanno rispettato molto le restrizioni, alcuni erano molto spaventati poiché  non riuscivano a capire bene la situazione relativa all’emergenza Covid. Poi i genitori ci hanno riportato la difficoltà di stare al passo con la scuola, di usare le piattaforme per la didattica a distanza.

    Li avete visti cambiare in questi mesi?
    V.S.: Nei bambini delle elementari mi è sembrato di notare un leggero peggioramento scolastico, in particolare rispetto all’espressione della lingua italiana.

    Tu come hai vissuto questo momento?
    VS: All’inizio ero un po’ in difficoltà perché mi sentivo un po’ inutile. Mi sembrava di non poter dare l’aiuto giusto attraverso uno schermo! Poi con il tempo ci siamo tutti un po’ abituati, anche i bambini sono diventati più responsabili e organizzati.
    È però mancato l’aspetto relazionale  e  le dinamiche di relazione in gruppo che ritrovavamo nel doposcuola in presenza. Inoltre nella didattica a distanza avevamo solo il tempo di svolgere i compiti, perdendo di conseguenza  la parte più educativa e relazionale del doposcuola.

    Avete in previsione di rivederli adesso?
    V.S.: Abbiamo consegnato a casa di ognuno un piccolo omaggio contenente materiale scolastico. Alcuni di loro sono interessati a partecipare ai centri estivi.

  • Il Comitato genitori: un’antenna di quartiere

    Il Comitato genitori: un’antenna di quartiere

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative. 

    Margherita Calvi è membro dell’Assemblea dei genitori della scuola primaria Cadorna, sita in via Carlo Dolci. Il suo è un altro punto di vista che parte dalla scuola e raggiunge il quartiere San Siro. Il lavoro dei rappresentanti di classe nel periodo d’emergenza è stato, infatti, pienamente “territoriale”. Alcuni genitori hanno favorito la comunicazione tra famiglie e istituzione scolastica, raccogliendo esigenze e bisogni e riportando richieste e informazioni provenienti dalla dirigenza e dal corpo docente. Margherita esprime anche la sua preoccupazione per l’inizio del nuovo anno scolastico. A distanza di più di un mese dalla nostra chiacchierata telefonica, le indicazioni ministeriali per la gestione delle riaperture non sono ancora chiare.

    Di solito l’attività precipua portata avanti da molti genitori dell’I.C. Cadorna confluisce nell’opera delle Commissioni nate in seno all’Assemblea (Intercultura, Informatica, Inclusione, Mensa, La scuola si fa bella, la commissione che organizza la marcia…) e nelle attività dell’Associazione sportiva dilettantistica culturale Cadorna che organizza i corsi extracurriculari e sostiene anche progetti curricolari specifici. Ovviamente tutte queste attività sono state sospese durante l’emergenza. Abbiamo allora provato a mettere in contatto, attraverso i gruppi WhatsApp e l’invio di piccoli video, i bambini dei corsi extracurricolari con i loro insegnanti, per mantenere un po’ la relazione e la vicinanza. Tutto comunque è partito un po’ a rilento. Diciamo che i primi contatti sono avvenuti ad aprile. L’attività dell’Associazione Cadorna si è poi focalizzata sui vari bisogni del quartiere. Il lavoro dei genitori è stato più a un livello istituzionale, tra rappresentanti, organi dell’istituto e il Consiglio d’Istituto. Di fatto, sono stati investiti di un ruolo effettivo tutti i rappresentanti di classe, indipendentemente dal fatto che fossero dei genitori più o meno attivi nella scuola in altre forme. Tutti sono stati chiamati a svolgere un ruolo fondamentale, perché fin dall’inizio i rappresentanti di classe hanno garantito un canale di comunicazione tra scuola e famiglie. Erano gli unici ad avere contatto con gli insegnanti e fin dalla prima settimana sono stati quelli che hanno dovuto mettere in rete la funzionalità della scuola a distanza.

    Quindi gli insegnanti contattavano i rappresentanti di classe e da lì gli altri genitori?
    I rappresentanti di classe dovevano girare ogni cosa che provenisse dagli insegnanti ai genitori e ogni cosa che proveniva dai genitori agli insegnanti. Questo è stato il lavoro di molti dei genitori rappresentanti di classe.

    Ciò è avvenuto in maniera omogenea?
    Nelle singole classi c’erano cose parzialmente differenti, con anche parecchie disparità. Però nella stragrande maggioranza dei casi la didattica a distanza è iniziata in aprile. In particolare, la grossa parte del lavoro è iniziata dopo il 20 aprile perché la circolare emessa dal preside prima di Pasqua lo ha imposto, è stata la prima che ha dato una direttiva generale su quanto, quando e come in ogni classe si dovessero organizzare le lezioni. In quasi tutte le classi era iniziata la sperimentazione di Zoom, però con una frequenza mono o bisettimanale e quasi sempre senza passaggi di contenuti didattici. Erano delle videochiamate di classe, dei saluti o alcune sperimentazioni con lavori in piccoli gruppi. Però non tutti i giorni, con una modalità abbastanza generica. Il grosso lavoro dei rappresentanti di classe riguardava il farsi carico di quello che gli insegnanti chiedevano e il farsi un po’ promotori. Hanno fatto in modo di riagganciare bambini che non si erano fatti vivi, o genitori che non si erano più fatti vivi, quindi di trovare nuovi modi, numeri di telefono, contatti, telefonate, facendoli chiamare dalle mamme dei compagni che sapevano la loro lingua, dalle vicine di casa… Se ne sono inventate di tutti i colori per raggiungere i bambini che erano meno raggiungibili.

    Quindi si è innescata una collaborazione tra insegnanti e genitori?
    Sicuramente una collaborazione con gli insegnanti, ma anche molto a livello di promozione sociale individuale: tutti e due i fronti. Gli insegnanti facevano il loro e i genitori anche. L’altra cosa che i genitori hanno fatto è stata di cercare di garantire un passaggio d’informazioni, di raccolta di feedback, di scambio di vedute, per arrivare a fare una proposta in Consiglio d’Istituto di alcune idee migliorative. L’abbiamo sempre pensato come un piano di collaborazione. Abbiamo sempre cercato di mostrare quanto era necessario cogliere i punti di vista di tutti, metterli sul tavolo e lavorarci insieme. Non c’era alternativa in una situazione in cui non c’erano più i muri delle classi, ma c’erano le nostre case. Non era pensabile che le idee su cosa fare non venissero anche dal punto di vista quotidiano di chi stava a casa. Nel tempo è cambiata molto anche la percezione di tutti noi genitori, perché inizialmente forse eravamo un po’ dell’idea che questa situazione si sarebbe risolta presto, che si trattava solo di attendere, che bisognava sospendere tutto e aspettare. Non c’era un grande investimento sulla necessità di far funzionare la didattica a distanza. Col tempo, con le settimane, questa esigenza è sopraggiunta e sicuramente è stata sentita molto anche dalle famiglie. Tutti abbiamo cercato di farla nostra. La modalità con cui ciò è avvenuto è stata molto corale, non dirigenziale: questo è stato anche un bene.

    È singolare vedere la diversa reattività che hanno avuto le università rispetto alle scuole.
    Sì, in particolare nelle scuole primarie sicuramente c’è stato un tema d’impreparazione di tutti, a livello tecnico. Un universitario si presume che abbia già acquisito capacità di base e possegga gli strumenti perché già li sta usando, perché è già abituato e autonomo. Noi tutti abbiamo dovuto sgrezzare le nostre abitudini. Sono avvenuti dei piccoli miracoli, in un certo senso, perché era una cosa assolutamente impensabile per la maggior parte delle famiglie. Ci sono mamme che hanno dovuto imparare a fare i compiti e a prendere i compiti senza saper leggere l’italiano, mamme che le prime settimane guardavano i messaggi WhatsApp e non sapevano distinguere le cose: riuscivano a fare con i figli i compiti di matematica, perché distinguevano i numeri, mentre i messaggi con le lettere non li capivano, quindi li lasciavano lì, non sapevano se si trattava di compiti o no, e il bambino di prima o di seconda non era ancora in grado di capirlo in autonomia. Questo per dire da dove si partiva. Quindi riuscire a far capire quali potessero essere le modalità per rendere accessibile la didattica era difficilissimo, sia per i genitori, sia per i rappresentanti. Ma anche per gli insegnanti è stato difficile: riuscire a capire se devi metterti in contatto diretto con quella famiglia, se traduci tutto in vocale, o se traduci nelle varie lingue, ecc. Perché sì abbiamo i mediatori, ma non in modo così capillare, così costante. Non è che possiamo far scendere in campo i mediatori per ogni singola comunicazione. Era necessario che i bambini ricevessero una spiegazione per essere più autonomi, quindi che ogni compito fosse adeguatamente spiegato. Questa esigenza a un certo punto è diventata chiara ai docenti, che vedevano i risultati di questo lavoro. I maestri hanno imparato a dover anticipare. E lì davvero si è vista l’abilità degli insegnanti, che sono migliorati tantissimo in questi mesi: hanno imparato a gestire tutte queste difficoltà, questi modi di fare didattica, dando tempo a tutti per evitare che i bambini facessero cose senza aver capito niente.

    Quindi queste relazioni tra genitori e tra genitori e insegnanti sono venute tutte tramite telefono e WhatsApp?
    La maggior parte delle interazioni è avvenuta tramite WhatsApp. Nei gruppi di genitori attivi, quelli del Consiglio d’Istituto, ci sono stati anche scambi su Zoom. Il coordinamento è stato portato avanti da parte degli apicali e dal presidente del Consiglio d’Istituto. A livello di classe ovviamente i rappresentanti si sono sentiti. Quello che sappiamo è che i docenti stessi hanno dovuto utilizzare per il coordinamento una quantità di tempo enorme. A loro è stato richiesto uno sforzo enorme, mai successo prima, di coordinamento: decisioni, ri-decisioni, verifica delle decisioni, ogni scelta anche minima bisognava stabilirla a livello di interclasse. Sono state raccolte tutte le mail dei genitori per utilizzare la piattaforma del registro elettronico, ma poi si è capito che quella strada non era percorribile. La scuola ha investito tantissimo nel reperimento di tablet. Ne ha distribuiti tanti, sono stati coperti tanti bisogni, in modo molto superiore alla media direi. Sono stati consegnati tablet e computer a gran parte di quelli che ne avevano bisogno, anche se i tempi sono stati lunghi per cui per alcuni si è raggiunto il risultato alla fine dell’anno.

    Rispetto a questo lavoro, con chi avete collaborato?
    A livello di progetto abbiamo collaborato molto con Sconfini e con le Staffette di Mutuo Soccorso. C’è stata un’ottima collaborazione tra la scuola e la cooperativa Tuttinsieme. È stata interpellata in modo diretto e si è strutturata una staffetta di volontari che hanno aiutato la scuola a raggiungere tutte le famiglie a cui sono stati dati i tablet e le connessioni – sono state date 40 connessioni. La rilevazione dei bisogni è stata fatta dai genitori per lo più. Questo è stato forse un problema perché non sono stati definiti criteri specifici per formare una graduatoria e le rilevazioni fatte dai genitori spesso non erano comparabili perché non basate sugli stessi criteri. Quindi un grande lavoro, un impegno condiviso che alla fine ha dato grandi risultati (190 tablet distribuiti e 40 connessioni sperimentali): abbiamo fatto degli errori, si poteva fare meglio, ma questo è parte di ogni esperienza umana. 

    E nell’ultimo periodo le cose sono migliorate?
    Nel mese di maggio si è raggiunto un buon livello di funzionamento e la maggior parte dei bambini si è sempre connessa per le lezioni online. Inizialmente credo che nessuno si aspettasse l’impatto che questo avrebbe avuto sui bambini: eravamo concentrati sul superamento dell’isolamento, sul bisogno di mantenere, seppure virtualmente, le relazioni con gli insegnanti e i compagni. Abbiamo invece tutti toccato con mano l’importanza che ha avuto dopo il 20 aprile la ripresa di un’attività didattica “in diretta” continuativa e quotidiana: i bambini erano profondamente assetati di contenuti, è stata restituita loro la gioia di imparare e la normalità della giornata con scadenze orarie e attività simili a quelle scolastiche, nel vuoto e nella paura che fino ad allora avevano certamente permeato le loro giornate. Da bambini assopiti sono tornati ad essere bambini interessati, pronti ad affrontare il mattino.
    Nel frattempo, si sono attivate le e-mail. I genitori hanno potuto inviare i lavori dei bambini per e-mail. Quindi si è creato un rapporto diretto con l’insegnante, perlomeno scritto. In alcune classi i docenti hanno usato anche il loro numero personale e si sono inseriti nei gruppi whatsapp, questo però non è stato lo standard. Si sono strutturate tante modalità di lavoro. Progressivamente è stato chiesto un impegno minore ai rappresentanti di classe, che prima facevano moltissimo. Io ho continuato comunque a ricevere quotidianamente tre o quattro telefonate o messaggi di persone che mi mandavano i compiti perché io li mandassi alle maestre, ad esempio. In ogni classe si sono mantenute svariate prassi di comunicazione coi docenti mediata dai rappresentanti, difficili da semplificare. I rappresentanti hanno fatto da tramite per bisogni di tutti i tipi. Dai bisogni scolastici, ai bisogni primari talvolta: cibo, beni essenziali, segnalazioni ai centri di aiuto del quartiere… La dimensione della condivisione scolastica si è allargata a una dimensione territoriale, di appartenenza a un quartiere di cui, attraverso le relazioni scolastiche, ci si prende cura: c’è stata una grande collaborazione.

  • Un quartiere “oltre l’orizzonte del nostro sguardo”

    Un quartiere “oltre l’orizzonte del nostro sguardo”

    Come costruire nuove forme di prossimità con il quartiere in un momento in cui ci è imposta la distanza fisica? Come Mapping San Siro abbiamo pensato di costruire “A un metro di distanza”: un osservatorio sul quartiere San Siro per raccontare e monitorare gli effetti dell’emergenza sanitaria, economica e sociale provocata dal Covid-19. A partire dal 21 maggio ogni martedì e giovedì pubblicheremo i contributi della rubrica “Voci dalla rete locale Sansheroes”: prospettive dei soggetti locali che continuano ad operare all’interno del quartiere, affrontando numerose difficoltà e mettendo in campo pratiche innovative e collaborative.  

    Maria Teresa Scherillo (fondatore volontario ed ex consigliere delegato di Fondazione Sodalitas) racconta la propria esperienza di collaborazione con il quartiere, prima e durante il lockdown. Al di là delle difficoltà, San Siro si mostra anche come una scoperta rispetto alle condizioni di abitare difficile di alcuni territori della città. Il momento critico diventa allora occasione per consolidare le relazioni con un contesto che stimola l’impegno responsabile di ciascuno di noi. 

    Come è entrata in contatto con il quartiere San Siro?
    Si è trattato di una feconda sincronicità. Nei contatti che mantengo regolarmente a Londra con alcune organizzazioni di punta che lavorano nel sociale, mi è accaduto un paio di anni fa di cogliere l’interesse ad affrontare la questione sociale prendendo come riferimento il territorio, il contesto in cui diversi problemi si manifestano in complessi intrecci di causa-effetto, trascurando la prospettiva frazionata e angusta dei silos specialistici.
    Rientrata in Italia, sollecitata da questa nuova linea d’interesse, ho incrociato i programmi di Fondazione Cariplo – La città intorno e QuBì – ed alcune occasioni suggestive nello spazio angusto di via Abbiati.
    Poco dopo è stato lo stesso ufficio Periferie del Comune di Milano a sollecitare Sodalitas a riflettere su quale supporto il mondo delle imprese potesse dare all’impegno della città per rigenerare alcuni quartieri degradati: la mia ricerca personale trovava un riferimento organizzativo anche formale. Scegliere San Siro-Selinunte è stato facilitato dalla presenza già dal 2013 di un nucleo del DAStU del Politecnico con cui Sodalitas ha in corso da tempo collaborazioni proficue.
    È iniziata così una fase più strutturata di avvicinamento, supportata dall’accesso accogliente ai nuovi spazi di via Gigante, alle pubblicazioni e alle diverse iniziative messe in atto dal Politecnico cui ho affiancato un’esperienza di esplorazione in proprio, attardandomi nelle vie e nelle piazze, guardandomi intorno, pronta a cogliere e registrare qualunque segno o fatto inaspettato, anche piccolo, avvicinando i più diversi operatori con un approccio che, in corso d’opera, ho scoperto essere una vera ancorché inconsapevole vocazione con la dignità accademica di “flanerie”. È stato un periodo molto coinvolgente dove ho avvicinato diversi operatori sociali – laici, cattolici, scolastici – costruendo, con autenticità e franchezza, rapporti di fiducia in cerchi via via più ampi, dove maturavano incessantemente nuove domande, ma dove anche sovente occorreva modificare conclusioni temporaneamente raggiunte. Un percorso affascinante di scoperta che mi ha portato a sviluppare verso le persone e i luoghi sentimenti di familiarità e sensibilità di cura. La crescita della consapevolezza mi apriva l’accesso a nuove informazioni mentre constatavo di continuo come l’ascolto accogliente e autentico generi fiducia e apertura e contribuisca ad approfondire la comprensione.   

    Che attività di sostegno agli abitanti la hanno vista coinvolta durante il periodo dell’emergenza Covid19? 
    Nell’ascolto empatico dei bisogni del quartiere – un oceano di difficile trattazione e di grande complessità –un tema che mobilita le famiglie nel loro rapporto con le istituzioni e dove si concentrano l’impegno e l’attività di tanti soggetti diversi – pubblici e privati – è quell’insieme di rischi/opportunità che riguarda i minori: dalla povertà alimentare a quella educativa, dalla segregazione all’abbandono scolastici. Questioni fondamentali, che se non risolte nel tempo giusto, possono incidere su tutto il percorso di vita delle persone, ma che, prese in tempo, possono aprire prospettive di successo. All’interno dell’obbligo scolastico, la secondaria inferiore è un’occasione di ultima chance. In una situazione di gravi difficoltà, di cui avevo potuto rendermi conto sia intervistando alcuni protagonisti sia partecipando agli incontri del tavolo interistituzionale inserito nel progetto S-confini, l’irruzione della pandemia, con la chiusura delle scuole e l’introduzione della didattica a distanza, ha provocato un’ennesima grave frattura. Molti degli alunni erano sprovvisti dello strumento per collegarsi e rischiavano di perdere completamente il contatto con la scuola e i loro insegnanti.
    Il mio impegno è stato quello di individuare una piattaforma di crowdfunding su cui far confluire fondi per l’acquisto di un certo numero di dispositivi che potessero integrare quelli messi a disposizione dall’assegnazione di fondi ministeriali. Fortunatamente, in occasione del Natale, avevo già condiviso con i colleghi alcune delle emozioni e delle esperienze di disorientamento e scoperta dell’incontro ravvicinato con San Siro e i suoi bisogni. È stato così possibile mobilitare un piccolo gruppo di colleghi volontari che si è fatto promotore, con me, della necessaria raccolta fondi.
    Purtroppo, non siamo riusciti a coinvolgere anche la partecipazione formale di Sodalitas sia perché, col mettere a disposizione dispositivi, si sconfessava il nostro tradizionale convincimento che il nostro supporto debba mirare non tanto a dare il pesce o nemmeno la canna da pesca, ma ad insegnare a pescare. Né era matura l’altra necessaria rottura di paradigma: privilegiare il punto di vista dei destinatari, assecondare l’aiuto che prioritariamente ci viene richiesto.
    Con il supporto della Fondazione Mission bambini, che aveva già adottato una piattaforma di crowdfunding per l’acquisto di tablet per le scuole, il lancio della campagna è avvenuto in tempi brevi. In conclusione, con € 4000 raccolti, grazie al contributo l’aiuto di 24 donatori, abbiamo potuto donare complessivamente 26 tablet LENOVO Tab M10 TB-X505L. 

    Con chi ha collaborato e con quali risultati?
    La collaborazione è stata estesa e articolata: dall’Area servizi scolastici ed educativi del Comune, alla coordinatrice del progetto Sconfini, Paola Casaletti, che hanno tenuto con continuità i rapporti con i responsabili dei due IC destinatari – Cadorna e Calasanzio – e hanno curato la distribuzione fisica, mentre le scuole hanno sottoscritto con le singole famiglie il relativo contratto di comodato d’uso gratuito. Il processo è stato più lungo e complicato del previsto: 2 mesi dalla messa a punto dell’idea alla consegna dei dispositivi, ma ce l’abbiamo fatta!

    Perché ha scelto di impegnarsi nel quartiere?
    È capitato, come raccontavo all’inizio. E, poi, via via, è diventato un impegno condiviso e irrinunciabile sostenuto dalla frequentazione regolare, dalla qualità delle persone incontrate, dalla solidità del loro impegno: ad un certo punto, spoglia di precondizioni e pregiudizi, ho maturato un risveglio di consapevolezza – “questo quartiere mi riguarda!” – che non consente di sottrarsi alla chiamata di un preciso bisogno. Con il dono in più di renderci conto che la propria disponibilità innesca e sostiene un circuito reciproco di incoraggiamento e valorizzazione.

    Cosa ha messo in evidenza questo periodo secondo lei?
    Ho potuto verificare la solidità e persistenza dell’impegno di molti e il valore della rete di rapporti stabiliti in precedenza. Certo le difficoltà sottostanti, e la chiusura fisica delle scuole ha aggravato le situazioni di emarginazione ed esclusione che si cerca di contrastare. Un rammarico comune. E una comune necessità di ridare ali alla speranza. Ho potuto verificare anche quanto sia difficile superare l’estraneità sociale: a Milano si può vivere, lavorare, attraversare la città, senza incontrarsi con i quartieri degradati. Forse la sfida maggiore per chi vive altrove è di acquisire consapevolezza delle condizioni di vita e delle complessità che coinvolgono altre zone della nostra città (un 10-15% della popolazione cittadina).
    Cercare di contribuire da altri mondi, da altre condizioni di vita richiede un grosso sforzo di autoeducazione, accettare la guida di soggetti esperti, saper discernere, riconoscere di non sapere, accettare i fallimenti, sapersi mettere in discussione, prendere il tempo necessario per comprendere ciò che deve essere compreso. Qui ci si confronta con “wicked problems”, questioni maledettamente difficili: non ci sono percorsi sicuri e affidabili di soluzione. Se si prova ad essere di aiuto, occorre muoversi con cautela su più livelli osando vie che possono, all’apparenza, sembrare contraddittorie.